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Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa |
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Titolo | Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa |
Prezzo Sconto 15%
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€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2007, 181 p., brossura, 4 ed. | | Curatore | Tinti B. |
| Editore | Chiarelettere
(collana Reverse) |
| | Disponibile anche in ebook a € 5,99 |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| "Il cittadino che abbia voglia di capire perché molte persone condannate per reati finanziari le ritroviamo coinvolte in scandali successivi; perché perfino i reati più comuni (rapine, estorsioni, sequestri di persona, omicidi) spesso sono commessi da gente che è già stata condannata per altri reati; perché il processo termina, nel 95% dei casi, con una sentenza di non doversi procedere per prescrizione. Per capire perché accade tutto questo, è necessario sapere che cosa succede nelle aule dei tribunali e come si lavora nelle Procure. Ecco un libro che finalmente lo racconta. Se si supera lo choc di queste testimonianze offerte da vari magistrati e avvocati, sarà poi più facile valutare le esternazioni in materia di giustizia che provengono dal politico di turno, di volta in volta imputato, legislatore, opinion maker, e spesso contemporaneamente tutte queste cose." Accompagna le testimonianze un testo illustrativo ad uso dei cittadini, per capire come funziona la giustizia (la pena, i gradi di giudizio, le indagini, il processo). La prefazione al libro è di Marco Travaglio. Bruno Tinti è procuratore aggiunto presso la Procura di Torino. "Uno di quelli che prende ordini dal procuratore capo e non ne può dare ai sostituti." Si occupa di reati finanziari: falsi in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale, bancarotta.
| La recensione de L'Indice |
 Il sottotitolo potrebbe indurre fraintendimenti. I "racconti" riguardano solo la giustizia penale. E nella stragrande maggioranza dei casi non secondo il punto di vista di chi la "fa", bensì di chi la promuove, il pubblico ministero, che è poi la professione del curatore. Un libro di agevole lettura per i non addetti ai lavori, ai quali essenzialmente è rivolto. Grazie alla scelta di rifuggire dai tecnicismi, a favore di un linguaggio molto semplice, addirittura venato di giovanilismo e con sparse concessioni al turpiloquio. Si paga il costo di qualche imprecisione e grossolanità nella descrizione di singoli aspetti del processo penale, che però si lasciano perdonare grazie all'esattezza del quadro di insieme e anche al divertimento che a tratti si ricava dalla lettura. Un desolante quadro di devastazione, che emerge anche dai risvolti amaramente comici. I racconti di Bruno Tinti e dei suoi anonimi (chissà perché) collaboratori si occupano soprattutto dei delitti commessi dai cosiddetti colletti bianchi. Delitti per i quali l'inefficienza della giustizia penale si segnala non già per l'incertezza della pena di cui tanto si parla, ma per la certezza pressoché assoluta della sua non applicazione. Uno stato delle cose che giustifica non solo la civile indignazione manifestata dagli autori, ma anche il senso di frustrazione già evocato dal titolo del libro. Chi indaga su abusi edilizi, truffe allo stato o alla Comunità europea, corruzione, concussione, falsi in bilancio, evasione fiscale e si tratta spesso di indagini complicate e impegnative su delitti che destano (dovrebbero destare) un grave allarme sociale per le conseguenze rovinose sulla vita della collettività sa già in partenza che il suo sarà un lavoro fatto per niente: il colpevole non sconterà (quasi) mai la punizione. Di qui, osservo di passaggio, la comprensibile tentazione dei pubblici ministeri di chiedere e spesso ottenere la custodia cautelare in carcere, anche quando l'esistenza dei relativi e molto restrittivi requisiti di legge appare dubbiosa, all'evidente scopo ovviamente non dichiarato di far scontare almeno un breve periodo di privazione della libertà al presunto colpevole prima di una condanna, minacciata dal codice, ma che non verrà mai. Le cause denunciate di questo inutile girare a vuoto sono numerose. Su molte di esse non si può che concordare. Su altre bisognerà esprimere preoccupate obiezioni. È certamente vero che recenti interventi del legislatore dimostrano la volontà di sottrarre il ceto politico e imprenditoriale (moltissimi politici sono imprenditori o parenti o affini di imprenditori) alla responsabilità penale per alcune categorie di reati. Nella scorsa legislatura una tra le più famigerate cosiddette leggi ad personam ha in buona sostanza depenalizzato il falso in bilancio: rimane il titolo di reato, ma circondato di tali ostacoli da renderne la repressione praticamente impossibile. Si tratta di un caso eminente di ipocrisia legislativa. Fenomeno purtroppo frequente, sul quale varrebbe la pena che si esercitassero le capacità concettuali e ricostruttive di qualche eminente giurista. Ed è anche vero che i vizi denunciati nell'esercizio dell'autogoverno della magistratura, fondamentalmente dovuti alla degenerazione corporativa delle correnti, influiscono negativamente sull'efficienza dell'amministrazione della giustizia nel suo complesso e rappresentano la causa non ultima dell'interminabile durata dei processi. Giusto contestare la perenne positività dei giudizi sull'impegno e la professionalità dei magistrati, così da rendere burocraticamente automatica la carriera "economica" senza guardare al merito. Ancora più giusto lamentare che la scelta dei dirigenti troppo spesso viene praticata guardando agli equilibri di corrente, piuttosto che alle esigenze della funzione. Si legga al riguardo l'esilarante descrizione dell'incapacità e delle tendenze al quieto vivere di un presidente di tribunale nell'unico "racconto" dedicato all'attività giudicante. Né si può dubitare del fatto che l'assurda disciplina della prescrizione, che non prevede l'effetto interruttivo a seguito dell'esercizio dell'azione penale (come avviene per l'esercizio dell'azione civile), contribuisce enormemente all'inflazione dei procedimenti e alla conseguente semiparalisi del meccanismo giurisdizionale. Una grande percentuale di processi è infatti tenuta in piedi da imputati sicuramente colpevoli, ma abbastanza ricchi da poter sostenere i costi della difesa nei diversi gradi di giudizio, al solo scopo di ottenere la declaratoria di proscioglimento per prescrizione, con inevitabile effetto di circolo vizioso sulle durate processuali. L'ovvia conclusione tratta dal curatore è che la giustizia penale ha una forte connotazione di classe, riducendosi, a parte le causes célebres per i grandi delitti di sangue che attirano l'ossessiva attenzione dei media, a somministrare la galera a legioni di poveracci (molti extracomunitari) che delinquono per cercare un sostentamento. Che gli insufficienti strumenti di welfare e di promozione del lavoro non assicurano, bisognerebbe aggiungere. Fenomeno del resto non solo italiano (si veda il bel saggio di Elisabetta Grande sull'ordinamento nordamericano recensito in questa rivista, cfr. "L'Indice", 2007, n. 10). Le perplessità nascono quando tra le cause del disastro che affligge i meccanismi repressivi della criminalità il curatore elenca puntigliosamente i diversi aspetti "indulgenziali" del sistema, concepiti come se contribuissero ai fallimenti subiti dall'esercizio dell'azione penale. Qui probabilmente gioca la funzione di pubblico ministero esercitata dal curatore e da gran parte degli anonimi autori. Come se, per ragioni di mestiere, un accusatore pubblico dovesse tendere a concepire esclusivamente la funzione punitiva del carcere, così da sentirsi sconfitto quando la pena viene fortemente ridotta o addirittura sostituita da misure alternative a seguito dell'applicazione di diversi istituti, come gli sconti di pena per buona condotta, il regime di semilibertà, l'affidamento ai servizi sociali. Viene totalmente ignorata e anzi probabilmente sentita come estranea o addirittura nemica la funzione rieducativa della pena, al punto da definire "famigerata" la legge Gozzini. Vale a dire quell'intervento legislativo con la prima firma di un grande intellettuale prestato alla politica che in tempi migliori si era proposto di attuare il principio sancito dall'articolo 24 della nostra Costituzione. Difficile sottrarsi all'impressione che alla base di questi giudizi stia l'ideologia securitaria che si esprime nell'abusata parola d'ordine della "tolleranza zero", segno dell'involuzione, per non dire dell'imbarbarimento dell'oggi. Anche se, naturalmente, bisogna essere d'accordo quando la critica si appunta, invece, sull'applicazione lassista e burocratica dei provvedimenti sostitutivi del carcere, previsti dalla legge sulla base di presupposti da accertare con il necessario rigore. Sergio Chiarloni |
Recensioni 1 - 20 di 24 recensioni presenti. Media Voto: 4.87 / 5Stefano Facci zio_stefano@yahoo.it (12-01-2010) Un libro illuminante sullo stato della giustizia in Italia. Con esempi molto pratici anche per i profani che spiegano dettagliatamente per quali motivi (e nell'interesse di chi) la macchina della giustizia è perennemente ostacolata. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Gia (05-01-2010) Un libro fatto veramente bene, semplice e di facile comprensione anche per chi non è un esperto di diritto. Spiega molti problemi del nostro attuale sistema giudiziario italiano. Consigliatissimo a tutti, dai più giovani ai meno giovani. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Angelo (28-04-2009) Serio, lucido, illuminante. Questo libro, non solo per gli addetti ai lavori, anzi proprio per noi altri, spiega a chi vuole saperne di più la grovigliata matassa della legislatura italiana. Palcoscenico principale è il tribunale, dove oscuri attori chiamati delle volte avvocati o giudici danno vita a scene vergognose che portano il nostro paese ad essere uno dei più scadenti a livello giudiziario. Alta letteratura d'Inchiesta. Ci fossero altri libri così...
Grazie comunque a Chiarelettere. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Paraguay luffarellilegnami@tiscali.it (23-04-2009) Mi rivolgo a tutti coloro che come me hanno dei figli ancora piccoli: facciamo del tutto affinchè possano studiare e vivere in un paese civile: all'estero!!!! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Dino (02-02-2009) Splendido! Una lezione d'alta scuola contro l'ignoranza che avvolge tutta la popolazione italiana su come la giustizia sia parte integrante della nostra vita e su come la politica la stia manipolando per i suoi SPORCHI scopi! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Pier Paolo (19-01-2009) Un ottimo libro, semplice e diretto; tutti gli Italiani dovrebbero leggerlo per capire perché la giustizia non funziona e lamentarsi con chi di dovere. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Marco marco.spena@libero.it (05-11-2008) " Deve cambiare la cultura etica del nostro paese". Un libro notevole, che con un pò di ironia, penetra nelle menti dei non addetti ai lavori. Val la pena affiancarlo ai manuali di procedura penale. Cos'è l'atto di citazione diretta a giudizio? E' quel documento con il quale lo Stato dice a un cittadino:" Mi risulta che hai violato le mie leggi.Ora ti do la possibilità di discolparti, ma se alla fine del processo risulterai colpevole, ti punirò." Sublime. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Matteo (05-07-2008) un libro per capire la giustizia da dietro le quinte. Un quadro desolante, ma la speranza, tenacia e volontà di andare avanti. Da leggere Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Pietro Valeri (29-05-2008) Un saluto di solidarietà a quei magistrati che, pur sapendo di fare un lavoro molto spesso a vuoto, continuano a svolgere il loro dovere.
Libro accessibile anche ai non addetti ai lavori.
Scritto con ironia che forse è il solo modo per non abbatterci del tutto.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
annalisa (08-03-2008) E' un racconto veloce, vivo e vivace, della realtà magistratuale della nostra Italia, che purtroppo non ne esce particolarmente bene.
Comprensibile, schietto e ironico, attento alla spiegazione degli istituti giuridici e dei meccanismi del sistema, per una fruizione il più possibile ampia: un libro non solo per gli addetti ai lavori ma anche per chi guardando la tv o leggendo i giornali, si chiede sempre come sia possibile che certe cose funzionino in un certo modo, anche giudizialmente.
Questo libro pertanto è un ottimo modo per guardare al sistema giudiziale dal punto di vista di chi vi trova dentro e commenta, a ragion veduta, le nefandezze di chi fa le leggi per poi aggredire la magistratura quando non le applica a favore del potere politico.
Mi auguro sia straletto: un buon modo per capire "come " e "perchè" si arrivi ad applicare certe regole, tante volte spinte nel cesto delle leggi solo per favorire una certa politica corrotta e che cerca costantemente di corrompere.
Questo libro ci invita a CAPIRE e STUDIARE ciò di cui tante volte ci formiamo opinioni "qualunquiste", per l'ideale della giustizia vera.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Emanuele D'Ippolito (05-03-2008) Un libro molto interessante, che offre uno spaccato sulle disfunzioni della giustizia - specialmente penale - in Italia e un'attendibile chiave di lettura sule varie cause della stessa, dispensando, nel contempo, preziose informazioni. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
davide85 (17-02-2008) Assolutamente lucida e(purtroppo)disillusa la rappresentazione della quotidianità dell'amministrazione della giustizia in Italia.
Il sistema non funziona.Ma perchè non funziona? Perchè la casta a partire dagli anni '70 si è adoperata anima e corpo affinchè ciò avvenga!!(per non parlare del nefasto quinquennio 2001-2006...).
All'orizzonte non si vedono (purtroppo) soluzioni.
Povera Italia. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
simona (10-02-2008) Ragazzi, dopo aver letto questo libro mi veniva da piangere.... per come questa povera Italia è conciata.... che pena..... Ottimo libro. Complimenti all'autore. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Michele (06-02-2008) Un libro eccezionale. La situazione della giustizia italiana raccontata con chiarezza e semplicità. Oltre alle vergognose leggi ad uso e consumo dei "potenti", mi ha colpito in particolar modo l'incredibile facilità di comprensione anche per un non addetto ai lavori come me. Si legge come se fosse un romanzo. L'impegno di Tinti è stato davvero notevole. Merita molto. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Gigi (26-01-2008) Per un giovane laureando in giurisprudenza come il sottoscritto questo libro è fondamentale.Tutte le storture del sistema sono sottolineate con cura e ironia ma anche con allarmante rassegnazione.Vergognoso che l'italia abbia un simile sistema giudiziario,nessuno interviene nessuno fa niente Voto: 5 / 5 |  |  |  |
roxy (09-01-2008) Libro interessantissimo e scritto in modo comprensibile ai più pur trattando un argomento molto contorto, ovvero il degrado della giustizia in italia. Quando arrivo alla fine di testi come questo o quelli di travaglio e molti altri che portano prove su malcostume, degrado e corruzione di coloro che dovrebbero dare il miglior esempio di onestà e trasparenza, mi chiedo: perchè ci indignamo così poco? Perchè deve arrivare un comico come Beppe Grillo a trascinare la gente in piazza? Cosa possiamo fare per ribellarci a tutto ciò? Lancio la domanda nella rete....... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Giacomo Di Girolamo giacomo@ilvolatore.it (02-01-2008) Forse il migliore libro sulla Giustizia mai scritto in Italia. Esperienze dal campo raccontate da magistrati in maniera ironica e disincantata, con un utile manualetto di procedura penale che ci fa cpaire il disastro totale dell'Amministrazione Giudiziaria nel nostro Paese. Una considerazione a margine: da Carofiglio a De Cataldo, passando per tutti gli innumerevoli autori di "Toghe rotte", perchè i magistrati in Italia scrivono così bene? E, soprattutto, dove lo trovano il tempo per scrivere? Sarà anche per questo che la magistratura non funziona....? Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Stefano (20-12-2007) Sono rimasto sconvolto dalla lettura di questo libro. L'ultimo capitolo mi stava facendo venire voglia di urlare... Assolutamente da leggere. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Trigonella (18-12-2007) Libro che vale la pena di essere letto, anche se raconta cose risapute. Comprende la testimonianza di Tinti e quella di altri colleghi; peccato però,che i colleghi rimangono senza nome e non citabili. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Sergio (18-12-2007) Nel nostro disgraziato paese lo sport nazionale consiste nel parlare a vanvera di argomenti che non si conoscono.
Risultato: quei tipici "discorsi da autobus", impregnati di qualunquismo ed ignoranza.
Meglio documentarsi, allora.
E su quest'argomento non c'è di meglio che questo libricino, scarno ed essenziale, che con linguaggio piano e scorrevole, fa comprendere i motivi politici e tecnici per cui la giustizia non funziona e non funzionerà mai in Italia.
Consigliatissimo.
Naturalmente guai ad illudersi che una persona come Bruno Tinti possa un giorno essere incaricata di guidare un gruppo di lavoro per la riscrittura dei codici penale e di procedura. Voto: 5 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 24
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