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Carchia Gianni - Kant e la verità dell'apparenza |
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Titolo | Kant e la verità dell'apparenza |
| Autore | Carchia Gianni | Prezzo Sconto 15%
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€ 11,05
(Prezzo di copertina € 13,00 Risparmio € 1,95)
|  | | Dati | 2006, 159 p., brossura | | Curatore | Garelli G. |
| Editore | Ananke
(collana Filosofia) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi | | 
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| Alla teoria del giudizio riflettente, esposta da Kant nella Critica del giudizio, ci si richiama oggi da più parti, come al paradigma di un pensiero plurale, aperto all'alterità e alla differenza. Fra i contributi più significativi del lavoro filosofico di Gianni Carchia vi è stata proprio l'interpretazione della terza Critica kantiana: un confronto ventennale condotto all'insegna della coerenza, ma non privo di significativi spostamenti di prospettiva. Muovendo dall'indagine rivolta alla rappresentazione e all'apparenza della bellezza, Carchia si è infatti avvicinato alle questioni del giudizio teleologico. Sullo sfondo rimane il costante interesse per il platonismo, inteso come tenace difesa del carattere extralinguistico della verità, in opposizione alle tendenze dominanti nel pensiero contemporaneo. Gli studi qui raccolti offrono un documento di rilevanza teoretica circa il platonismo dello stesso Kant: tematica spesso genericamente invocata nell'ambito della ricerca, ma di rado indagata nella profondità delle sue implicazioni filosofiche.
| La recensione de L'Indice |

Kant e Hegel erano costantemente al centro non solo della riflessione ma anche dell'insegnamento di Theodor Wiesengrund Adorno. Se un anno Adorno teneva lezione su Kant gli studenti finivano il corso quali kantiani convinti, nel caso invece lo tenesse su Hegel si otteneva una nuova schiera di hegeliani. A rileggere gli studi kantiani di un grande discepolo di Adorno, che è anche uno dei massimi studiosi italiani di estetica del secolo scorso, Gianni Carchia, s'incorre in un effetto analogo a quanto accadeva con l'insegnamento adorniano. Da questa lettura si riemerge convintamente kantiani, magari dopo una lunga militanza nelle fila del partito opposto. Sono suggestioni per l'appunto suscitate dalla pubblicazione del volume postumo di Gianni Carchia su Kant e la verità dell'apparenza. Il volume, curato da Gianluca Garelli con una sua pregevole introduzione, raccoglie il complesso dell'itinerario di Carchia attraverso Kant e, in particolare, attraverso la Critica del giudizio, fornendoci così un'importante prospettiva su Kant, nonché un significativo aspetto della riflessione filosofica dello stesso Carchia. Quelli raccolti in volume da Garelli sono cinque saggi kantiani pubblicati tra il 1981 e il 1999, dunque durante un arco di tempo piuttosto ampio, di quasi vent'anni. Questi studi concernono i temi centrali dell'estetica kantiana, dall'immaginazione, una nozione di altissimo significato non solo per l'interpretazione di Kant, ma anche per ciò che concerne la sua eredità in Fichte e nei romantici, alla rappresentazione, al tema dell'apparenza quale motivo salvifico, alla questione del giudizio teleologico, e dunque della finalità della natura e dell'intelletto archetipo. Nel complesso si ha a che fare con un'interpretazione di Kant decisamente anti-idealistica, all'interno della quale la sfera estetica assume un significato privilegiato. Un ulteriore riferimento ad Adorno non nuoce in questo caso, poiché ciò che Carchia contesta all'idealismo, sicuramente anche sulla scorta di Adorno, è proprio la hegeliana soggettività compiutamente dispiegata che si fa cattiva totalità, struttura obiettiva del dominio. In questa chiave abbiamo a che fare anche con un Kant che ci sorprende, immerso nell'ambito della temperie del pensiero debole, di cui Carchia fornisce una versione peculiare. Elogio dell'apparenza comparve infatti nel 1983, nella fortunata raccolta Il pensiero debole curata da Gianni Vattimo e da Pier Aldo Rovattti presso Feltrinelli, e interpreta l'apparenza analogamente a quanto avviene nella Teoria estetica adorniana in una chiave decisamente antiplatonica, come "un di più" nei confronti dell'esistente che si definisce anche come "un al di là" rispetto al percorso distruttivo dello spirito. È un'interpretazione profondamente e originalmente adorniana di Kant. Nel "di più" dell'apparenza, così come nella trascendenza dell'arte nei confronti dell'esistente, si può infatti individuare il motivo del suo essere. La trascendenza dell'apparenza estetica conduce peraltro oltre l'arte stessa, in direzione della bellezza, che è ben più di un concetto artistico o lo è soltanto sulla base della sua originaria destinazione metafisica, che non si lascia ridurre alle forme dell'arte. Con ciò si riaffaccia, questa volta positivamente, il profilo di Platone. Ne risulta un Kant che sta oltre Hegel, e dunque oltre il destino storico della filosofia dell'arte che costringe la bellezza nei limiti dell'oggetto estetico. È dunque un Kant che lucidamente si difende dalla possibilità di venire fagocitato da Hegel, secondo la logica dei predecessori che quest'ultimo vorrebbe imporre. Ed è anche un Kant che resiste al dettato hegeliano circa la "fine dell'arte dal lato della sua suprema destinazione". Non è qui l'arte a venire superata dal divenire spirituale che la stringe fra le sue spire costringendola a mostrarsi come una dimensione certo alta, ma ancora immatura, del suo sviluppo. È piuttosto l'arte ora a rivoltarsi contro lo spirito per rendere testimonianza e farsi memoria di quella vita offesa che il suo sviluppo aveva calpestato. Federico Vercellone |
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