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Geda Fabio - Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari |
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Titolo | Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari |
| Autore | Geda Fabio | Prezzo Sconto 15%
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€ 13,60
(Prezzo di copertina € 16,00 Risparmio € 2,40)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2010, 155 p., brossura |
| Editore | Dalai Editore
(collana Icone) |
| | Disponibile anche in ebook a € 13,49 |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| Se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra, e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così, un giorno, lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo per bene e ti lascia solo. Da questo tragico atto di amore hanno inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l'incredibile viaggio che lo porterà in Italia passando per l'Iran, la Turchia e la Grecia. Un'odissea che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini, e che, nonostante tutto, non è riuscita a fargli perdere l'ironia né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso. Enaiatollah ha infine trovato un posto dove fermarsi e avere la sua età. Questa è la sua storia. Ci sono storie che aspettano solo di essere raccontate e lettori che attendono solo di poterle leggere.
La storia di Enaiatollah Akbari è una di queste: troppo emozionante, troppo commovente, troppo “vera” per restare nell’ombra.
Lo scrittore piemontese Fabio Geda l’ha scoperta e trasformata in un libro. Centocinquanta pagine, raccontate in prima persona e tutto d’un fiato dal giovane protagonista, che ripercorre le tappe della sua odissea, da un piccolo villaggio adagiato sul fondo di una sperduta valle afghana all’Italia, dove ha deciso di fermarsi per riannodare i fili spezzati della sua vita.
Nascere in Afghanistan è preludio a un’esistenza difficile. Nascere hazara equivale a una vera e propria condanna. Sin dall’infanzia Enaiatollah sconta sulla sua pelle le discriminazioni riservate a quelli come lui, che, naso piatto e occhi a mandorla, appartengono a un’etnia minoritaria tenacemente osteggiata dalla maggioranza pashtun. La sua famiglia è minacciata e il padre costretto a lavorare per i trafficanti afgani fino al tragico incidente che gli costa la vita. I talebani chiudono con la violenza la sua scuola trucidando un coraggioso insegnante davanti ai suoi occhi. Per questo, quando compie dieci anni, la madre lo porta a Quetta, in Pakistan, nella convinzione che un futuro incerto in un nuovo paese sia meglio di un destino già segnato in patria. Enaiatollah è solo, per la prima volta lontano da casa, in un paese molto pericoloso. Con un’intraprendenza e una forza d’animo che è per noi difficile immaginare in un bambino della sua età, riesce a sopravvivere procurandosi lavoretti di fortuna. Quando la situazione diventa insostenibile fugge in Iran e lavora tra i clandestini nei cantieri edili e nelle cave di pietra. Da qui raggiunge la Turchia, con una marcia estenuante attraverso impervi valichi montuosi, e Istanbul, nascosto nel doppio fondo di un camion, una vera e propria tomba in movimento dove tocca la morte con mano. Poi una rocambolesca traversata in gommone fino alle coste greche e da lì, un po’ per caso un po’ per fortuna, in Italia.
Per anni la vita di Enaiatollah è una fuga continua tra poliziotti corrotti e violenti e trafficanti di uomini senza scrupoli. Ma anche in questo desolante panorama fanno la loro consolatoria apparizione la compassione e la solidarietà. Hanno il volto di un’amorevole vecchina greca, di un generoso ragazzo veneziano, di un’accogliente famiglia piemontese. I loro gesti di gratuita umanità dimostrano che non tutto è perduto, che è ancora possibile restituire la speranza a un’esistenza troppe volte ferita e umiliata.
Nel mare ci sono i coccodrilli è un libro che emoziona e commuove, ma fa anche sorridere. Nonostante la drammaticità dei fatti raccontati, mantiene sempre un tono lieve e pacato, con un pizzico di ironia, da cui traspare l’ottimismo che è la grande forza del protagonista.
È un libro che punta diritto al cuore e ci invita a riflettere. Dopo averlo letto non potremo più voltarci dall’altra parte e fingere di non vedere il carico di sofferenza nascosta dietro lo sguardo di molti immigrati clandestini. Sarà impossibile non interrogarsi su cosa possiamo o dobbiamo fare, come nazione e singoli cittadini, per evitare che odissee come quella del piccolo Enaiatollah Akbari si ripetano ogni giorno.
| La recensione de L'Indice |
 "Il fatto, ecco, il fatto è che non me l'aspettavo che lei andasse via davvero
". Comincia così, nel segno dell'imprevisto, il racconto in prima persona del precoce apprendistato alla vita di Enaiatollah Akbari, bambino afghano allora dell'età (presunta, in assenza di anagrafe) di dieci anni. "Lei" è la madre, che, dopo averlo accompagnato in Pakistan nascondendolo, nei passaggi rischiosi, sotto le pieghe di un burqa indossato giusto per l'occasione, lo abbandona in un samavat, "magazzino di corpi e anime", uno di quei posti in cui lì si stipa la gente in attesa di trovare un modo per migrare non importa dove. Quella notte, prima di addormentarsi, l'aveva sentita stringerlo a sé più a lungo del solito, e chiedergli tre promesse: non drogarsi mai, non usare mai armi e non rubare mai. Non sapeva che si trattava di un lungo addio per salvarlo dal suo destino di hazara, gli afghani "con gli occhi a mandorla e il naso schiacciato", forse discendenti dai mongoli di Gengis Khan, forse dai koshani, i più antichi abitanti di quelle terre, in ogni caso trattati come paria dagli altri. I pashtun, sunniti, avevano costretto il padre e altri hazara come lui, sciiti, al trasporto di merci dall'Iran ("per quel fatto sciocco che tra fratelli di religione ci si tratta bene") e, dopo che sul suo camion era stato depredato e ucciso dai banditi, pretendevano il figlio come schiavo per ripagarsi del carico perduto. La buca scavata in casa dove si nascondeva Enaiat (come veniva familiarmente chiamato) stava diventando troppo piccola. E poi c'era la minaccia dei talebani, che avevano fatto irruzione nella sua scuola e ucciso davanti a tutti i bambini, schierati nel cortile, il maestro che si rifiutava di chiuderla. Per i talebani, agli hazara spetta il Goristan: "Questo dicono. E Gor significa tomba". Era tempo di andare. La madre, separandosi da lui nel furtivo e coraggioso addio per tornare dai figli più piccoli, volle aprirgli uno spiraglio di futuro, la speranza di un altrove. Da questa infanzia soffocata prende avvio la straordinaria storia non-fiction narrata nel libro, uscito ormai un anno fa, presto balzato tra i più venduti e già tradotto in varie lingue, ma non effimero per l'esemplare vicenda che testimonia nella forma di un Bildungsroman del nostro tempo. Alla voce del protagonista presta la sua penna di scrittore con discrezione, rispetto, efficace mimesi dell'oralità, palesandosi solo in brevi corsivi dialogati, Fabio Geda, già autore di romanzi (Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, Feltrinelli, 2007; L'esatta sequenza dei gesti, Instar, 2008; e ora il più recente La bellezza nonostante, Transeuropa, 2011) sempre legati ai temi dell'adolescenza e della marginalità, cui lo ha reso sensibile la sua attività di educatore. Rimasto solo, Enaiat intraprende la sua avventurosa odissea che dal Pakistan lo porterà in Iran, in Turchia, e di lì in Grecia e in Italia, peregrinando senza meta prefissata per quasi cinque lunghi anni. Fa i lavori più svariati, venditore di strada, muratore, operaio tagliapietre. Si muove nel mondo parallelo dei reclutatori di braccia e dei trafficanti di esseri umani. Trova amici e compagni di lavoro e di viaggio. Osserva incantato altri coetanei che possono ancora far volare gli aquiloni o dedicarsi al suo gioco preferito del Buzul-bazi, con un osso di pecora bitorzoluto lanciato come un dado. Dorme nei cantieri, nei parchi, nelle stalle, tra le rocce. Si mantiene fedele ai precetti della madre, che trasgredisce solo in un caso, tra la neve e il vento della micidiale scalata delle montagne iraniane verso la Turchia, quando gli compaiono d'un tratto di fronte "le persone sedute. Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo". A uno ruba le scarpe, "molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno della mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno". Erano partiti in settantasette. Alla fine della traversata, durata ventisei giorni, ne mancavano dodici, morti nel silenzio lungo il cammino. È una moderna epica narrata in modo asciutto da Enaiat, sempre con leggerezza, persino autoironia, mai vittimismo. Prende atto di come va il mondo, anche quando è duro e violento, con naturalezza. Attraverso gli occhi del bambino "alto come una capra" diventano visioni fiabesche quelle delle "mucche selvagge", basse e tozze, che "correvano come diavoli" in un bosco della Turchia, ma non erano che cinghiali mai visti prima. O la fantasticata presenza nel mare dei coccodrilli, che continua a far paura a uno degli amici con cui prende il largo su un gommone per la Grecia, dove non tutti arriveranno. Ci sono anche gli incontri quasi miracolosi con qualche figura inaspettata di "angelo", che gli offre un pasto, dei vestiti, un biglietto di viaggio, gesti solidali preziosi. Ed è con sguardo sociologico che ci racconta delle reti di afghani sparsi nel mondo, di come si debba andare a cercarli nei parchi delle città, ricavarne informazioni, far scattare un contatto attraverso la catena dei cellulari. E arrivare a Roma già sapendo che si trovano alla piramide dell'Ostiense, e il numero dell'autobus per arrivarci. Enaiat approda infine a Torino, e la sua è una storia a lieto fine. Vi trova una nuova famiglia con due fratelli. Comincia la sua seconda vita. Frequenta la scuola e vuole lavorare nei servizi sociali, come l'accogliente funzionaria del Comune che l'ha preso in affidamento in casa sua. Aveva ventuno anni (forse) quando finisce il suo racconto degli anni vissuti "più al buio che alla luce" in terre sconosciute, cercando di rendersi "invisibile" nei doppifondi dei tir. È uno dei tanti nuovi cittadini del mondo. Che li chiama clandestini. Santina Mobiglia |
Recensioni 1 - 20 di 41 recensioni presenti. Media Voto: 4.31 / 5Moreno (02-01-2012) Insomma un po' mi ha deluso.
un po' noioso e senza spunti speciali. E si vede che è stato scritto da un italiano, con tutti i pregi e i difetti che la nostra cultura ci imprime da quando siamo nati. Si legge veloce solo perchè ha poche pagine. Non lo consiglio e non lo regalo. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
francesca borri (22-09-2011) penserò a Enaiat ogni volta che avrò bisogno di coraggio. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Sara (20-07-2011) Che bella storia! avventurosa e che non ti annoia mai. BELLISSIMO! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
FuscelloSpring (11-07-2011) Bellissimo libro. Mi è stato regalato per il mio dodicesimo compleanno da un'amica. In alcuni momenti ho detto "Non può essere una storia vera, nessun uomo può aver vissuto e sopportato tutto questo" ma poi mi dicevo " E invece sì, per ottenere la LIBERTA' molti hanno fatto tutto ciò". Quando Enaiat è arrivato in Italia, dopo tutto quello che aveva passato, mi sono chiesta come lo avremmo trattato noi italiani... ero quasi certa che anche la nostra polizia lo avrebbe picchiato e/o arrestato. Ma non è stato così, in quel momento mi sono sentita orgogliosa degli italiani, dell'Italia. Prima ero contro gli immigrati, ora capisco, o cerco di capire, che tutti sono uomini e doni di Dio e nessuno ha il diritto di togliere a qualcuno il desiderio di Vivere... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Massimo (22-06-2011) Non un capolavoro, ma certo un libro lieve e poetico. Non un saggio sull'immigrazione, ma letteratura, bella e anche insolita letteratura.Terminato, non puoi non guardare con altri occhi - più dolci e comprensivi - sulle strade e nelle spiagge i tanti stranieri che vivono nella nostra Italia. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
silvia (07-05-2011) Bel libro che affronta la tematica dell'immigrazione clandestina con umanità e delicatezza. Buon ritmo e costante coinvolgimento nei fatti narrati. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
saoirse (05-05-2011) Un libro prezioso: quando hai finito di leggerlo non sei più la stessa persona. Grazie all'autore che ha raccolto la storia di Enaiat, grazie a Enaiat che ha accettato di farcene dono. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
alex (10-04-2011) Libro stupendo,da fare leggere nelle scuole. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Cristiano (07-03-2011) E' un libro veramente bello e interessante, capace di aprire gli occhi su alcune realtà che troppo spesso rimangono ignorate o che sembrano comunque troppo lontane da noi. Ma il mondo, come si apprende facilmente da questa storia, è sempre più piccolo e anche ciò che accade a migliaia di chilometri da noi è come se accadesse dietro l'angolo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Grif (01-03-2011) Nel libro di Geda c'è tutta la potenza di una storia vera, di quelle che fanno riflettere sulla nostra condizione privilegiata di "occidentali". Il gesto di abbandonare un figlio ancora piccolo nell'intento, apparentemente paradossale, di salvargli la vita proietta il lettore in una realtà davvero lontana, raccontando una storia che è specchio del dramma di una popolazione intera. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Lorenzo (27-02-2011) come dice Enaiat nel libro "I fatti, sono importanti. La storia, è importante. Quello che ti cambia la vita è cosa ti capita, non dove o con chi." e la sua bellissima storia merita di essere letta. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Letizia (23-02-2011) Un libro ben scritto, in cui l'autore scompare, si aliena, per dar spazio e voce a chi davvero questa storia l'ha vissuta realmente. "Nel mare ci sono i coccodrilli" si legge così, tutto d'un fiato, perchè è narrato direttamente con il tono e l'espressività di Enaiatollah Akbari, un bimbo che ha dovuto imparare in fretta a diventare grande, a badare a se stesso, nella vita quotidiana di un Paese che non lo vuole.
Una storia innanzitutto vera, reale, da consigliare agli insegnanti quale utile lettura d'approfondimento scolastico per i loro alunni e per i propri figli. Per insegnare alle nuove generazioni che nulla è regalato nella vita se non sai guadagnartelo. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Megant (15-02-2011) Una madre è disposta a separarsi da suo figlio pur di dargli la speranza di un mondo migliore. Il figlio si ritrova solo, alla ricerca di un posto dove crescere ma questa ricerca sarà a tratti molto dura, segnata da un forte senso di precarietà e del continuo pericolo di essere rimpatriati o, peggio, mandati in un moderno campo di concentramento.
E' un libro molto tenero in quanto raccontato da un adolescente con il linguaggio degli adolescenti: molto semplice, essenziale ma nonostante questo ti arriva al cuore e ti fa vedere con occhio diverso lo straniero che cerca di venderti l'accendino fuori dal bar. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Mauro (15-02-2011) E' una storia con poco "mordente".
L'autore non riesce a fare emozionare il lettore più di tanto. La storia appare quasi edulcorata.
16 euro che si possono spendere meglio (anche se scontati). Voto: 2 / 5 |  |  |  |
marco (17-12-2010) ...è bello lo consiglio a tutti ... mi auguro davvero che qualche insegnante lo dia da leggere ai propri studenti per queste vacanze di natale ... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
barbara (10-11-2010) l'ho trovato splendido. Non vuole per forza commuoverti, mantiene uno stile discorsivo e appropriato alla storia raccontata da un ragazzo straniero, quindi con un vocabolario semplice che lo rende più vero. Vedo che qualcuno ritiene che questo libro non aggiunga niente e che in circolazione che ne siano molti altri migliori. Mi sembra abbastanza irrispettoso, non nei confronti di Geda, ma verso l'esperienza pazzesca di questo bambino...sarà perchè ho dei figli!! e anche il finale .... questa è la sua storia quindi se è finita così anche il libro finisce così. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Antonello (27-10-2010) Un libro interessante e coinvolgente. Molto scorrevole e dai contenuti forti. Mi sembra scritto cercando di mantenere uno stile "dialogo" e provando a non alterare le parole di Akbari in modo tale che ciascuno potesse fare una conoscenza personale del protagonista. Grazie a Fabio Geda Voto: 4 / 5 |  |  |  |
matty (06-10-2010) ciao a tutti..io questo libro lo consiglio vivamente..nel senso che la storia vera del ragazzino di 10 annni che un bel giorno si sveglia senza sua madre difianco e capisce da solo che dovrà scappare da quel posto per cambiare in un qualche modo il suo destino secondomè è bellissima..molto commovente..poi io sono riuscito ad assistere ad un incontro con l'autore ed è stato bellissimo...un viaggio attraverso molti stati..che è riuscito a commuovere tutti noi...e alla fine enaiaollah ha scoperto che nel mare ci sono davvero i coccodrilli... DA LEGGERE.... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
rain (01-10-2010) La storia, come tutte le storie di esodi, fughe e clandestinità, tocca l'anima.
Ma, senza mettere in dubbio la verdicita del racconto, sembra più una storia romanzata che un vero viaggio della disperazione.
Si legge bene, ci si riesce ad immedesimare, in certi punti, nella storia di questo ragazzino, ma secondo me non ha lo spessore per toccare, davvero, nel profondo.
Voto: 3 / 5 |  |  |  |
giuliano (23-09-2010) libro che non dice niente di nuovo, non fà altro che ripetere quanto già letto in precedenza
sembra un libro costruito a tavolino
mi lasciano molto perplesso ( giudizio personale) i voti alti assegnati a questo libro Voto: 1 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 40 Recensioni 41 - 41
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