"Quello che non c'è esiste e ciò che è vero non c'è": la frase alla Orwell, intravista nello studio di un medico italiano a Pyongyang, funge da filo conduttore del diario del viaggio in Corea del Nord di Geri Morellini. La prosa secca e descrittiva del testo ha il merito di dissolvere, conferendogli tratti surreali, il quadro di dignitosa povertà, di uniformità sociale, di consenso religioso attorno alla figura del dittatore Kim Jong-Il, costruita, più che per i visitatori (troppo pochi per meritare lo sforzo), per i ventidue milioni di coreani, ai quali deve essere comunicato un senso di assoluta armonia, che incastona i destini di ogni individuo nelle scelte del regime.
La realtà è altrove. Nei più di due milioni di morti della carestia di dieci anni fa e nei sette milioni che vivono solo grazie agli aiuti internazionali. Nel collasso economico che ha in poco tempo dimezzato la produzione. Nelle caste nelle quali è diviso il paese, basate, con uno strano miscuglio di ideologia e omaggio alla tradizione, su una divisione fra i discendenti di coloro che, nel corso della guerra di Corea, furono "puri, tiepidi e ostili" nei confronti del regime. Nel gulag, dove, nonostante l'assenza di opposizione, sono internate almeno duecentomila persone, accusate di crimini politici futili. (A quel che riferisce Morellini, i componenti della squadra che sconfisse l'Italia ai mondiali di calcio subirono questa sorte per aver ecceduto nei festeggiamenti).
Si vorrebbe segnalare l'efficace e documentato dossier di Morellini come l'ultima osservazione dal vivo della specie in estinzione dei regimi definiti, a torto o a ragione, totalitari, che nella loro fase finale sopravvivono non per il potenziale di repressione o mobilitazione, ma solo per la capacità di convincere le loro vittime che ogni mutamento dell'ordine esistente sarebbe un salto nel vuoto. Ma tanto ottimismo rischierebbe di essere prematuro. La Corea del Nord è oggi un paese che lavora in pratica per mantenere un esercito impegnato a difendere la frontiera più impenetrabile del mondo contro un nemico che non c'è più: è impensabile infatti che la Corea del Sud, impegnata in una politica di caute aperture e sostegno economico al Nord, stia progettando un attacco armato.
Nella follia di Kim Jong-Il c'è del metodo, sintetizzato dai dilemmi della politica internazionale. Come reagirebbe a minacce dirette un regime che (forse) dispone dell'atomica e di missili intercontinentali? E se esso crollasse, chi si accollerebbe il peso economico e sociale della ricostruzione della Corea del Nord? E quanto tempo sarebbe necessario per riconvertire i suoi cittadini a norme di convivenza profondamente diverse da quelle inculcate dal regime? E, infine, i tre grandi vicini (Russia, Cina, Giappone, e gli stessi Stati Uniti, vogliono davvero una Corea unita, che il possesso dell'atomica renderebbe poco controllabile?
In attesa che questi interrogativi vengano sciolti, il più pericoloso "stato canaglia" che esista al mondo sopravvive. La lezione che da ciò si può trarre per il futuro è che il totalitarismo è condannato alla scomparsa, in quanto inefficiente oltre che dispotico, ma può prolungare l'agonia imponendo, per il proprio crollo, un prezzo che la comunità internazionale non è disposta ad accettare.