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Bologna Filippo - Come ho perso la guerra

Come ho perso la guerra
Zoom della copertina
TitoloCome ho perso la guerra
AutoreBologna Filippo
Prezzo € 14,00
Prezzi in altre valute
Dati2009, 273 p., brossura
EditoreFandango Libri   

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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Descrizione
Una storia, in parte autobiografica, ambientata in un paese della provincia toscana dove il tempo sembra scorrere più lento e la serenità regna sovrana. Il giovane rampollo della nobile famiglia Cremona, Federico, vive il suo essere nobile con un po' di disagio. Tutto cambia con l'arrivo di Ottone Gattai, spietato e avido imprenditore di acque. Improvvisamente il progetto di un enorme impianto termale sconvolge la vita di tutti i suoi compaesani. Interessi politici ed economici sembrano corrompere il naturale ordine delle cose. Molti non ci stanno e dopo una prima pacifica protesta un gruppo avvia una guerriglia contro Gattai che sta sequestrando e privatizzando tutta l'acqua della zona. Nella lotta si distingue Federico Cremona, che vede finalmente stagliarsi all'orizzonte l'occasione di un proprio riscatto. Insieme alla moltitudine di storie memorabili, Filippo Bologna ha una generosità e una forza nel creare blocchi di parole e di immagini che portano il lettore a divertirsi e un attimo dopo a commuoversi profondamente.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Il romanzo dell'esordiente Filippo Bologna, nato nel 1978, è la rivelazione di un talento. E Sandro Veronesi ed Edoardo Nesi che lo presentano con il peso del loro prestigio hanno ragione: quest'opera prima ha tutti i requisiti per imporsi sulla scena della nostra narrativa. Intanto c'è la toscanità del linguaggio unita alla toscanità della narrazione. In tempi di globalizzazione e di best seller internazionali può essere un valore rifarsi a una tradizione regionale? Un critico come Luigi Baldacci, che ha molto riflettuto sul tema, era convinto che nel Novecento la toscanità fosse stata penalizzata e fosse considerata un minus anziché un titolo di merito. Scrittori come Tozzi, Pratolini, Cassola, Bianciardi, erano stati valutati meno dei loro meriti proprio in quanto scrittori che usavano un linguaggio legato a una tradizione forte, e quindi, in partenza, invisi a una critica che li bollava come provinciali.
Nel romanzo c'è un io che racconta, Federico, ultimo rampollo di una famiglia un tempo ricca e prestigiosa, i Cremona, proprietari di terre nel senese, intorno a Chianciano. Il nume tutelare è il nonno, anzi, il bisnonno del narratore, il Sor Terenzio, tipico eroe della toscanità terragna e tutta d'un pezzo. Uomo di successo, padrone inflessibile, "che li frustava i contadini", refrain che accompagna sempre la sua entrata in scena. Ha avuto due figli, Federico e Vanni, gemelli, ma il primo è morto a sedici anni in un banale incidente. Era il beniamino del padre, di cui ricalcava le orme per le doti di coraggio e la prorompente personalità. Ha preso le redini della famiglia Vanni, ed è da lui che discende il narratore. Ha preso il nome del fratello del nonno, come a unire in una sola due persone, i due gemelli uguali in tutto. E discendere dal Federico stroncato nel fiore degli anni peserà grandemente nella vita dell'io narrante, che del morto sembra la reincarnazione perché ne riproduce la natura indomabile: "E anche se dentro a quel destino ci stavo due volte come in un vecchio cappotto sformato, che non era della mia misura e che non vestiva bene, ci stavo. E che potevo fare? L'avevo ereditato, e non stava bene rifiutarlo. Un nome e un destino. Era tutto quello che avevo quando sono venuto al mondo".
La terra dove avviene la vicenda è ricca di acque termali. E a un certo punto irrompe sulla scena del romanzo il prepotente cavalier Ottone Gattai, imprenditore venuto dal nulla, rozzo e senza scrupoli che una dopo l'altra si accaparra tutte le terre e le aziende termali della zona, e con la tacita acquiescenza del Partito partorisce un progetto faraonico. Tanto cemento e, per salvare le apparenze, la minima percentuale di verde e di attrezzature sportive. Ma il pezzo forte del magnate delle acque è la costruzione di un enorme edificio termale, l'Acquatrade Resort. Tutti sono contenti. Tutti nella zona lavorano nell'Acquatrade, dopo che è stata fatto carta straccia dei regolamenti edilizi e dei vincoli ambientali. E se qualcuno obietta che quello è un territorio etrusco, così risponde l'orrendo Gattai: "Io gli Etruschi me li attacco al cazzo. I Russi ci porto, altro che gli Eruschi". Non solo le terme, Gattai possiede ormai tutte le acque, cioè la principale ricchezza del paese, se è vero che nel mondo il petrolio è stato sostituito dall'acqua, un bene che scarseggia tanto che dovunque i capitalisti si sono buttati sul nuovo business.
A questo punto parte la riscossa di tutti coloro che non vogliono sottomettersi allo strapotere del Gattai, e sarà Federico a capeggiarla. Il romanzo racconta la guerriglia che un pugno di prodi ingaggia contro la cementificazione selvaggia e l'asservimento di un territorio bellissimo a un cieco e brutale sfruttamento. Sono tutte da leggere le pagine finali di questo romanzo straordinario, pieno di invenzioni narrative, e sorretto da una vena affabulatoria di prim'ordine.
Come può essere interpretato il libro di Filippo Bologna? Come un'allegoria dell'Italia di oggi con il Gattai-Berlusca che ha fatto le sue fortune con la connivenza di una parte dell'opposizione? Forse il modello segreto a cui si è ispirato l'autore è La vita agra di Luciano Bianciardi. A ben guardare i due romanzi sono ambedue storie di vendette mancate, contro chi si è reso colpevole di calpestare i diritti delle persone perbene in nome della spietata legge del profitto. Nel suo romanzo, infatti, Bianciardi raccontava il progetto abortito del protagonista che, giunto a Milano, voleva far saltare con la dinamite il Torracchione della Montecatini, responsabile della strage di quarantatre minatori avvenuta a Ribolla in Maremma nel 1954.
L'arma vincente del trascinante romanzo di Bologna è la lingua. Una scrittura di grande forza e maturità espressiva, elegante e perfettamente adeguata alle ambizioni dello scrittore. Fanno spicco l'innesto di forme dialettali e l'uso di un registro comico ben amalgamato con quello lirico-drammatico. Forse il fascino del romanzo consiste anche nel fatto che rappresenta la Toscana felix di una volta, con un'agricoltura prospera e il mirabile equilibrio sociale e ambientale del suo habitat, messa di fronte alla modernizzazione selvaggia che l'ha snaturata e ha distrutto la vocazione agricola che da secoli aveva rappresentato la sua grande risorsa. Facendo toccare con mano gli orrori che può provocare il cosiddetto progresso. E infatti che razza di progresso è l'avvento di padroni come Ottone Gattai?
Leandro Piantini

I vostri commenti
7 recensioni presenti.  Media Voto: 4 / 5

Simone simociccio@tiscali.it (05-01-2010)
"Credevamo di combattere una guerra locale, senza aver capito che era globale, credevamo ancora nei vecchi copioni da film western, da una parte i buoni dall’altra i cattivi". E' un peccato che Bologna ci dica già nel titolo come andrà a finire la guerra di Federico Cremona contro lo strapotere del re di tutte le fonti termali Ottone Gattai. Un libro scritto con il cuore che punta a colpire al cuore, un libro che centra molti degli obiettivi che persegue. Una storia di famiglia e una storia di resistenza scritta benissimo con un lirismo e una lingua non comune. Il piccolo borgo toscano che Bologna descrive non è niente altro che il nostro piccolo mondo moderno così falsamente modernista e così debole di fronte a qualsiasi sirena che sussurri una parola così abusata come "progresso".
Voto: 4 / 5

Marco Patrone (01-09-2009)
riprovo visto che il primo commento non é passato: a questo libro sarebbe servito un maggiore lavoro di editing, l´ho trovato dispersivo, troppi rivoli, troppe storie che non vanno da nessuna parte e sembrano scampoli di altre opere o racconti dell´autore. anche la storia principale non funziona e sa di giá letto, mentre la vera vena dell´autore (ed é autentica e sostenuta da una lingua all´altezza) é secondo me quella che si esprime nelle prime pagine, sulla fanciullezza e il passato nel (e del) borgo. forse troppa fretta di pubblicare. parafrasando Veronesi riassumerei dicendo "se fossi un lettore, e lo sono, non promuoverei questo libro - e lo faccio"
Voto: 2 / 5

philo (29-06-2009)
Simpatico, si legge molto bene, come esordio niente male. Ne risentiremo parlare di Bologna.
Voto: 4 / 5

Mingo (28-06-2009)
Sembra un libro scritto da Benni. L'autore è comunque un talento, sembra giocarci con l'uso della scrittura, è questo il pregio maggiore di questo testo. Ma è come se un cantante di belle speranze esordisse cantando una cover. Il difetto, non marginale, è una trama molto ben raccontata ma scontata.
Voto: 3 / 5

aradia (20-03-2009)
romanzo molto divertente e ben scritto. comprato e letto in due giorni.
Voto: 5 / 5

lorenzo (08-03-2009)
Semplicemente strepitoso. Seguite Federico Cremona dalle sue origini nobiliari nel maniero avito fino alla guerriglia tra le boscaglie di una Toscana aspra e lontana da quella della pubblicità e non vi stancherete di ridere e di piangere.
Voto: 5 / 5

arturo (05-03-2009)
E' un romanzo commovente, l'ho letto in poche ore perché il protagonista Federico Cremona è un personaggio avvincente. Evviva i giovani barbuti.
Voto: 5 / 5

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