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Lahiri Jhumpa - L' interprete dei malanni | Confessarsi a turno quello che non avevano mai osato dirsi: è il gioco scelto da Shoba e Shukumar per trascorrere le serate al buio durante una temporanea interruzione dell'energia elettrica. Dopo la morte del figlio appena nato, si evitano con abilità, lui davanti allo schermo del computer, lei nascosta dietro barricate di bozze da correggere. Shukumar scambia la momentanea vicinanza per un'occasione di riconciliazione: ma non è così. Più che una raccolta di racconti, il libro è un insieme di ricchi e densi romanzi brevi.
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Nadotti, A. L'Indice del 2000, n. 09
Nata in Inghilterra da genitori indiani, Jhumpa Lahiri, oggi poco più che trentenne, vive negli Stati Uniti e costituisce, a mio avviso, uno straordinario caso di maturità letteraria. Questi suoi racconti sono tra i più belli che mi sia capitato di leggere da tempo, e ciò non perché - come suggerisce la quarta di copertina dell'edizione italiana - siano "densi romanzi brevi", bensì perché sono racconti pressoché perfetti, ai quali meritatamente è andato il Pulitzer 2000 per l'opera prima.
Con sobrietà di linguaggio, grandissima sensibilità nella descrizione di luoghi e personaggi (colpisce il gusto dei dettagli, solo apparentemente minimalista, in realtà finalizzato a connotare simiglianze e dissimiglianze) e sapiente controllo dello sviluppo narrativo, Lahiri dipinge una sorta di grande retablo il cui soggetto sembra essere il mondo contemporaneo. La struttura sempre tesa, con un alone di mistero molto particolare, i cui ingredienti stanno a metà strada fra la tradizione occidentale e quella indiana, cattura ripetutamente il lettore: quale sarà la prossima invenzione, chi saranno i personaggi, quale l'ambientazione? Pur punteggiate di luoghi (Calcutta, Londra, il Massachusetts), nomi e cose ormai noti a chi segue la produzione letteraria riconducibile alla diaspora indiana, le storie che ci racconta Lahiri non sono mai scontate, anzi, procedendo nella lettura si ricava l'impressione che l'autrice voglia far piazza pulita di luoghi comuni e stereotipi mettendo in campo l'esperienza di chi è nato e cresciuto in Occidente, e in tale spazio di mondo si muove con disinvoltura, mantenendo però con il paese d'origine un legame forte e attivo. E che voglia ribadire, ora con esplicita ironia, ora con serietà e/o malinconia, ora miscelando abilmente i due registri, la doppia origine anche della propria invenzione narrativa.
"Non sono l'unico ad aver cercato fortuna lontano da casa, e sicuramente non sono il primo. Eppure ci sono momenti in cui mi sconcerta ogni singolo miglio percorso, ogni pasto mangiato, ogni persona incontrata, ogni stanza in cui ho dormito. Per quanto ordinario possa sembrare, ci sono momenti in cui tutto questo supera la mia immaginazione", conclude il protagonista del bellissimo Il terzo e ultimo continente. Di fronte all'ordinaria straordinarietà delle vite e dei casi si ha l'impressione che lo sguardo della narratrice, frammentandosi consapevolmente (come in altri consolidati autori/trici del subcontinente) in molteplici prospettive, metta a fuoco il racconto esemplare delle inimmaginabili specularità del nostro tempo. Dove confini territoriali assurdi e insanguinati assumono, dall'altra parte del mondo, la stessa valenza delle righe nere su un televisore disturbato, e la scomparsa di un'intera famiglia in un lontano paese sfregia appena il sorriso di una zucca nella notte di Halloween (Quando veniva a cena il signor Pirzada, probabilmente autobiografico, è un racconto mirabile, forse la cosa più bella che io abbia letto su come i segni della Spartizione, a distanza di oltre mezzo secolo, si allunghino fino alla seconda generazione della diaspora indiana).
Se questa può sembrare storia di alcuni, neppure il più sedentario abitante del primo mondo avrà difficoltà a immaginare il Disagio temporaneo di un black out della società postindustriale, disagio né etnico né religioso, ma umano e universale. E nel racconto che dà titolo alla raccolta l'ironia dolente di Lahiri restituisce l'India all'India sottraendo all'Occidente il monopolio dell'esotismo turistico. Il luogo è Konarak, la guida - voce narrante è l'indiano Kapasi con la sua "imponente Ambassador bianca", e i turisti sono i signori Das ("Nati in America... nati e cresciuti in America", chiarisce con spavalderia il signor Das) con i loro bambini dai nomi smarriti, Tina, Ronny e Bobby. "Sembravano indiani, ma vestiti come stranieri": calzoncini corti, scarpe da ginnastica, berretto con visiera, macchina fotografica al collo, teleobiettivo vistoso, il signor Das chiede alla guida di rallentare per scattare fotografie dal finestrino, e naturalmente fotografa "un uomo scalzo con la testa avvolta in un turbante sporco, seduto su un carretto tirato da una coppia di buoi. Uomo e buoi erano magrissimi". Intanto l'annoiata signora Das "si dava lo smalto". Estranei a se stessi, fanno e dicono cose sbagliate, come qualunque turista, e si meravigliano delle numerose famiglie di scimmie che incontrano lungo il tragitto. "Le chiamiamo hanuman" spiega la guida. E a Hanuman, il dio-scimmia protettore dei poeti, l'indiana-inglese-americana Lahiri significativamente affida la regia della storia.
Irriducibile al modello di sviluppo occidentale, sia che la si osservi dalle rampe strette di un caseggiato popolare di Calcutta (La cura di Bibi Haldar, Boori Ma), sia che la si guardi dall'abissale distanza dei sobborghi residenziali e dei campus universitari americani (Questa casa benedetta, Sexy), l'India messa in scena da Lahiri è quella che è, un antico paese di grande bellezza, abietti compromessi e precaria modernità, le cui mostruose contraddizioni tuttavia, anziché azzerare le potenzialità degli individui, ne ridimensionano le aspettative con un inaspettato (ma per chi?) recupero di umanità. Da questo specchio neppure troppo lontano che con insistenza ci rimanda la nostra diversa immagine, e ad essa ci condanna, è difficile staccarsi. Forse per questo può succedere, come è successo a chi scrive, di leggere e rileggere più volte questi racconti. Essere separati dalla signora Sen, che scrutando le onde dell'Atlantico dice: "in certi momenti le onde assomigliavano a tanti sari appesi al filo ad asciugare", appare intollerabile quanto la solitudine cui è improvvisamente confinato il ragazzino americano prima affidato alle sue cure (Dalla signora Sen).
Le suggestive immagini e l'inglese cristallino di Lahiri sono resi efficacemente dalla traduzione di Claudia Tarolo, con un neo, quel "Partition" - "Spartizione" - reso inspiegabilmente con "Scissione" (p. 87).
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paola del vitto paolad_1999@yahoo.it (06-01-2001) "sexy",il racconto più bello.
Cosa significa?"significa..amare qualcuno che non conosci",ma anche qualcosa.Un termine forse un pò troppo azzardato,ma non è, secondo voi,sexy ed eccitante conoscere cose nuove,culture e usanze diverse?!Come quando ti metti in viaggio e sei elettrizzato per quello che vedrai e succederà.Una raccolta di brevi romanzi che mi hanno fatto scoprire un altro modo di vivere,un'altra cultura. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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