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| La recensione de L'Indice |
 Jocelyn Pierston, lo scultore protagonista di questo "schizzo di un temperamento", in amore fa l'esatto contrario di quel che si dovrebbe: pone la maggiore distanza possibile fra desiderio e realtà, estenuandosi nel vano inseguimento di un ideale di donna, "l'Amata", inevitabilmente sfuggente, fino a erigere con il suo stesso corpo una sorta di Monumento alla Frustrazione, patetico e insieme tragico. Non stupisce che questo apologo secco e crudele abbia lasciato senza parole la maggior parte dei critici. Le storie della letteratura, poi, tendono a saltarlo a piè pari, come un dettaglio imbarazzante su cui è meglio stendere un velo pietoso, nonostante si tratti di un libro che occupa una posizione fondamentale nell'opera di Thomas Hardy. Del resto Hardy non piace a tutti. Henry James definiva i suoi romanzi "pieni zeppi di difetti e falsità", F.R. Leavis li considerava "goffi e pesanti", e lo escludeva senza mezzi termini dalla sua Grande Tradizione, considerandolo un vittoriano nel senso peggiore del termine. Di tutt'altro avviso era Proust, che sentiva una stretta affinità con la "geometria da scalpellino" di Hardy, e che proprio all'Amata dedica una pagina della Prisonnière in cui il narratore e Albertine parlano delle ricorrenze nelle opere dei grandi scrittori. Ed è sulla scorta di Proust che alcuni studiosi (fra cui in Italia Enrica Villari nel suo Il vizio moderno dell'irrequietezza, Adriatica, 1990) hanno rivalutato e reinterpretato il romanzo, che ancora non ha perso la sua disturbante ambiguità. Va detto innanzitutto che di questo libro esistono due versioni: la prima fu pubblicata nel 1892, mentre ancora stava uscendo a puntate Tess dei d'Urbervilles, sulle riviste "Illustrated London News" e "Harper's Bazar", con il titolo The Pursuit of the Well-Beloved; la seconda uscì in volume cinque anni dopo, nel 1897, in una versione molto modificata con il titolo The Well-Beloved. A sketch of a temperament. Questa nuova traduzione edita da Barbès non ci offre grandi indizi su cosa sia cambiato fra l'una e l'altra, dal momento che si limita a proporre il testo di The Well-Beloved nudo e crudo, senza note e apparati, a parte una brevissima introduzione. Esiste però una precedente edizione italiana uscita da Guida nel 1988 a cura di Rosanna Camerlingo che, oltre a una nota al testo molto densa e ricca, presenta lunghi estratti di The Pursuit of the Well-Beloved, permettendo di cogliere somiglianze e differenze e di apprezzare così questo particolare testo di Hardy in tutta la sua complessità. Entrambe le versioni del romanzo narrano il vagheggiamento dell'Amata da parte di Jocelyn nei corpi di molte diverse donne (oltre che nelle statue che scolpisce), e in particolare di tre donne che appartengono alla medesima famiglia e che portano il medesimo nome: Avice la Prima, Avice la Seconda e Avice la Terza, rispettivamente madre, figlia e nipote. Entrambe le versioni sono scandite in tre parti secondo una struttura ossessivamente puntigliosa: Un giovane di vent'anni, Un giovane di quarant'anni, Un giovane di sessant'anni. Entrambe le versioni assegnano un ruolo di primo piano al luogo in cui si ambienta la storia: l'isola di Portland (che Hardy chiama "isola degli Slingers"), un cuneo di pietra calcarea che si protende "come la testa di un uccello" nella Manica nell'edizione Barbès curiosamente tradotta alla lettera "Canale inglese" , unita alla terraferma solo da un sottile corridoio di sassi. Appartata, coesa al suo interno, sospesa come fuori dal tempo, ricca di edifici e costumi "ancestrali", l'Isola è il perfetto corrispettivo dell'ineffabile Amata, e la platonica ricerca del protagonista è rivolta a entrambe, secondo il classico topos della donna/isola. Entrambe le versioni, poi, sono tristi e cupe, come tutti i libri di Hardy, ma dall'una all'altra la tonalità del pessimismo dell'autore cambia in modo decisivo, passando dal sarcasmo grottesco, feroce e quasi isterico della prima (le cui ultime parole sono: "È troppo, troppo buffo, questo finale della mia pretesa storia romantica! Ho-ho-ho") alla sconfortata rassegnazione della seconda. Nel mezzo c'era stato l'enorme scandalo sollevato da Jude l'oscuro (o "Jude l'osceno", come lo chiamavano i recensori più acidi) e la decisione dell'autore di non scrivere mai più romanzi, una decisione che è sempre stata attribuita, anche dallo stesso Hardy, al desiderio di non subire ulteriori attacchi da parte del moralismo dei critici, ma su cui questo libro ci suggerisce anche qualcos'altro. Jude era stato per Hardy l'estremo tentativo di dare una forma romanzesca coerente e sincera alla propria visione del mondo e insieme ai propri terribili fantasmi, nonché a un immaginario erotico e amoroso sfrenato e nello stesso tempo morbosamente prude, dando vita per l'ennesima volta, come notava Proust, a una nuova incarnazione sempre dello stesso romanzo. Più in là di così non poteva andare, forse perché, come spesso si è detto, Hardy era in anticipo sul suo tempo, o forse perché quell'accanimento era troppo anche per lui (di cui Mario Praz ebbe a dire: "Dà troppo spesso l'impressione d'esser lui il maligno potere dietro la scena, intento a tender trappole alle sue creature"). Certo è che anche lui l'Amata non era riuscito a raggiungerla, e si era rassegnato a non inseguirla più. Le sue ultime parole in prosa, quelle che concludono questo perplesso romanzo d'artista nella sua versione definitiva, suonano allora come un mesto epitaffio per il Thomas Hardy romanziere: "Oggi Pierson è spesso citato come il 'defunto Mr Pierston' da certe zucche vuote di giornalisti e critici d'arte; e la sua produzione è da loro menzionata come quella di un uomo non privo di genio, le cui capacità furono insufficientemente riconosciute durante la sua vita". Seguirono trent'anni di poesie. Norman Gobetti |
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