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Biografie  Biografie e autobiografie  Letterati 

Stendhal - Autobiografia del signor me stesso

Autobiografia del signor me stesso TitoloAutobiografia del signor me stesso
AutoreStendhal
Prezzo
Sconto 10%
€ 16,20
(Prezzo di copertina € 18,00 Risparmio € 1,80)
Dati2007, 237 p., brossura
CuratoreMarcenaro G.
EditoreIl Nuovo Melangolo  (collana Lecturae)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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Descrizione
Dentro ai libri appartenuti al signor Henri Beyle di Grenoble, console di Francia a Civitavecchia, il sublime grafomane Stendhal scrisse un libro. Un libro di appunti, disappunti, commenti, risentimenti, dolenti note in cui uno Stendhal privato "parla" con il sé più intimo, riconosciuto in Dominique, il suo doppio esclusivo. Beyle, che "presentava" Beyle con una girandola di pseudonimi per nascondersi agli altri, apparendo, con Dominique si mascherava anche a se stesso. Henri Beyle aveva il culto dei libri, ma già lui contribuì a disperderli: li affidò agli amici, ne lasciò in diversi domicili dove la sua vita di curioso errabondo lo aveva portato. Quando lo scrittore Stendhal venne "scoperto", i volumi delle sue biblioteche diventarono oggetto di culto. Intanto perché erano appartenuti all'autore di "Il Rosso e il Nero" e della "Certosa di Parma"; e poi perché erano zeppi di suoi appunti, celebrati dagli aficionados come Marginalia. Con quelle note marginali è stato costruito "Autobiografia del signor me stesso", un libro abusivo. Stendhal probabilmente non lo immaginò mai. Il testo raccoglie, per la prima volta in italiano, una selezione di Marginalia, con inediti mai pubblicati, desunti direttamente dai volumi appartenuti a Beyle e conservati nelle biblioteche dove il caso li ha fatti approdare.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
"Prima regola: essere se stesso", ha scritto Stendhal in stampatello sulle pagine di taglio di uno dei suoi tanti libri (ne possedeva tra i millesettecento e i duemila). Monito programmatico che ha suggerito il titolo di questa sorta di "autobiografia impropria" costruita su postille, appunti, commenti annotati rapidamente, con grafia poco decifrabile e in forma criptata, sui margini (e marginalia gli studiosi li hanno definiti) di sue opere e di altri numerosi volumi. Sono microtesti, frammenti di scrittura privati, anche sovrapposti nel tempo, sollecitati da impressioni immediate di lettura o dall'urgenza di fissare su un qualche spazio bianco un'idea fulminante, di cui ci si compiace: "Eccellente pensiero". La scelta antologica di queste godibili schegge d'autore, ora tradotte, non è proposta, come ci si aspetterebbe, in sequenze cronologiche o tematiche, ma secondo il criterio della dislocazione attuale dei preziosi esemplari in varie biblioteche del mondo, da Parigi a Milano, da Grenoble a New York.
Riflessioni intime, a volte filtrate alla terza persona dall'alter ego Dominique (pseudonimo mutuato da Cimarosa), si alternano a sobri resoconti quotidiani, a impazienti considerazioni politiche, a valutazioni critiche controcorrente su scrittori antichi e moderni, francesi e stranieri. Pareri estetici ("crosta infame") si intrecciano a massime di carattere generale ("conoscere prima di disprezzare"), a sentenze ("la religione non è che un mercato"), a confessioni di pene d'amore ("brune" di colore, "bionde" invece le dolci relazioni), a ricette e bollettini medici (l'emicrania, l'odiosa renella, la gotta) o psicologici (la malinconia), a propositi di dieta (prugne secche, astinenza dal caffè), persino a rilievi meteorologici e a calcoli statistici sulla mortalità dei francesi.
Se Dominique si attribuisce nell'arte la tendenza a cercare la felicità senza mai smettere di sognare, la considerazione del proprio stile ruvido, addirittura duro per le frasi brevi e secche, lo induce a qualificare illeggibile per enfasi La Nouvelle Héloïse di Rousseau. Si spinge all'autocritica trovando il suo Rouge et le Noir troppo asciutto anche se autentico: qualche riga in più di descrizione del movimento fisico dei personaggi ne avrebbe facilitato la comprensione. Mentre corregge le bozze calibra la distribuzione delle epigrafi ai capitoli funzionale ad accrescere l'emozione del lettore. Il romanzo – è un sintetico principio di poetica –, sostenuto dall'azione e non da disquisizioni più o meno filosofiche, regala appunto emozioni e "diverte a raccontarlo".
Da critico letterario, Stendhal giudica decisamente stupido Livio quando descrive le battaglie con le stesse venti frasi, apprezza il verso di Corneille superiore al ridondante Racine, è perplesso su Cervantes troppo preoccupato di far ridere, bolla come pessimo il dramma Chatterton del contemporaneo Vigny. Legge Alfieri, Ariosto, si sbilancia su Bandello: "È lo specchio degli usi del 1525. Raro elogio!". Dante lo deprime: "Crepo di noia tentando di leggere la vita di Dante (…) il secondo giorno sono ammalato di tedio e vedo tutto nero". L'Italia si conferma il paese della musica, dell'opera che accorda momenti di fisica felicità con l'accelerazione del flusso sanguigno, il paese della pittura – indimenticabili gli occhi abbassati della Vergine di Correggio –, del clima dolce che consente passeggiate al sole, di pescare sul lago di Como, di indossare pantaloni bianchi il 1° maggio a Roma, dove però si registra anche scirocco, pioggia infame e una tramontana del diavolo. La capitale è una città malsana, dalla morale infettata dai preti e da una borghesia disonesta, ma teatro popolare di pittoreschi fatti di cronaca criminale. Stendhal detesta governi e governanti ed estende alla politica la nozione giustificata nel De l'Amour della cristallizzazione come inizio d'amore: l'operazione di proiezione illusoria attribuisce sempre nuove perfezioni anche al partito per cui si parteggia. Il grande rimpianto è Napoleone, "animo eroico, entusiasta, suscettibile d'amore", rimedio energetico efficace contro la noia: dalla sua scomparsa le città d'Europa appaiono tetre e prive di sole.
Nella solitudine subita di Civitavecchia, il console legge di notte le Memorie del congeniale Casanova. Quei tomi sono scomparsi, finora perduti: Leonardo Sciascia se ne rammarica in un saggio del suo L'adorabile Stendhal, evocato dal curatore nell'introduzione, ad andamento aneddotico (per un pubblico più avvertito opportuni sarebbero stati la segnalazione dei marginalia inediti e un francese impeccabile).
In margine e alla terza persona, quel lettore con la penna in mano confessava nel 1817 di essere "un gran mentitore", a suggerire di usare con cautela le sue dichiarazioni sparse, sincere e spontanee ma non troppo. Aveva avvertito Valéry: non si finirebbe mai con Stendhal. Anna Maria Scaiola

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