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Cortellessa Andrea - Libri segreti. Autori critici nel Novecento italiano |
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Titolo | Libri segreti. Autori critici nel Novecento italiano |
| Autore | Cortellessa Andrea | Prezzo Sconto 10%
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€ 34,20 
(Prezzo di copertina € 38,00 Risparmio € 3,80)
|  | | Dati | 2008, 460 p., brossura |
| Editore | Le Lettere
(collana Saggi) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 settimane | | 
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| Andrea Cortellessa riunisce qui una prima serie dei suoi numerosi sondaggi in una tradizione aurea e al tempo stesso segreta della prosa italiana novecentesca, quella critica prodotta dagli scrittori in proprio (poeti come Montale, Fortini e Zanzotto, Giuliani e Sanguineti; narratori come Savinio e Landolfi, Gadda e Calvino, Manganelli e Celati): che, oltre a celare spesso in questa produzione apparentemente "minore" e laterale pagine invece cruciali dei loro rispettivi "libri segreti", hanno offerto capitoli decisivi nella storia della critica novecentesca. In un momento in cui sembra che si faccia a gara nel denunciare malumori, sconcerti e disincanti, rileggere questa produzione può concretamente indicarci linee di ricerca - "fantasie di avvicinamento", per dirla con Zanzotto - tali da almeno approssimarci alla particolare "realtà", tutta tangibile ed esperibile, della letteratura. Perché se è vero che, come sempre Contini ha insegnato, lo stile non è altro che "il modo che un autore ha di conoscere le cose", si rivela esercizio quanto mai istruttivo capire con quale "stile" questi nostri maestri hanno riconosciuto i loro, di maestri: così lasciandoceli in eredità.
| La recensione de L'Indice |
 Colpisce nei saggi di Andrea Cortellessa la totale complanarità, l'appassionata complicità tra l'autore e il suo oggetto. Un oggetto che, quali che siano gli autori di cui parla, è sempre lo stesso: il Novecento, una certa idea di Novecento. A quell'idea Cortellessa aderisce senza riserve, ripensamenti, rimorsi di coscienza. Il suo Novecento il Novecento manierista, intransitivo, difficile, quello che si crocefigge e si delizia con la sperimentazione formale e ha come corrispettivo una critica intitolata all'"infinito intrattenimento" non ha nulla da farsi perdonare. Non ha nemmeno bisogno di spiegarsi (o di essere spiegato): non deve lottare, perché ha vinto; non comunica perché è. In Cortellessa trova esito la grande tradizione del critico novecentista. Ma se nella vocazione di quei critici, da De Robertis a Garboli, da Gargiulo a Guglielmi, entrava un elemento di contingenza si era novecentisti perché si faceva critica militante nel Novecento , la vocazione di Cortellessa è monda di ogni accidentalità cronologica: il suo è un novecentismo d'elezione, un novecentismo al quadrato. Lo si vede bene in quest'ultima raccolta di saggi, dove l'autore si intrattiene appunto sulla critica di autori come Cecchi, Longhi, Fortini, Zanzotto, Calvino, Celati, Sanguineti e, su tutti, Giorgio Manganelli, cui dedica pagine di una penetrazione e di una felicità stilistica assolute. Scrittori che hanno fatto della critica un mezzo per conoscere e per conoscersi (lo stile, scrive Cortellessa via Contini, "è un modo di conoscere le cose"), depositandovi non tanto un catalogo di idee, teorie e giudizi di valore, ma il rovescio segreto di quel conglomerato di potenzialità, sempre imperfettamente passate all'atto nelle opere "creative", che chiamiamo convenzionalmente autore. Convenzionalmente perché, come mostra Cortellessa, buona parte della ricognizione d'identità dei suoi scrittori è fatta di un dialogo incessante, ansioso, insieme solidale e rivale tra di loro: Cecchi e Longhi, Calvino e Manganelli, Calvino e Celati, Fortini e Zanzotto, Manganelli e Celati, più altri di contorno (e che contorno: Gadda, Savinio, Landolfi, Pasolini
), che si spiano, si confessano, si leggono, si scrivono, si recensiscono, si capiscono e si fraintendono, si delimitano e si definiscono a vicenda. Più che autori, figure di un unico tappeto. Sta qui la sua sfida e il suo rischio: quello di ricomporre, al di là delle divergenze occasionali, un ventaglio di alternative che furono drammatiche nell'amorosa fusione di quell'uno-tutto che è appunto il Novecento, il suo Novecento, il secolo antimimetico e antirealistico della forma straniata, della frammentazione, dell'avanguardia latamente intesa (da cui la centralità di Manganelli, che ne è stato il cantore insieme più consapevole e più candido, perché il motto "Morte alla Vita e Lunga Vita al Libro" era già vecchio dopo Mallarmé). Un Novecento inteso come una categoria stilistica, che Cortellessa riproduce nella sua scrittura proliferante, interpolata da parentesi, e incisi, e incisi negli incisi, e costellata di lunghissime note in cui si aggiunge altro testo, altre citazioni, altri riferimenti, nell'aspirazione consapevolmente impossibile di dire se non tutto almeno di più, come nel Gadda dell'Adalgisa o nell'Arbasino dell'Anonimo lombardo. Dalla lettura del suo libro si esce perciò esilarati e un po' soffocati; si esce alla lettera, come da un teatro in cui regista e attori hanno fatto di tutto per costringerci a dimenticare che esiste ancora qualche cosa fuori, l'ombra di una realtà che aduggia la scrittura e le conferisce con la sua pressione forma e forza (o gliele toglie): la sua violenza, il suo silenzio, il suo frastuono senza stile. Anche questo è stato il Novecento, di cui però, salvo forse per bocca di Fortini, nel libro di Cortellessa non c'è traccia. Di qui, da questo limite, traggono origine la coerenza e la bellezza della sua operazione. Ma che importa poi che di Novecento ce ne sia più d'uno se ormai, come dicono tutti, ne siamo fuori? A meno che
Delle due l'una, infatti. O lo intendiamo storicisticamente come una maniera che si avvicenda con le altre (il barocco, l'arcadia, il postmoderno). O lo pensiamo invece come una sorta di pienezza dei tempi, come il venire alla luce di una possibilità necessaria, di una promessa di felicità insita non solo nel fatto letterario in sé, ma nel modo di intendere la convivenza e la comunicazione tra gli umani. Al netto di ogni filologia, sta qui il punto d'onore della sua rivisitazione. Ma non comporta questo ammettere, anche per Cortellessa, non tanto la precedenza della famigerata "realtà" sulla scrittura, quanto piuttosto l'idea di uno stile che non faccia più della chiusura su se stesso il suo blasone, nella consapevolezza che è ciò che ne sta fuori a conferirgli, insieme alla sua contingenza, anche la sua necessità? È la domanda che ci poniamo, e gli poniamo. D. Giglioli |
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