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Foer Jonathan S. - Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? | Jonathan Safran Foer, da piccolo, trascorreva il sabato e la domenica con sua nonna. Quando arrivava, lei lo sollevava per aria stringendolo in un forte abbraccio, e lo stesso faceva quando andava via. Ma non era solo affetto, il suo: dietro c'era la preoccupazione costante di sapere che il nipote avesse mangiato a sufficienza. La preoccupazione di chi è quasi morto di fame durante la guerra, ma è stato capace di rifiutare della carne di maiale che l'avrebbe tenuto in vita, perché non era cibo kosher, perché "se niente importa, non c'è niente da salvare". Il cibo per lei non è solo cibo, è "terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore". Una volta diventato padre, Foer ripensa a questo insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire suo figlio non è come nutrire se stesso, è più importante. Questo libro è il frutto di un'indagine durata quasi tre anni che l'ha portato negli allevamenti intensivi, visitati anche nel cuore della notte, che l'ha spinto a raccontare le violenze sugli animali e i venefici trattamenti a base di farmaci che devono subire, a descrivere come vengono uccisi per diventare il nostro cibo quotidiano. Potete essere vegetariani convinti o, al contrario, strenui sostenitori del consumo di carne: questo libro avrà comunque molto da dirvi. Non è infatti un manifesto del vegetarianesimo, ma un'indagine dettagliata e rigorosa sulla carne animale, la sua produzione e il suo consumo. Da dove viene la carne che finisce sui nostri piatti? Com'è prodotta? Come sono trattati gli animali e in che misura è importante? Quali effetti ha mangiare gli animali sul piano economico, sociale e ambientale? Jonathan Safran Foer, autore di culto diventato famoso con il suo romanzo d'esordio Ogni cosa è illuminata, parte da queste domande per compiere una riflessione appassionata su un tema che definisce a ragione «spinoso, frustrante e di grande risonanza», perché va a toccare tasti delicati come l'etica personale e dell'intera società, l'economia globale, le tradizioni più antiche, la nostra salute e quella dei nostri figli. Confermando la sua vocazione di narratore, il giovane scrittore americano sceglie di raccontarci tutto in un libro che è frutto di una grande quantità di ricerche e ha l'obiettività di un lavoro giornalistico, ma è anche una storia e come tale è stato concepito e realizzato. Una storia in cui trovano posto i ricordi dell'infanzia (dove la celeberrima madeleine proustiana cede il posto al pollo con le carote cucinato dalla nonna); campeggiano i dubbi e i sentimenti destati dalla recente paternità («Nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importate»); si affollano le riflessioni sul rapporto tra uomini e animali (spassoso il racconto del colpo di fulmine per la bastardina George adottata dall'autore). A questi si alternano i resoconti delle incursioni notturne negli allevamenti intensivi di polli e nei macelli industriali, le indagini sull'inquinamento causato dallo smaltimento delle deiezioni suine e bovine, le inquietanti scoperte sulle massicce dosi di antibiotici e ormoni somministrati agli animali allevati in batteria e le nefaste conseguenze sulla salute dei consumatori. Il successo della carne prodotta industrialmente è garantito, secondo Foer, dal fatto che nessuno, eccetto gli addetti ai lavori, ha modo di vedere in quali condizioni siano realmente allevati i capi di bestiame. Se coloro che consumano abitualmente il frutto della moderna industria zootecnica potessero constatare con i propri occhi i modi di vita innaturali e disumani a cui sono costretti i loro futuri pasti, difficilmente continuerebbero a consumarli a cuor leggero. La produzione intensiva ha aumentato la disponibilità di cibo, per tutti e a bassi costi, ma siamo davvero certi che questo sia sufficiente a giustificare i maltrattamenti di milioni di polli, vacche e maiali e i rischi alla salute a cui sottoponiamo il nostro fisico? Chi sostiene questo sistema perverso, che fa sì che quasi un terzo delle terre emerse del pianeta sia destinato al bestiame, che la gabbia standard di una gallina ovaiola sia più piccola di un foglio A4, che l'allevamento degli animali sia la causa numero uno del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, evidentemente ritiene che il fine giustifichi i mezzi. Davvero "niente importa", pur di salvaguardare interessi economici e soddisfazione della gola? Non ci sono alternative possibili? In fondo le statistiche ci dicono che il consumo di carne nei paesi occidentali è sproporzionato rispetto ad altri tipi di alimenti (gli americani scelgono di mangiare meno dello 0,25% del cibo commestibile conosciuto del pianeta) e che anche il ben calibrato consumo di prodotti di origine vegetale fornisce una quantità di proteine sufficiente al nostro fabbisogno. Inoltre come non considerare le implicazioni etiche delle nostre scelte: «Per quanto oscuriamo o ignoriamo questo fatto ci ricorda Foer, che insieme alla moglie ha sposato la causa vegetariana, sappiamo che l'allevamento intensivo è inumano nel senso più profondo del termine. E sappiamo che la vita che creiamo per gli esseri viventi più in nostro potere ha un'importanza profonda. La nostra reazione all'allevamento intensivo è in definitiva un test su come reagiamo all'inerme, al più remoto, al senza voce.» Questo libro, che è insieme racconto, inchiesta e testimonianza, ci invita con determinazione e con passione a riflettere e a non accettare passivamente le regole del mercato. Non ci fornisce una soluzione, ma dati oggettivi e spunti su cui ragionare, per farci un'idea della situazione e affrontarla ciascuno secondo le proprie esigenze, i propri valori e le proprie convinzioni personali.
| La recensione de L'Indice |
 Le ultime quindici pagine di Molto forte, incredibilmente vicino (2005; Guanda, 2005), il secondo e per il momento ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, non contengono del testo, ma una serie di istantanee di un corpo in caduta libera dal World Trade Center: una sequenza di fotogrammi che, sfogliati velocemente, riportano il corpo verso l'alto, come un filmato che si riavvolge bloccando le immagini nel tempo, permettendo di contemplarle e nello stesso tempo sconfessandone la natura pressoché insostenibile. Una sorta di onirico happy end visivo con cui l'autore ci inchioda a quanto avvenuto a New York l'11 settembre 2001, ci emoziona e intanto in qualche modo ci anestetizza. In quelle quindici pagine c'è, in tutta la sua controvertibilità, una ben determinata concezione della letteratura. Foer, si sa, è bravo a suscitare reazioni forti. Molti (sopratutto fra i lettori) lo amano alla follia, alcuni (sopratutto fra i critici) lo disprezzano e non ne fanno mistero. I suoi due romanzi Ogni cosa è illuminata (2002; Guanda, 2002) e Molto forte, incredibilmente vicino affrontano temi come le persecuzioni contro gli ebrei e l'attentato alle Torri gemelle con una scrittura carica di humour ma anche di trepidazione, semplice ma anche intricata, leggera ma anche ponderosa, divertente ma anche commovente. Una scrittura che somiglia a un gioco di prestigio, come quel corpo a mezz'aria che invece di cadere verso il basso risale verso l'alto. In questo suo terzo libro, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (azzeccata traduzione del più secco titolo originale Eating Animals), si ritrova quella voce acrobatica e intensa, ma qui la ponderosità ha decisamente la meglio sulla leggerezza. "Non si scherza su questo e non ci si gira dall'altra parte", dice a un certo punto l'autore parlando delle tecniche di macellazione. Non si scherza e non ci si gira dall'altra parte, pare voler dire Foer, perché, diversamente dall'Olocausto o dal terrorismo, gli orrori dell'industria zootecnica non sono ancora sedimentati nella coscienza collettiva. Anche se "sappiamo più di quanto ci interessi ammettere", confiniamo tale consapevolezza "nei recessi più bui e nascosti della nostra memoria". Ogni volta che addentiamo un pezzo di carne abbiamo la vaga sensazione che ci sia qualcosa che non va, ma è una sensazione che per lo più ci affrettiamo a rimuovere, pur di continuare a masticare in pace. Come scrive Derrida citato da Foer, "Gli uomini fanno tutto ciò che possono per nascondere o per nascondersi questa crudeltà, per organizzare su scala mondiale l'oblio o il disconoscimento di tale violenza". Come contrastare allora tale oblio, tale disconoscimento? Per Foer reso sensibile all'argomento dalla nascita di un figlio e dal conseguente desiderio di capire nel modo più concreto possibile "che cos'è la carne" prima di decidere se darla o meno da mangiare al suo bambino si tratta di rendere visibile quel che l'apparato industriale e governativo cerca in ogni modo di mantenere invisibile, si tratta di scavalcare i reticolati di filo spinato che isolano gli allevamenti dal mondo circostante, forzare le porte chiuse a chiave dei macelli, raccontare le cose come stanno trovando strategie retoriche capaci di scuotere l'indifferenza dei consumatori, nella certezza che "tutte le persone ragionevoli si troverebbero d'accordo, se avessero accesso alla verità". Forte di questo presupposto, l'autore parte dalla rievocazione della figura della nonna, ebrea di origine ucraina sopravvissuta per un soffio alla persecuzione e poi emigrata in America, descrivendo il suo rapporto con il cibo, il rapporto con il cibo di una persona che nella sua giovinezza aveva patito la fame fin quasi a morirne, ma che durante la fuga dai nazisti, pur avendone avuta l'occasione, si era rifiutata di mangiare carne di maiale, perché "se niente importa, non c'è niente da salvare". Una lezione con cui il nipote scrittore sente di doversi confrontare. Ripensando alla nonna, Foer chiede ai suoi lettori se, vivendo "in una nazione dalla prosperità senza precedenti, una nazione che spende per il cibo una frazione di reddito minore di qualunque altra civiltà della storia umana", paia loro un così gran sacrificio rinunciare alla carne di produzione industriale con tutte le sue innumerevoli controindicazioni, controindicazioni che il libro illustra con passione e con competenza (più di sessanta pagine di note rendono testimonianza alla meticolosità del lavoro di ricerca). "Noi non facciamo male ai membri della nostra famiglia. Non facciamo male agli amici o agli estranei. Non maltrattiamo neppure i mobili imbottiti", continua Foer, perché allora accettiamo di buon grado che gli animali vengano maltrattati e uccisi con tanta efferata crudeltà? Se noi americani siamo così probi come pensiamo di essere, insiste, perché abbiamo messo in piedi un sistema di produzione del cibo così efferato e pernicioso? E perché non facciamo niente per smantellarlo? Si tratta di un ostinato appello alla ragionevolezza che risuona come una nota di fondo in tutte le pagine del libro, e che si fonda sul presupposto della fondamentale inconciliabilità fra ciò che è e ciò che dovrebbe e potrebbe essere. Non a caso Foer, dopo aver passato in rassegna i molteplici mali dell'allevamento intensivo e aver prospettato le alternative possibili, chiude con un capitolo dedicato alla festa del Ringraziamento, trionfo dei buoni sentimenti e dei valori americani e nello stesso tempo trionfo dell'industria della carne. La proposta dell'autore, ovviamente, è festeggiare il Ringraziamento senza mangiare il tacchino, dal momento che "la scelta di non mangiare il tacchino sarebbe un modo più sentito per celebrare la nostra gratitudine". E, immaginando un mondo postcarnivoro, Foer conclude: "Siamo noi quelli a cui chiederanno a buon diritto: 'Tu che cos'hai fatto quando hai saputo la verità sugli animali che mangiavi?'". È una domanda che ne riporta alla mente altre, ed è un momento chiave del libro, il momento in cui il retroterra familiare dell'autore, la sua assiduità con la memoria storica dell'Olocausto e la battaglia etica contro l'industria della carne vengono a coincidere nel modo più evidente, benché Foer si guardi bene dall'azzardare un qualunque paragone fra allevamenti intensivi e campi di concentramento. È significativo che tale indecoroso paragone compaia invece con grande rilevanza in una delle pochissime altre opere letterarie contemporanee che trattino dell'industria della carne, La vita degli animali di J. M. Coetzee (1999; Adelphi, 2000). In queste conferenze in forma di racconto tenute alla Princeton University nel 1997-98 e poi pubblicate in volume, Coetzee attribuisce a un personaggio di finzione, la scrittrice Elizabeth Costello, due discorsi in cui lo sfruttamento degli animali viene definito "un'impresa di degradazione, crudeltà e sterminio che può rivaleggiare con ciò di cui è stato capace il Terzo Reich". Contestata e accusata di antisemitismo, nonché di "bestemmia", la scrittrice non recede dalla propria posizione, arrivando addirittura a spiegare così il proprio disagio nel trovarsi ospite di persone che mangiano carne: "È come se andassi a trovare degli amici, e dopo che ho fatto un'osservazione gentile sulla lampada che hanno in salotto, loro dicessero: 'Sì, è bella vero? È in pelle di ebrea polacca; secondo noi è la migliore, la pelle delle vergini ebree polacche'. Poi vado in bagno e sull'involto di una saponetta c'è scritto: 'Treblinka 100% stearato umano'. Sto forse sognando?, mi chiedo. Che razza di casa è mai questa?". Nell'ostinazione alla bestemmia da parte della protagonista di Coetzee c'è un'idea della natura umana radicalmente diversa da quella che emerge dalle considerazioni sempre condivisibili ed equilibrate dell'autore di Se niente importa. Per Coetzee gli esseri umani non sono, alla stregua dei commensali di Foer alla tavola del Ringraziamento, un po' pigri ed egoisti, ma fondamentalmente buoni. Sono invece irredimibili complici di "un crimine di proporzioni stupefacenti", un crimine che nelle sue pagine finisce per identificarsi con la vita stessa. Così, se Foer dopo aver denunciato una terribile sfilza di nefandezze e aver fornito dati agghiaccianti può malgrado tutto rassicurarci con la consolante visione di un mondo futuro redento dalla consapevolezza, Coetzee dopo aver accuratamente evitato di enumerare "il lungo elenco di orrori che punteggia la vita e la morte" degli animali ci lascia invece con l'immagine di una Elizabeth Costello incapace di conciliarsi con i suoi simili e in lacrime fra le braccia del figlio: "Lui accosta, spegne il motore, prende sua madre tra le braccia. Inspira l'odore di crema idratante, di pelle vecchia. 'Su, su' le sussurra in un orecchio. 'Su, su. Tra poco passa'". Tuttavia, l'effetto prodotto da queste due opposte strategie non è affatto scontato. Foer pare non avere dubbi sull'efficacia della sua operazione. È come se dicesse al lettore: io con la mia scrittura ti ho fatto vedere quel che non avevi mai potuto vedere. Ora sai la verità, dunque agirai di conseguenza. Ma il lettore lo farà? Pare lecito dubitarne. Coetzee sembra al contrario alquanto perplesso, come se in fondo non sapesse che farne dei tormenti e delle sfuriate di Elizabeth Costello. Eppure, alla fine, forse è proprio lui a condurci davvero a "seguire fianco a fianco la bestia sospinta lungo la rampa che conduce al suo carnefice". Norman Gobetti |
Recensioni 1 - 20 di 21 recensioni presenti. Media Voto: 4.47 / 5diegoilterra (30-01-2012) dopo Liberazione Animale di P.Singer, questa è la lettura più consigliata a tutti coloro che voglio togliersi il "prosciutto" dagli occhi (e non solo da quelli)una volta per tutte....
orgoglioso di essere vegano! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Maila (28-11-2011) sono vegetariana da 18 anni,quindi sapevo cio' che ci avrei trovato..eppure,l'indagine svolta e' di cosi' ampio respiro da avermi comunque colpita...certe parti non mi hanno fatto chiudere occhio.e' un libro che dovrebbe diventare testo scolastico:solo obbligando la gente a sapere si potra' cambiare qualcosa!invece il sistema conta proprio sulla "beata ignoranza" delle masse...in questi giorni in televisione e' esploso il caso delle mucche letteralmente trascinate al macello,quindi per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento questo e' il testo giusto..e non crediate siano episodi isolati o limitati all'estero...questa e' la realta' ovunque ormai,e accettando tutto cio',mangiando carne,siete complici di questo abominio. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
MARCO (09-05-2011) Terminato di leggere il libro di Foer sono diventato orgogliosamente un vegano!
Ringrazio l'autore per avermi fatto scoprire che l'acqua calda scotta... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
michela (30-01-2011) Foer ha posto, in questo libro, non soltanto la questione cruciale dell'onnipotenza umana sulle specie animali e su tutta la natura, bensì anche quesiti etici che riguardano l'uomo in quanto tale:è uomo colui che perde le sue tradizioni più salde, quelle che lo avvicinavano alla natura e al cibo in maniera più originaria? Il libro trae la propria linfa vitale dalla ritrattazione della nostra modalità inumana di intendere "ciò che ci viene messo a disposizione".I temi che affronta sono complessamente intrecciati, a volte non sempre esaurientemente trattati, eppure a mio avviso sempre efficaci.Credo che di fronte a certe descrizioni raccapriccianti sia molto difficile rimanere insensibili. Eppure tutti sappiamo, pochi (re)agiscono.Ma come dice l'autore "non reagire è una reazione, siamo responsabili di ciò che non facciamo". E ci butta il peso sulla coscienza delle generazioni a venire, quelle per le quali forse varrebbe davvero la pena essere meno frettolosi e più etici. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Bernard Dino (30-08-2010) Lo immaginavamo anche prima, solo che adesso sarà più difficile chiudere gli occhi. L’unica speranza, per me e per quelli come me, che per ignavia, pigrizia e ferocia d’animo, nonostante questa lezione, probabilmente non diventeranno vegetariani, è di dimenticare tutto in fretta.
Comunque tranquilli: tra vent’anni questo libro sarà preistoria e gli onnivori saranno estinti, come i fumatori nei bar. Chi l’avrebbe detto, vent’anni fa? E’ strano, ma l’umanità si evolve…
“Se niente importa, non c’è niente da salvare”, dice la nonna dell’Autore. Un comandamento che ne vale otto. Più che una nonna, un samurai.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Umberto Maffei (07-07-2010) ...F parte da posizioni di ex carnivoro pentito e muove alla difesa di una consapevolezza alimentare nuova,più rispettosa e attenta al benessere degli animali..Le sue idee sono più di rottura nella società americana,dominata da un’industria della carne e del pesce che..segrega in lager,ammassati polli,tacchini,maiali,salmoni(ehm non tutti insieme…almeno questo),li droga,li sottrae alla loro natura,ne altera le specificità genetiche. Il che di certo non manca in Italia,ma forse non(ancora?)nelle proporzioni americane.F.è contro l’allevamento intensivo,contro la violenza sugli animali e riesce ad ammetterne l’uccisione di alcuni per scopi alimentari:purchè siano trattati bene,lasciati liberi di pascolare, di assecondare i loro istinti,di vivere una vita felice e spensierata,non privati di luce,di ozio,di relazione con l’ambiente.Le sue idee–poche-sono semplici e ragionevoli.E lì è il fatto.Comprare un libro così significa voler andare più a fondo:che si vogliono indagare certi nodi etici e bioetici,indagare cos'è un’alimentazione carnivora oggi,quali nervi scoperti la scelta di assumere proteine animali tocca nel consumatore (in quello più consapevole),se ne tocca.Il massimo di sofisticazione intellettuale che lo scrittore introduce,nel corso di300pagine arraffazzonate,ripetitive,un po’noiose,è proprio questo:concede che mangiare gli animali smuove corde molto sensibili,ci fa oscillare tra estremità forti(“diventi un attivista o disprezzi gli attivisti”).Probabilmente sono troppo severo?Il fatto è che questo libro per chi si è già vagamente interessato all’argomento,forse non aggiunge nulla;per chi appena vi si accosta può dare un utile,iniziale approccio alla questione animalista.F ambiva scrivere un manuale di rivoluzione animalista-ecologista,ma le sue elaborazioni etiche sono da peso piuma filosofico.Il lettore curioso,magari disposto a mettere in discussione la sua responsabilità di carnivoro,si rifugi nelle insuperabili 20 pagine di “Considera l’aragosta" di DFW.(estratto di una recensione di Umberto Maffei Voto: 2 / 5 |  |  |  |
mari (23-06-2010) condivido l'opinione di Claudio. Il pericolo più grande da cui questo libro ci mette in guardia è l'ignoranza, il non sapere (e soprattutto non voler sapere) da dove viene la carne che compriamo bella impacchettata al supermercato. Dovrebbero leggerlo tutti, al di là di un'eventuale scelta vegetariana,per porsi in maniera più coscienziosa e responsabile di fronte a temi di questo tipo. Ma,si sa, "occhio non vede..." Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Luca Mancini (23-06-2010) stupendo, completo, esaudiente!
conferma quello che ormai affermanoi anche l'onu, la fao e altre organizzazioni mondiali: ridurre il consumo di carne per salvare il mondo.
e soprattutto, se si ha un cane inc asa che dorme sul divano e lo si lava tutte le settimane, non significa che si amino gli animali!
piu' coraggio, nella vita bisogna sempre migliorarsi! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Linda (18-06-2010) Assolutamente da leggere! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
claudio (15-04-2010) Che dire dopo un libro del genere? Avevo letto i precedenti due romanzi di Foer e mi erano piaciuti molto e pensavo che anche questo fosse una serie di aneddoti in modo da arrivare ad essere vegetariani. Invece mi sono trovato di fronte ad una accusa enorme, ad un modo di allevare (ma non è la parola giusta) gli animali in modo industriale per avere costi sempre più bassi, senza alcun rispetto prima per gli animali stessi, e poi anche per l'ambiente. Le cifre che Foer ci sforna sono impressionanti: l'unica consolazione, se così possiamo dire, è che sta parlando dell'America: spero che in Italia le cose avvengano un po' più umanamente.
La prima reazione sarebbe quella di diventare vegetariano o addirittura vegano; credo però che, mangiando davvero già adesso poca carne durante la settimana, cercherò di limitarla ancor di più e in particolare di acquistare carne, uova e latticini in posti dove se ne conosca la provenienza. Non è impossibile: non possiamo dare all'industria tutto quel potere che si è presa negli ultimi 60 anni.
Senza contare l'altra grande industria, quella farmaceutica, con tutte quelle tonnellate di antibiotici e quant'altro che portano montagne di profitto e danni irreparabili all'uomo e all'ambiente. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Francesco Pullia (14-04-2010) Il libro di Foer costituisce una fondamentale testimonianza sui danni inferti al pianeta dagli allevamenti intensivi e sui livelli di follia e crudeltà originati da un sistema nutrizionale indotto dalla politica delle grandi catene alimentari. Se davvero ci stanno a cuore le sorti della Terra, considerati gli effetti devastanti prodotti dagli allevamenti intensivi e la loro rilevante incidenza sul riscaldamento globale, diventa essenziale la scelta di nutrirsi o no con carne o pesce.
Nel corso della sua ricerca durata quasi tre anni, l’autore ha potuto verificare con visite dirette, interviste a numerosi addetti ai lavori, rischiose incursioni notturne quale inferno, ai più inimmaginabile, si cela dentro capannoni, mattatoi, stanzoni con macchinari per la confezione di alimenti destinati a finire sulla tavola di chi non vuole aprire gli occhi sugli olocausti perpetrati dall’industria della carne, dei prodotti ittici (si pensi alla tremenda pesca a strascico, a quella con il palangaro o con rete a circuizione), delle uova. È in corso una vera e propria guerra di sterminio che non esita a ricorrere alla manipolazione genetica, alle torture più efferate, all’impiego di antibiotici e dei più diversi tipi di farmaci per nutrire forzatamente e in modo innaturale gli animali in batteria. Stipati, violentati, con i becchi recisi, le code e le zampe mozzate, le branchie tagliate, coperti di sangue e di piaghe, sventrati con i figli ancora in grembo, disidratati, dissezionati senza aspettare che almeno siano morti, ridotti a oggetto, mercificati, massacrati nei campi di concentramento che ovunque pullulano nel mondo, gettati in gigantesche fosse stracolme di sterco e urina, gli animali ci interrogano, chiedono risposte che non si possono eludere.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Andrea (13-04-2010) Mi pare un testo molto equilibrato e, come spesso capita, sono proprio le cose equilibrate che hanno effetti potenzialmente dirompenti. E' importante che uno scrittore famoso abbia scritto questo libro e che se ne stiano vendendo tante copie. Ciò può essere certo d'aiuto per chi non sostiene, o non sostiene per così dire a spada tratta, la rinuncia totale al consumo di carne , ma che, perlomeno, chiede un po' più di tutela per la qualità della vita degli animali. Il che, a pensarci bene era quello che facevano i nostri nonni, non gli antichi romani. L'altro aspetto importante di questo testo è che richiama l'attenzione sul concetto di consapevolezza e responsabilità. Se noi mangiamo carne (e io la mangio) dobbiamo essere consapevoli e coscienti che quello che mangiamo era un essere vivente. La spersonalizzazione dei "pezzi" dei supermercati (irriconoscibili) è maledettamente somigliante al processo di barbarie moderna di cui parlò Baumann oltre venti anni fa nel suo libro "modernità e olocausto". Chi come me è cresciuto con nonni "quasi" contadini sa come si ammazzano le galline, i conigli e gli altri animali commestibili. Ma questa conoscenza è così diffusa?
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Paola (10-04-2010) Letto, mi è piaciuta la frase che sintetizza un pò tutto: se niente importa, non c'è niente da salvare. Libro importante perché viaggia non solo tra gli addetti ai lavori, cioé persone che come i vegetariani si documentano su questo, ma verso tutti e, spero, con esiti dirompenti.
Tra i commneti mi ha colpita, negativamente quello di chi parla del riso che ha effetti negativi e delle mucche che si incazzano. La lettura diffonde cultura. di fronte a certi commneti non si può che rimanere attoniti e sbigottiti... il resto a chi ha contezza. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
alex (04-04-2010) Ho sposato la cuasa vegetariana 4 anni or sono e sitmo immensamente i vegani, di cui un giorno, spero non lontano,anche io farò parte. Il libro è sicuramente da leggere ma ideologicamente non è il max per come la vedo io. Foer fondamentalmente non trova niente di sbagliato nel mangiare carne, la sua è una pura battaglia contro l'allevamento intensivo (giustissima chiaramente!), e lascia aperto lo spazio per una terza via, l'allevamento sostenibile cosa che secondo me non è fattibile. Non esiste una terza via. Esiste il mangiar carne perchè mi piace o il non mangiarla perchè io non mangio i miei amici. Punto. Penso che il far pensare alla gente che in qualche modo si poss consumare carne che non proviene da crudeltà non faccio altro che confondere le idee. Ho letto una decina di libri sull'argomento e questo non è sicuramente il migliore. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Andrea (28-03-2010) " L'allevamento intensivo cessera' prima o poi per via della sua assurdità economica. E'completamente insostenibile. La Terra finira' per scuoterselo via di dosso, come un cane si scuote via le pulci; resta da vedere se finiremo scossi via anche noi." Voto: 5 / 5 |  |  |  |
dario dariolucky@hotmail.com (15-03-2010) non c'è peggior sordo di colui che non vuole ascoltare o non vuole condividere la diversità dell'altro. questo è un appunto sul commentatore precedente che credo sia carnivoro o meglio onnivoro. Non discuto ciò che dici, perchè ho solo 2000 caratteri per poterti spiegare ciò che voglio dire. L'essere vegetariano non è solo un modo di essere salutista, è uno stile di vita, che si basa sulla non violenza e il rispetto della vita animale. è ecologia e biologia, è importarsi dell'altro, dare un valore e non un prezzo alla vita che annientiamo per voracemente ingurgitare più di quanto il nostro corpo necessita. Animali nati per morire, uccisi, smembrati, sparati, conficcati, fatti soffrire affinchè si possa sfruttare anche la pelle, la pelliccia e la carne non perda sapore. ogni giorno è un olocausto per gli animali. Inviterei le persone ad uccidere da sè gli animali che vogliono mangiare. Animali rinchiusi in gabbie, camion, mortificati, che tragucitano sporcizie e scarti, che dormono sui loro escrementi, che vengono indotti a produrre latte, indotti ad ingrassare, indotti ad accoppiarsi, indotti a deliziare il palato di qualche avaro. Vegetariani è il rispetto per la vita nella sua totalità, come quando si rispetta una persona così anche un animale.
Infine un appunto particolare: un'aspetto è il sopravvivere e un altro è il vivere. Noi umani siamo così fortunati che dobbiamo solo vivere perciò possiamo ricavare il cibo dall'agricoltura, l'altro è il sopravvivere come molte popolazioni africane che sono costrette ad uccidere animali (anche se molti non lo fanno), ma fa parte in quel contesto sempre del ciclo della vita dove non si stravolge la catena alimentare.
Non so che studi fai, ma un kilo di carne inquina quanto venti di riso, non credo sia lo stesso. e onestamente non credo che emette metano come i peti delle mucche... poveri noi... anzi poveri animali che devono morire prima di vivere Voto: 5 / 5 |  |  |  |
emanuela (15-03-2010) sto leggendo il libro, lentamente, non perchè non sia interessante, anzi.. perchè è meglio riflettere sui dati citati, sulle sofferenze delle "bestie" provocate dagli "umani" per le loro "fami".
Un filosofo molto famoso diceva che siamo ciò che mangiamo...... bè basta aprire gli occhi e guardarsi attorno....
N.B. io sono figlia di macellaio in pensione.
Mio padre conferma i maltrattamenti fatti, specialmente negli allevamenti intensivi, gli ormoni e quant'altro....
le vere bestie siamo noi.!
non aggiungo altro....... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
muccapazza (15-03-2010) Ottimo libro che getta un po' di luce sull'agghiacciante mondo dell'allevamento industriale, il quale produce ormai il 95% della carne in commercio nel mondo. Lo scopo dell'autore non è quello di fare proseliti vegetariani (anche perché lui stesso mette in mostra il proprio accidentato e difficile percorso pieno di dubbi e tentennamenti) ma quello di aprire gli occhi e renderci più consapevoli riguardo a ciò che portiamo in tavola ogni giorno, che non sbuca dal nulla e non proviene nemmeno più dalle vecchie fattorie di una volta, che ancora nutrono la nostra immaginazione. I problemi che il sistema di allevamento industriale porta sono di tre ordini: 1) l'atroce sofferenza causata agli animali 2) il danno ambientale (il settore incide sul riscaldamento globale più di quello dei trasporti, senza contare l'inquinamento delle falde acquifere) 3) le gravi minacce per la salute umana provocati dalle allucinanti condizioni in cui sono tenuti e 'lavorati' gli animali. Le risposte dell'autore a questi problemi non sono semplici, e non si limitano a proporre la scelta vegetariana (sebbene sia la più coerente) ma anche a vagliare metodi di allevamento alternativi e pi rispettosi per l'animale e per l'ambiente. Certo le descrizioni delle condizioni in cui sono tenuti gli animali sono così sconvolgenti da mettere in discussione se valga veramente la pena, potendo scegliere tranquillamente di mangiare qualcos'altro, di provocare tanta sofferenza solo per il piacere del nostro palato. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
raffaele (10-03-2010) Ci ciberemo di erba medica così il mondo sarà salvo.
Questo libro è come tante cose che si leggono, forse compresa quella del sottoscritto, una enorme contraddizione e ipocrisia.
Si parla dei danni degli allevamenti e poi si consiglia di essere vegetariani e quindi mangiare anche il riso, dico bene?Vegetariani, la domanda è rivolta a voi.Mangiate anche il riso vero?Orbene le tonnellate di riso che si coltivano hanno il grande effetto di produrre sostanze che inquinano l'aria.Informatevi bene e vedrete che è così.Dunque niente riso, niente carne, allora che si mangia?Pane e verdura.Bravi!!proprio pane e verdura.Ma anche la verdura e il grano hanno i loro risvolti negativi che ora non sto a spiegare perchè ci vorrebbero mille pagine di scritti e in più sono vita così come lo è una mucca e dunque perchè togliere loro prematuramente la vita.
Ecco, trovato...si mangia erba medica!!!Attenti però, potrebbero incazzarsi le mucche. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Domenico domiello@email.it (08-03-2010) Inchiesta veramente meritoria quella di Foer a cui va un plauso incondizionato da parte mia e di tanti altri che la pensano allo stesso modo.
Purtroppo questo libro/inchiesta non cambierà assolutamente nulla nelle abitudini alimentari delle persone perchè la stragrande maggioranza di queste se ne fottono bellamente di tutto ciò e continuano a comprare tonnellate e tonnellate di carne a banconi dei super mercati o nelle macellerie in attesa di un nuovo morbo più letale di quello della mucca pazza che li faccia schiattare una volta per tutte. Amen!
Scusate lo sfogo e spero che non me la cestiniate
Voto: 5 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 21
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