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<p>329 p., f.to cm 21x14, copertina flessibile. Ottime condizioni.&nbsp;</p> 9788871669144.
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Romanzo difficile, non potrebbe essere stato scritto che da Timm, che io ho conosciuto personalmente. Ha il fascino dell’intelligenza, ma non è certo una lettura che si lasci divorare pagina dopo pagina. Se Uwe Timm avesse maggiormanete battuto sulle vicende storico-politiche tedesche degli anni da lui raccontati, ebbene sarebbe riuscito a produrre un capolavoro. Invece è venuto fuori solo un ‘grande’ romanzo, che non sempre è un ‘bel’ romanzo.
Chissà, forse sarebbe piaciuto a Pasolini, lui che pur essendo diventato un Thomas Linde, era senz'altro rimasto un Aschenberger... Leggetelo se avete più di 40 anni, altrimenti leggetelo lo stesso, se non sapete aspettare. Al di là della storia (se si può usare una frase del genere per un romanzo), grande prosa, signori, grande prosa!
Recensioni
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Dopo l'uscita dei romanzi La scoperta della Currywurst (1993; Le Lettere, 2003) e Come mio fratello (2003; Mondadori 2005; cfr. "L'Indice", 2005), lo scrittore tedesco Uwe Timm (1940) è ora in libreria con Rot , rosso. L'opera di Timm - che in Germania pubblica sin dagli anni settanta - giunge al lettore italiano piuttosto tardi, sebbene la traduzione dei suoi testi segua ora a breve distanza la pubblicazione dell'originale. Tale ritardo potrebbe dipendere dal fatto che Timm, con il successo del romanzo d'esordio Heißer Sommer , estate calda, si è affermato in Germania come il romanziere del movimento studentesco del Sessantotto, l'autore di riferimento, dunque, di un certa parte dell'opinione pubblica. Un' etichetta che sembrava meno adatta all'esportazione.
Tale premessa risulta necessaria in quanto in questo romanzo Timm ritorna agli esordi riprendendo il tema del Sessantotto, attraverso i ricordi di un cinquantacinquenne che vive nella Berlino degli anni novanta, e pone dunque implicitamente anche la questione del significato di questo momento storico per il presente di una Germania appena riunificata. In Thomas Linde, l'io narrante del nuovo romanzo, così come in altri personaggi si riconoscono alcune figure che già popolano Heißer Sommer , seppure con difficoltà, poiché l'autore ne ha modificato i nomi. In questo gioco di continuità e rottura, identità e metamorfosi predomina il momento della discontinuità, anche se non sempre in modo netto, poiché i personaggi si ricordano spesso di sé come "altri", e non si riconoscono più come soggetti della propria storia. Essa esiste ancora - ma è diventata loro estranea.
E tuttavia sembra che Timm, fin dal principio, cerchi di respingere ogni sua presunta limitazione al solo ruolo storico-politico, di correggere nel pubblico una certa, eventuale, aspettativa. Il titolo del romanzo sembra già vincolarlo - ma c'è un'interpretazione del tutto inattesa del colore rosso. Thomas Linde, di mestiere oratore funebre, lavora a un saggio su questo colore. In un colloquio con Iris, la sua compagna di vent'anni più giovane, designer di luci, si entusiasma: "Le labbra, le unghie, i genitali scoprono con la loro coloritura rossiccia o rosa l'interno (...) - un invito a entrare. Il rosso è il primo colore che i neonati riescono a riconoscere, e l'ultimo che vediamo prima di morire. Bel rosso". Questa lettura organico-vitalistica del colore non è l'unica. Naturalmente c'è anche il "rosso della bandiera" e il "rosso dell'Est", ma l'interpretazione del colore rimanda alla ricerca di Linde di una dimensione vitale al di là della politica e della storia nel "qui" e "adesso" corporeo della sua storia d'amore nella Berlino "post-moderna" degli anni novanta.
Tutto ciò è però di breve durata. Il passato raggiunge Linde e gli fa subire una morte simbolica. Dopo un incidente a un semaforo rosso non rispettato (!), comincia, moribondo, oramai quasi in uno stato di lievità estatica ultraterrena, a pronunciare il proprio necrologio - che poi non è altro che il romanzo.
Ecco l'esplosivo che Linde, al momento dell'incidente, ha in tasca. Esplosivo che ha trovato a casa del defunto compagno sessantottino Aschenberger. Con questo esplosivo l'amico intendeva far saltare in aria, nel giorno del trasferimento del governo tedesco da Bonn a Berlino, la Siegessäule , eretta in occasione della vittoria della Prussia sulla Francia (1871). Aschenberger era uno che, a differenza di Linde, "non si era arreso" e, imperterrito, aveva continuato ad agire nella clandestinità - un "proteo della rivoluzione". Sebbene Linde scorga dei tratti psicopatologici nel progetto dell'amico, esso s'insedia nel suo delirio finale. Nel momento della sua morte l'angelo prende il volo - e Linde diventa tutt'uno con lui. "Questo qua, guarda, l'angelo là. Vola? Sì, eccome. Questa piccola nuvoletta sotto i piedi. Quello cammina su una nuvola. Sta volando. Vola, là, si sta sollevando, vola, finalmente volo, dice. (...) tutto precipita, questo frastuono, un brusio, uno schianto, uno sfrigolio, un battito d'ali, volo, finalmente, scioglimento, sempre questo procedere innanzi, liberazione, finalmente, presente, caduta, onnipresenza, nubi, un tenue grigiore e al di sopra di tutto la luce. Luce".
L'angelo è ancora ritto sulla Siegessäule di Berlino, eppure alla fine del romanzo vola via. La simbolica caduta dell'angelo, fallita nella dimensione terrena, si compie in forma trascendente, il Sessantotto viene "salvato" con l'ascensione di un angelo con due identità che si compenetrano. Ciò che ad Aschenberger non è riuscito con l'esplosivo, si realizza nella morte di Linde come apoteosi. L'angelo della vittoria prende il volo, la purificazione simbolica della storia tedesca, impedita dalla morte di Aschenberger, viene trasposta sul piano del trascendente. L'idea non è poi così inconsueta, poiché storia e trascendenza sono - come tutti i cinici che si rispettino ben sanno - sorelle.
La vita, solo la vita, al di là della politica e della storia, questo immergersi sensista ed edonistico nel "qui" e "adesso", lungo le leggere superfici illuminate dalla sua compagna Iris - è questo che non riesce a Linde, nonostante tutti i suoi sforzi.
Gerhard Friedrich
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