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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Stangerup Henrik - L' uomo che voleva essere colpevole

L' uomo che voleva essere colpevole TitoloL' uomo che voleva essere colpevole
AutoreStangerup Henrik
Prezzo € 10,00
Prezzi in altre valute
Dati1990, 184 p., brossura, 5 ed.
TraduttoreCambieri A.
EditoreIperborea   

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Kjoller Ritzu, M., L'Indice 1991, n. 1

Tradotto e pubblicato in diversi paesi (Brasile, Ddr, Francia e Norvegia), "L'uomo che voleva essere colpevole" è il primo successo internazionale dello scrittore e cineasta danese Henrik Stangerup (del quale Iperborea ha già pubblicato "Lagoa Santa"). Il romanzo appartiene al genere fantascienza, e ha fornito il soggetto per un film presentato dal regista danese Ole Roos all'ultimo festival di Cannes. L'azione è proiettata in un prossimo futuro, e la realtà che viene rappresentata appare sotto certi aspetti non tanto lontana da quella dello stato totalitario di "1984" di Orwell, da cui Stangerup ha chiaramente tratto ispirazione. Una società da incubo dove tutto, compresi i sentimenti e le idee, e persino la felicità, appare pianificato e sotto controllo grazie anche alla manipolazione dell'opinione pubblica effettuata attraverso i mass media. Il compito del Grande Fratello orwelliano qui viene tuttavia svolto in modo estremamente soft dai cosiddetti assistenti, giovani operatori simpatici e rilassati, vestiti casual, muniti di passe-partout in modo da poter accedere a tutte le abitazioni in qualsiasi momento, incaricati dallo stato di prendersi cura dei cittadini per risolvere le loro inquietudini, nonché renderli felici e armoniosi attraverso l'imposizione di modelli di comportamento.
Il protagonista Torben, scrittore nevrotico ed egocentrico, affetto da manie di persecuzione, è un ex sessantottino pentito, autore di due romanzi di successo. Dopo gli anni in cui è stato beniamino del pubblico e dei mass media non è più riuscito a rinnovarsi, e la peggiorata situazione economica l'ha costretto a trasferirsi in uno dei supercondomini in cui la maggior parte della popolazione, in preda a un crescente senso di noia e di impotenza, docilmente si è lasciata irreggimentare. Torben partecipa insieme alla moglie, bluffando, ai corsi di dinamica di gruppo e agli esercizi, di fatto obbligatori, che incanalano l'aggressività in direzioni innocue. Ma una sera, sopraffatto dalla rabbia, egli uccide la moglie, perché, apparentemente, ella stava cedendo all'influenza degli assistenti.
Il primo capitolo si chiude con la descrizione dell'omicidio, e il resto del libro è occupato dai sempre più disperati tentativi del protagonista di farsi dichiarare colpevole dell'assassinio, al fine di scontare la pena e riavere il figlio che gli è stato tolto. La società ha però messo al bando concetti come colpa e responsabilità individuale. Tanto è vero che gli psichiatri dichiarano l'uccisione puramente accidentale. L'ultimo capitolo vede il protagonista relegato nel cosiddetto Parco della felicità (eufemismo istituzionale dietro cui si nasconde, in realtà, un reparto chiuso di un ospedale psichiatrico), intento a scrivere quei romanzi su inquietanti temi universali, che fuori nessuno aveva voluto pubblicare perché privi di sfondo sociale. Il finale lascia intuire come in fondo persino le varie tappe della sua lotta facessero parte di un esperimento, programmate o quanto meno controllate dall'alto.
Nella sua introduzione del 1981, Anthony Burgess afferma che il romanzo fornisce una fotografia appena ingrandita della realtà nordica attuale. E infatti Stangerup coglie spesso nel segno, toccando tasti dolenti inerenti al modello della socialdemocrazia scandinava, con il suo paternalismo legislativo che in effetti può risultare soffocante. Il romanzo si propone come opera provocatoria e scomoda, ma in realtà quest'inno al più esasperato individualismo fu accolto, già nel 1973, con grida di gioia dal pubblico e dai critici di tendenza conservatrice, che videro finalmente anteposto il problema della felicità individuale al famigerato bene comune.
Di fronte alle esultanze da destra e agli attacchi da sinistra (entrambi inaspettati, a quanto pare), Stangerup rivendicò a suo tempo risentito i diritti dell'Arte con l'A maiuscola, sostenendo, che, oltretutto, il romanzo non era concepito come intervento su problemi attuali. Esso, in effetti, esprime una serie di idiosincrasie e una generale insofferenza nei confronti di fenomeni che caratterizzano ovunque il mondo moderno, e non brilla certamente per chiarezza ideologica. Evita esplicitamente di chiarire se abbiamo a che fare con una società socialista o capitalista - ma tanto le ideologie non interessano più a nessuno! - e non risulta affatto chiaro dove risieda il potere: a Copenaghen, a Bruxelles; o forse è quello delle multinazionali? La proprietà privata dei mezzi di produzione sembra esistere, ma il problema del rapporto con la classe al potere viene apparentemente rimosso. L'unica cosa certa è che l'origine di tutti i mali deve essere collocata a sinistra: il romanzo infatti ha come obiettivo polemico l'egemonia della classe di terapeuti, ovviamente tutti di sinistra, sociologi e psicologi formatisi negli anni settanta, i quali, visto ormai frustrato il sogno di rivoluzionare la società, cercano compensazione mettendo in atto un sistema di riforme teso ad abolire qualsiasi fenomeno minato dal pericoloso germe dell'individualismo.
Nelle edizioni successive alla prima, Stangerup ha fatto precedere il testo da una citazione di Kierkegaard. La denuncia del pericolo di annullamento dell'individuo nella collettività può infatti rimandare al pensiero del filosofo danese, anche se nel romanzo l'interesse principale non può dirsi focalizzato sull'esplorazione del concetto di colpa del singolo, se non altro perché gli unici veri colpevoli sono gli altri, la società. Infatti a ben guardare non è tanto una condizione esistenziale, bensì proprio la società a causare crisi di identità e nevrosi di colpa.
La modalità narrativa si avvicina al monologo interiore: solo a tratti il lettore viene condotto fuori dai confini della coscienza del protagonista, di cui rimane fisso il punto di vista, sia esso percettivo che concettuale, lungo tutta la narrazione eccetto l'ultimo breve capoverso. Scritto in modo assai avvincente, è un romanzo di piacevole lettura, malgrado il fastidio che il suo innegabile qualunquismo può provocare.
La traduzione è svolta con molto garbo. Volendo essere pignoli, i racconti non sarebbero "pubblicati sempre più di nascosto " (p. 35) bensì "sempre più criptici" e l'"overskud" iniziale del protagonista non significa che "guadagna moltissimo" (p. 38) ma che ha un surplus di energia, mentre gli assistenti non "forzano la porta" (p. 116): l'aprono semplicemente con le chiavi come fra l'altro esige il contesto. Piccoli nei, poco più che sviste.

I vostri commenti
fabio (22-04-2005)
A me è piaciuto molto. La deresponsabilizzazione dell'uomo come salvezza nella società, il rivendicare un'individualità negata da una sorta di ideologia che nega l'esistenza stessa della responsabilità del singolo. Viene portata agli estremi l'utopia di uno Stato Sociale onnipotente, e come indiretta conseguenza una critica ad un certo tipo di ideologia.
Voto: 4 / 5

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