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Policastro Gilda - Il farmaco

Il farmaco TitoloIl farmaco
AutorePolicastro Gilda
Prezzo
Sconto 15%
€ 12,75
(Prezzo di copertina € 15,00 Risparmio € 2,25)
Dati2010, 234 p., brossura
EditoreFandango Libri  (collana Galleria Fandango)

Disponibilita immediata
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Descrizione
Enza ha un fascino indefinibile, occhi "che hanno solo lei e i gatti", un'andatura dai passi lievi. Infermiera dalla vita privata apparentemente comune, trascorre le sue giornate in un ospedale di provincia. Il primario non può fare a meno di notarla. I suoi assistenti lo chiamano Bardamu, il nickname che egli stesso adopera nelle chat per agganciare le destinatarie dei suoi assalti erotici e farne oggetti simbolici delle depravazioni più torbide. Ma Enza, Enza diventa per lui una vera ossessione: vorrebbe sottometterla, umiliarla, con un desiderio accanito di supremazia. Neanche la donna, però, è del tutto esente da lati oscuri: c'è come un guasto, dietro i suoi gesti e i suoi pensieri, che nessun farmaco sembra in grado di curare. La relazione con suo marito Mario è violenta, routinaria, eppure indispensabile ai rispettivi equilibri mentali. Sul lavoro, Enza passa dall'essere un angelo tra le corsie a un carnefice privo di pietà per le sofferenze degli altri. Gilda Policastro attraverso una ricercata alternanza di scrittura prosaica e lirica accompagna il lettore in un viaggio spudorato e insieme pietoso nella malattia, condizione che si sovrappone alla salute fino a identificarsi pienamente con essa. Enza, Bardamu, il cieco, Mario e tutti gli altri personaggi, medici e malati, sadici e masochisti, sono abitati da analoghe zone d'ombra e accomunati da ferite nascoste che forse solo il farmaco più potente di tutti, l'amore, potrebbe curare. Se esistesse.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Mentre leggevo l'esordio narrativo di Gilda Policastro, ripensavo alle parole di Italo Calvino, il quale scrisse che il padre ideale del romanzo italiano "sarebbe stato uno che parrebbe lontano più d'ogni altro dalle risorse di quel genere: Giacomo Leopardi". D'altronde, Policastro è una profonda conoscitrice dell'opera leopardiana, di cui si è occupata fin dal volume del 2005 In luoghi ulteriori. Catabasi e parodia da Leopardi al Novecento (Giardini). In una celebre, straordinaria pagina dello Zibaldone del 22 aprile 1826, evocata esplicitamente nel Farmaco,si mostra come dietro l'immagine di un giardino ridente si nasconda in realtà una catena di sofferenze, che fa di quel giardino un ospedale. Ebbene, senza escludere altre possibili suggestioni (dal Mann di La montagna incantata al Philip Roth di L'animale morente, dal giovane Moravia di Inverno di malato al recente romanzo di Domenico Starnone Spavento), propendo a credere che l'universo narrativo di Il farmaco sia nato da quel seme leopardiano.
In un ospedale di un'imprecisata località di provincia si ambientano appunto le vicende del romanzo di Policastro. Che ha per protagonista un'infermiera, Enza, che attrae a sé gli uomini per i suoi modi semplici e dimessi, e il suo catturante sguardo felino. Di lei si invaghirà in modo ossessivo il primario dell'ospedale, frequentatore assiduo delle chat di incontri erotici per le quali si è scelto il nick-name Bardamu (un nome che è anche una spia di uno dei riferimenti più evidenti di questo romanzo, il Céline di Viaggio al termine della notte). Bardamu, che, oltre a occupare una posizione di prestigio, è un bell'uomo, è abituato a sedurre le donne con facilità, ed è per questo che non accetterà mai fino in fondo di non riuscire a far sua Enza: anzi, le ritrosie dell'infermiera non faranno che fomentare ulteriormente la sua passione sempre più insana. Da parte sua, Enza è costretta a subire le violenze e le percosse del suo uomo, Mario, che sembra concepire il sesso soltanto come esercizio sadico. Ma neanche Enza è soltanto una vittima indifesa: in questo romanzo ogni personaggio è insieme vittima e carnefice, oggetto e nel contempo attore di violenza. Ciò vale anche per il cieco, ricoverato nell'ospedale e affidato alle cure della protagonista, che sembra l'unica a non essersi dimenticata di lui. Tra pazienti e medici non c'è in realtà alcuna differenza sostanziale in un ospedale dove, come nel giardino leopardiano, "tutto è male".
In questo senso, l'ospedale non è un luogo marginale, bensì un emblematico microcosmo che riflette il macrocosmo del mondo: in altri termini, è il punto di osservazione privilegiato scelto dall'autrice per raccontare il mondo. E tutto ciò che dal mondo si cerca inutilmente di rimuovere (a pochi altri libri, come a questo, si attaglia la nota definizione della letteratura come ritorno del rimosso): la malattia e la morte, innanzitutto, ma anche tutti i loro sgradevoli corollari: il fetore dei corpi malati, le feci dei pazienti, che le infermiere devono rimuovere (in una delle prime pagine del libro si legge che in un ospedale "Ogni cosa diventa odore"). Si tratta di un mondo ben poco antropomorfico, dove l'essere umano è ridotto alla condizione dell'insetto o dell'animale: "'Muoiono come formiche'. / 'Sono formiche (…) Bevono come cani, mangiano leccando il piatto, senza mani'". In questo libro, i personaggi sono indagati attraverso la loro nuda dimensione fisiologica: siamo dunque dinanzi a una scrittura della corporalità, laddove però il corpo non è soltanto una fonte di dati biologici, ma diviene un prisma che illumina situazioni psicologiche esemplari (non è un caso che il romanzo rechi un esergo di Groddeck, il grande pioniere degli studi psicosomatici). L'ospedale, del resto, espone al contagio di patologie fisiche non meno che psichiche: "Forse era matto, forse erano impazziti tutti, come lei. Forse non si poteva rimanere in quel posto sani, bisognava per forza assomigliare agli altri".
In un universo così nero e allarmante è davvero difficile, se non impossibile, trovare una qualsiasi via di fuga. Ma allora qual è il farmaco che intitola il libro? Dove trovare "la via del farmaco, la via di liberarsi, come la purga che davano ai malati"? La panacea non sarà certamente affidata a una delle tante pillole ("L'età è proporzionale al numero di pillole che servono per mandare avanti la carcassa, come se questa operazione avesse realmente uno scopo") cui ricorrono vanamente i personaggi per placare i loro disagi. Forse, semmai, potrebbe essere "l'amore, dove la medicina e il male sono la stessa cosa", ma dell'amore, se si intende la parola nel senso più intrinseco, qui si intravede soltanto il fantasma, o, per servirci ancora di un'espressione leopardiana, la larva. Alla fine, non rimane dunque altro autentico farmaco, se non la scrittura, quando, come quella controllata ed efficace di questo romanzo, riesce a raccontare l'inferno senza esserne annichilita.
Raoul Bruni

I vostri commenti
  Media Voto: 1.5 / 5

Carlo Gallerano (11-10-2011)
Per quanti sforzi faccia non riesco a riconoscere alcun pregio a questo testo che non saprei definire "romanzo". Penserei piuttosto ad esercizio stilistico, senza la grazia di altri libri simili. Il libro scivola "quasi senza accorgersene", non rimane traccia se non qualche fastidio per il tempo sprecato a leggere una lingua mediocre e una pretenziosa sequela di citazioni. Forse la Policastro varrà qualcosa come studiosa ma la narrazione, romanzo o racconto che si voglia, non è il suo terreno.
Voto: 1 / 5
franco scaramuzzi (03-03-2011)
Critico fine e colto, la Policastro la attendevo quasi con ansia a questo esordio. Che ho esaurito con fatica indicibile, irritato dalle inutili citazioni di classici, da banali espedienti letterari, da una trama povera e, soprattutto ( e qui, davvero, la sorpresa negativa è stata dolorosa), da un scrittura povera, scialba, stilisticamente piatta. Così brava come critico, così insignificante come scrittrice. Peccato
Voto: 2 / 5

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