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Marchi Marco - Dove si va | Una vita può essere vista come una strada? O la vita è già essa stessa una strada? Poniamo che si possa dire così, allora ogni individuo ha la sua strada nella vita, anzi la strada è la sua vita. Però egli non la conosce a priori, come non trova luce nel buio. Può solo scoprirla curva dopo curva, salita dopo salita, discesa dopo discesa. I personaggi di questo libro sono persone anonime e normali, raccontano tutti della propria strada, almeno di quella conosciuta finora. E ogni testimonianza parla di esperienze, esprime sensazioni e paure nascoste, rivela sogni ed elenca ricordi, come tanti tasselli di un puzzle senza limiti che alla fine combaciano insieme uno con l'altro. Questa raccolta di racconti parla di un viaggio, quel viaggio che ogni persona fa all'interno di se stessa e attraverso i suoi domani, alla ricerca della felicità e della propria realizzazione, perché quella è la meta finale a cui tutti aspiriamo.
sacha (08-11-2007) Il secondo libro di Marco Marchi è un'altra serie di prose sospese tra la realtà concreta degli avvenimenti e quella metafisica e allucinata delle associazioni mentali. Rispetto al precedente, l'esordio "Non si può mai sapere", c'è maggiore introspezione, che porta a un approfondimento delle tematiche, ricorrente, della solitudine e della ricerca di un valore etico più psicologico che morale. I racconti appaiono quasi tutti come un medesimo fluire di pensiero, uno stream of cosciounsness che non ha vera attinenza con la materia, rimane in un limbo imprecisato fra il ricordo e la reviviscenza. Le immagini si assemblano, a volte linearmente a volte, con minor vigoria, come fossero appunti, schizzi, idee. La forza comunque dell'assunto, superata l'iniziale divergenza rispetto alla prima opera, conduce a due o tre prove egregie, come "Quando finirà il mare", in cui l'Ego narrante (a volte solo trincerato dietro la terza persona) immagina d'essere Napoleone a Sant'Elena, o "In altre parole", senile presa di coscienza di uno scrittore alle soglie della morte: di buon impatto anche la brevissima novella "Capodanno", dove l'umorismo tra Gogol' e Kafka, che permeava il primo libro, esplode in una sequenza tanto orrorifica quanto balzana. Una buona idea anche la chiosa finale, con una poesia che, se a tratti pecca un po' di millenarismo, ha alcune buone immagini, che fanno chiedere se Marchi, sotto la scorza di inscenatore non poetico, sia forse alla ricerca di un senso più religioso, paganamente parlando.
Due soli appunti: il tono un po' ingarbugliato e divagante dei primi racconti, che, tuttavia, in particolare modo il primo, hanno uno spunto iniziale sempre innovativo, e, già citata, una sorta di fobia apocalittica, che peraltro l'autore anticipa già dalla nota iniziale, che non sfocia però in una presa di posizione, o in una ennesima creazione estetica, come accadeva nell'opera d'esordio, ma si limita a radiografare uno stato d'animo di assoluta inazione: un pessimismo, a mio avviso, un po' manierista. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
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