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Magnan Pierre - La tomba di Hélios | La tranquilla cittadina provenzale di Manosque viene sconvolta da feroci delitti. Il veleno sottratto a due imprevidenti guardiaboschi viene utilizzato per giustiziare un gruppo di vecchi amici, il cui legame di affetto si trasforma in un cappio di morte. Chiamato a indagare, il commissario Laviolette prova a far breccia nelle segrete e insospettabili parentele che, dovunque, legano amore e interesse. E su tutto, l'ombra e l'anima delle statue del celebre Hélios: nudi di donna che raffigurano molto più di semplici corpi.
| La recensione de L'Indice |

In questo splendido thriller di Magnan - il solitario scrittore provenzale che nel 1984 pubblicò un piccolo classico come La maison assassinée - la narrazione è quanto mai lineare, la scansione cronologica regolare, la limpidezza dell'intreccio indiscutibile. Eppure, nel silente paesino provenzale dove la vicenda viene ambientata, tutti i misteri restano fino all'ultimo impenetrabili, seminando di pagina in pagina un'aura di segretezza. Questo malgrado la continua ironia: si prendano, a riprova di ciò, le comiche discussioni iniziali attorno alla prima vittima e al suo decesso, o i passi da commedia brillante con la vecchia Hermerance e il commissario Laviolette. Sono in effetti numerosi i personaggi ben caratterizzati. Fra questi, Félicien Dardoire, la cui "mente stregata dalla solitudine" e il desolato vagare fra le mura domestiche, pensando all'amata defunta, hanno un'innegabile e lancinante dimensione poetica (mentre il profumo di mandorle amare che resta come una traccia di morte non può non far pensare allÆincipit dellÆAmore ai tempi del colera di Garcìa Marquez, che forse vi si ispirò). Senza contare che un sobrio lirismo si incontra nella descrizione del paesaggio, estatica e commossa, si tratti del vento delle Iscles, o della nebbia, costantemente umanizzati nel loro cangiante manifestarsi. Magnan sa poi rendere al meglio le immagini di morte: di una delle vittime leggiamo che nel plexiglas che copriva la faccia del suo carnefice "poté vedere il riflesso del proprio viso sconvolto". Il finale del libro è una sorprendente celebrazione dell'indissolubile legame fra l'artista e la sua opera. Daniele Rocca |
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