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Illich Ivan - Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti | Uno dei poteri forse più indiscussi del nostro tempo è quello degli esperti, che mettono la propria conoscenza al servizio degli altri. Ma le enormi risorse che impieghiamo, come singoli e collettivamente, per i servizi sanitari, per l'istruzione, per l'assistenza legale, per i servizi socio-assistenziali, portano davvero a ottenere risultati altrettanto consistenti? I professionisti dispongono di un pericoloso potere a doppio taglio, perché il loro aiuto può accompagnarsi a una sistematica disabilitazione dei cittadini rispetto al controllo della propria vita. Questa raccolta di saggi, con i contributi di alcuni altri studiosi, è apparsa per la prima volta nel 1977 e viene qui riproposta in una nuova traduzione italiana. Una lettura che anticipa con acutezza concetti fondamentali, oggi ancor più di ieri, per la lettura e la comprensione della società attuale.
| La recensione de L'Indice |
 Il lavoro di Illich e colleghi (Irving K. Zola, John McKnight, Jonathan Caplan e Harley Shaiken), apparso per la prima volta nel 1977 e qui riproposto in una nuova traduzione, riassume una delle tesi centrali della sua opera: le tecnologie e le istituzioni finiscono con il tradire gli scopi per cui sono state create. Esperti e professionisti, detentori di saperi sempre più esclusivi e legittimati, acquisiscono il potere di definire i bisogni e le linee di sviluppo di una società, e di escludere chi non si attiene all'ortodossia che essi delineano. Le corporazioni di specialisti sono, nelle parole dell'autore, "radicate più profondamente di una burocrazia bizantina; più internazionali di una chiesa universale; più stabili di qualsiasi sindacato; dotate di più competenze che uno sciamano; con una presa ferma sopra le loro vittime più di qualsiasi mafia". In questa "era delle professioni disabilitanti", politici succubi di professori e professionisti rinunciano al loro potere di decidere, lasciando agli esperti non solo il compito di individuare i problemi e i temi in agenda, ma anche quello di tracciare le strategie e di definire le soluzioni. Ma come si concretizza questa dominanza delle professioni? Il passaggio fondamentale è la legittimazione dell'élite degli esperti, che avviene spesso attraverso strumenti normativi che riconoscono loro l'autorità di intervenire in determinate sfere della vita sociale. In questo modo gli specialisti "acquisiscono il potere legale di creare il bisogno, che, in base alla legge, essi soli hanno poi il potere di soddisfare". Il continuo espandersi di questa dominanza fa sì che "in ogni ambito in cui possa essere immaginato un bisogno umano, queste nuove professioni, dominanti, autoritarie, monopolizzatrici, legalizzate e nello stesso disabilitanti sono divenute le depositarie esclusive del bene pubblico". E proprio in quest'azione accentratrice consiste la funzione disabilitante degli esperti. Porzioni sempre più vaste della vita sociale sfuggono al controllo della gente comune, che si trova costretta a delegare a professionisti funzioni (dal parto al cosiddetto lavoro di cura) che pure hanno accompagnato l'essere umano fin dalla sua comparsa sulla terra. I saggi che fanno da corollario all'analisi di Illich mostrano queste dinamiche all'opera relativamente a quattro diverse categorie professionali (i medici, gli assistenti sociali, gli avvocati e i manager), ricostruendo uno scenario inquietante in cui le etichette di malato e sano divengono una forma di controllo sociale, la complessità dei corsi di vita viene ridotta a un insieme di carenze e colpe, e un lessico e un insieme di procedure incomprensibili si trasformano in "caricature della complessità". Non solo, il cittadino trasformato "in un cliente che deve essere salvato dagli esperti" viene privato in questo modo anche del potere di reagire al loro dominio. Potenti miti quali il progresso tecnologico, la qualità e la moda sostengono questa illusione. Nella sua visione Illich lascia però uno spazio al cambiamento, e scorge i sintomi di un nascente scetticismo verso gli esperti, del ritorno a un'era di partecipazione in cui i bisogni siano definiti dal consenso comune, e dell'affermazione di una forma di "ethos post-professionale", che non consiste tanto nell'imparare a fare ciò che fanno gli esperti, quanto nel non accettarne la visione del mondo. La previsione circa l'imminente fine di quest'epoca di professioni disabilitanti può forse apparire, a oltre trent'anni di distanza, poco condivisibile. Nondimeno, la lucida analisi e la natura del tema trattato appaiono quanto mai attuali. Sandro Busso |
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