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Magris Claudio - Il Conde

Il Conde TitoloIl Conde
AutoreMagris Claudio
Prezzo
Remainder  
- 55%
€ 2,32
(Prezzo di copertina € 5,16 Risparmio € 2,84)
Dati1993, 51 p., brossura
EditoreIl Nuovo Melangolo  (collana Nugae)

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Descrizione
Il naufragio, l'amore, la solitudine, un inquietante malinteso, una polena restituita dal mare, l'ombra dell'insondabile Conde, pescatore di morti, nel racconto di un anonimo barcaiolo del Douro che ripercorre la sua vita; paesaggi e figure delineano l'itinerario che conduce a una sgomenta e pur impassibile accettazione di se e del proprio destino.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Beccaria, G.L., L'Indice 1994, n. 6

Il "Conde" di Magris è un romanzo brevissimo, anzi un racconto lungo. Siamo in un non meglio precisato Occidente, al nord della penisola iberica, tra il Nord del Portogallo e la Galizia. Come già in un "Altro mare", pochi i personaggi, appena due i principali, il Conde pescatore di morti è un barcaiolo del Douro, il narratore anonimo che è il vero protagonista del libro, secondo il modo caro a Magris di centrare il racconto sui personaggi che vivono all'ombra dei grandi e fanno loro da spalla. I due vivono insieme sul fiume, sempre tra foce e mare, non compiono lunghi tragitti, si lasciano appena trascinare dalla corrente, stanno in barca a pescare morti, per seppellirli in terra benedetta. Il paesaggio è poco identificabile, desolato, assoluto, come fuori del mondo, tra mare e fiume: non c'è un albero, o una casa descritta, nulla che non sia acqua o rara figura umana, e questo Conde, ritratto in tutta la sua aspra durezza di personaggio tragico, è un impassibile Caronte ("Lui mi offriva da fumare, la sigaretta gli accendeva gli occhi, due carboni sotto le sopracciglia bianche"), impassibile come un tronco (i suoi occhi "li chiudeva e stava immobile come un tronco corroso, o un coccodrillo di quei fiumi che ci sono in Africa"), come un azteco scolpito nella pietra o nel legno, senza mai un'allegria, ilarità, speranze, dolcezze, amabilità. Però è guidato da una profonda pietas verso i morti, fa quello che nessuno vuole fare, pesca gli annegati perché li si possa seppellire. Li riporta al ricordo. È un demone e insieme un sacerdote delle acque. Un personaggio che diventa nel racconto dell'anonimo un forte durissimo e crudele nocchiero, senza la tenerezza che incontreremo invece nel barcaiolo, in quella parentesi divina che si staglia rilevata su questo mondo aspro, quando s'innamora perdutamente di Maria. Il barcaiolo non è un arido come il suo infero, sinistro, insondabile padrone, questa specie di falco che corre il fiume tastando il fondo con una stanga uncinata perché gli annegati, i suicidi, a volte si impigliano sul fondo, restano sotto, e allora occorre afferrarli, non lasciarli scivolare via, anche perché amano il fondo scuro, i buchi, e lì stanno, dice Magris, buoni come in una culla, con l'acqua sopra come una coperta. Durezza-bontà, impassibilità e abbandoni: il romanzo è permeato tutto, e così spiegato, da dicotomie quali il tremendo-sereno della morte, la grazia dell'uomo, i suoi slanci vitali e il destino inesorabile che lo travolge. L'acqua è oblio, l'elemento che distrugge tutto, anche il ricordo; è immobilità, morte, destino, e insieme tomba silenziosa, culla, protezione. L'acqua come una coperta, o come "sudario" marcio e oleoso. L'acqua è indifferenza, elemento impassibile come lo è il Conde. Protagonista dell'"altro mare" era il mare, qui il fiume, ancora e sempre l'acqua, l'epicità dell'elemento acquoreo. Le pagine del "Conde" si aprono e si chiudono con una pioggia incessante che viene dal mare e che inzuppa ogni cosa, non si capisce più dov'è il cielo dov'è il fiume e dov'è il mare, e poi il fiume che si fonde a tratti nel mare. Non più quel mare istriano, a tratti divino e classico, ma un mare che s'intravede soltanto come massa d'acqua, perché l'acqua è tutto, è la vita, il destino. L'acqua, e non l'aria, o le altezze montane, i cieli, le nuvole: l'acqua invece, come una sorta di paradiso alla rovescia, come mondo di sotto, il regno dei morti, dove tutto è lento e immobile. Sulla sua superficie si muovono il mitico Conde e l'anonimo barcaiolo, due personaggi di grande tristezza ma anche dotati di una forza e di una imperturbata singolare impassibile vitalità di fronte al caos della vita. Personaggi robustamente risolti nella loro dimensione fisica, elementare, biologica, che si abbandonano al ritmo, al flusso della vita.
Lo stile. Magris lo adegua alla situazione. Se in un "Altro mare" avevamo uno stile secco rapido, a blocchi, senza prospettiva, senza subordinazioni, qui predomina un avvolgente, liquido procedere fluviale ma leggero, increspato appena da un'onda lunga di discorso indiretto o indiretto libero, frasi amplissime, anacolutiche, parlate, secondo modelli non nostrani: penso piuttosto alla narrativa ispano-americana, ci sento l'ampio respiro di Garc¡a Marquez o forse l'epicità di Guimarães Rosa del "Grande Sertão". Prevale la coralità sulla soggettività del narrare. Ma quanto alle fonti, non so, ogni indicazione potrebbe parere azzardata, soprattutto di fronte a un autore onnivoro e di sterminate letture come Magris (mi piacerebbe che una suggestione gli fosse giunta da quel bellissimo racconto di Beppe Fenoglio che Lorenzo Mondo pubblicò sulla rivista "Cratilo", il racconto sul barcaiolo, traghettatore di fiume che ripesca l'annegato, adagiato sull'acqua nella serenità della morte, sul quale il Supremo tiene gli occhi addosso). Comunque, accanto alle decise novità di queste intense pagine ritrovo quella già nota laconica rapidità fulminea del raccontare di Magris, che inventa pagine essenziali in cui pare non succeda nulla o quasi, mentre in pochi atti si compendia tutta una vita, anche quando come qui essa trascorre quasi tutta su un fiume a pescare morti. Una vita senza relazioni o quasi, senza dolcezze, una solitudine totale, con questo Conde personaggio davvero insondabile, singolare, duro coi vivi, pietoso coi morti, crudele col compagno barcaiolo, al quale gioca il tremendo scherzo del matrimonio beffa con la povera Giba. Poi, alla fine, il mondo crudele e ferino si illumina d'incanto, quando pescando un morto lo trovano avviticchiato a una polena bellissima. È una sorta di rivelazione misteriosa, che il mare, restituisce con il morto aggrappato a essa. Che sarà questa polena? Difficile a dirsi. Sembra per un verso voler mostrare che è più facile amare quel che vediamo in effigie che non fare i conti con la durezza della realtà. Rimanda comunque a ciò che è venuto dal mare, la malinconia, la sensualità e la bellezza della. vita, la vita come avrebbe potuto essere quella del barcaiolo. Per quel legno scolpito di donna egli compirà un atto estremo di ribellione verso il Conde che vorrebbe distruggere quella magica effigie. Si porterà a casa la polena per contemplarne in pace il misterioso sorriso. In quel dolce volto il barcaiolo troverà compendiata la propria vita, i suoi amori, il mare, e Maria, e la Giba. E forse anche già intravvede il sorriso della morte, ora che si è ritirato, non naviga quasi più, sul mitico Conde non concede che interviste e aspetta la fine.

I vostri commenti
stefano (08-07-2007)
Un mestiere interessante sublimato dalla parola. Da leggere!
Voto: 4 / 5

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