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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Perec Georges - Un uomo che dorme

Un uomo che dorme TitoloUn uomo che dorme
AutorePerec Georges
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,62
(Prezzo di copertina € 12,50 Risparmio € 1,88)
Prezzi in altre valute
Dati2009, 170 p., brossura
TraduttoreTalon J.
EditoreQuodlibet  (collana Compagnia Extra)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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Descrizione
Terzo romanzo di Georges Perec, "Un uomo che dorme" è la storia di uno studente che la mattina dell'esame, invece di alzarsi, lascia suonare la sveglia e richiude gli occhi. Segue il racconto della sua vita ordinaria, in cui giorno dopo giorno si educa all'indifferenza per tutto: non voler più niente, vagare, dormire, perdere tempo; tenersi lontano da ogni progetto e da ogni smania; essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione; leggere "le Monde" dall'inizio alla fine, senza saltare una riga, annunci matrimoniali e necrologi compresi. "Un uomo che dorme" è un romanzo in cui chiunque, leggendolo, riconosce quell'oscuro desiderio di ritirarsi dal mondo senza scomparire del tutto, diventare indifferente a ogni cosa, un fantasma trasparente che, come il protagonista del libro, vaga per Parigi senza aprire bocca, senza desiderare più nulla, tra la folla dei Grands Boulevards, per i caffè, le panchine dei giardinetti, i lungosenna, i musei, i monumenti, sonnambulo turista in casa propria.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Nel dicembre del 1965, il ventinovenne Georges Perec, che con Les Choses ha appena vinto il premio Renaudot ("senza cravatta e senza emozione", nota "Le Figaro"), è lo scrittore del momento. Il suo primo romanzo, recepito come una sorta di manifesto contro l'ossessione consumista, gli conferisce un'aura inattesa di visibilità mediatica. Perec ha un bel precisare che la crociata contro il consumismo gli è del tutto estranea ("Se volete qualcuno che faccia del moralismo su questi temi, leggetevi Les belles images di Simone de Beauvoir", commenterà spazientito nel '67); i giornali fanno a gara per presentarlo come un acuto sociologo che ha usato il romanzo per denunciare il vuoto di valori della nascente società opulenta. In realtà l'argomento di Les Choses, senza che l'autore se lo proponesse, era quello stesso "desiderio mediato" di cui aveva parlato, nel 1961, René Girard: gli eroi del primo romanzo di Perec sono incapaci di desiderare un oggetto il cui prestigio non sia sanzionato da un mediatore, vale a dire da qualche invidiabile rappresentante delle classi privilegiate o da una rivista di moda. Tutti si chiedono, comunque, alla fine del '65, a che cosa lavori Georges Perec, e lui annuncia Un homme qui dort, precisando che il titolo viene da Proust ("Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l'ordine degli anni e dei mondi") e che, rispetto a Les Choses, il suo nuovo romanzo"si situa su un altro piano". "Descrive – spiega in un'intervista – la faccia oscura della realtà, di cui Les Choses mostravano unicamente la faccia brillante. L'argomento non è più la fascinazione (…) Mi rivolgo piuttosto verso parole come 'indifferenza', 'solitudine', 'rifiuto', 'abbandono'. E, paradossalmente, mentre in Les Choses i singoli elementi erano autobiografici, senza che lo fosse l'insieme del libro, qui io tento di ritrovare, a partire da elementi che non sono autobiografici, o lo sono molto poco, certi anni della mia vita".
Gli anni che Perec "tentava di ritrovare" in Un homme qui dort erano il 1956 e il 1957: il periodo dei suoi studi di storia alla Sorbona, mai portati a termine, e del trasloco dalla casa degli zii che lo avevano allevato a una mansarda di rue Saint-Honoré. "Ritrovare" quegli anni significava, per lui, risalire a una fase della propria vita anteriore a quella euforica – per quanto alla fine deludente – descritta in Les Choses; rievocare l'esperienza di una condizione di straniamento da tutto, di sonnambulismo, di programmata indifferenza autodistruttiva che lo aveva portato sull'orlo del suicidio. Nulla, però, gli era più estraneo dei modi della confessione immediata, dell'effusione patetica, dell'esplorazione introspettiva: da un lato, sulle ferite del suo io, legate alla scomparsa della madre nella Shoah, incombeva un fortissimo "divieto d'immagine"; dall'altro, la sua ricerca e la sua riflessione estetica privilegiavano una forma di narrazione indiretta, filtrata attraverso un ambiguo omaggio parodico ai maestri del Grande Romanzo del passato. Rivisitata e imitata in Les Choses, la scrittura di Flaubert era diventata lo specchio magico in cui personaggi e lettori del XX secolo decifravano i propri desideri; in Un homme qui dort un ruolo analogo sarà svolto dai mondi immaginari di Kafka e di Melville, convocati per raccontare il naufragio di una creatura disarmata e solitaria, uno studente senza nome, in una Parigi ostile che i suoi incubi popolano di spettri e di mostri.
"Non voler più niente. Aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare. Vagare, dormire. Lasciarsi portare dalla folla, dalle vie. Seguire i canaletti di scolo, le inferriate, l'acqua lungo le sponde. Camminare lungo il fiume, rasente ai muri. Perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione". La bella traduzione di Jean Talion rende con precisione la forza ipnotica del dettato perecchiano, che in Un homme qui dort risucchia il lettore in una discesa agli inferi dalle tappe quotidiane e insignificanti: botteghe fantasma, ristoranti anonimi, divanetti in finta pelle nella hall di piccoli hotel malandati. Apostrofato dall'autore con un "tu" martellante (sulle orme di Butor, il romanzo è scritto alla seconda persona), il protagonista sprofonda in un vortice di passività, si inebria di illusoria indipendenza dal mondo, si ridesta all'improvviso un giorno in cui "tutto ricomincia, tutto continua". Nell'epilogo, lo vediamo nuovamente capace di aspettare qualche cosa: la fine della pioggia in Place Clichy. È un caso che proprio in place Clichy cominciasse un'altra discesa agli inferi, quella del Voyage céliniano? I perecchiani se lo chiedono, ma, come sempre, hanno più domande che risposte sicure.
Mariolina Bertini

I vostri commenti
6 recensioni presenti.  Media Voto: 3.66 / 5

T.LANDOLFI jackerouakk@yahoo.it (10-01-2012)
una sorta di "Buddhità" senza compassione, ecco ciò che vive giorno dopo giorno il personaggio del romanzo. Una vita da indifferente verso il mondo esterno, senza più scopi, senza obiettivi, mete o desideri. Perec ci regala un punto di vista speciale sul mondo. Uno sguardo nuovo e originale che non può non far pensare, mettendo in dubbio il nostro modo di concepire l'esistenza nel senso più ontologico e profondo del termine; Di riflettere su ciò che siamo.Da straleggere, io lo sto facendo per la seconda volta. voto 6/5
Voto: 5 / 5
maurizio .mau. codogno puntomaupunto@tiscali.it (18-07-2011)
Io ho amato alla follia La vita istruzioni per l'uso. Sono convinto che sia una delle opere letterarie più importanti del ventesimo secolo. Pero ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine di questo libro, che non è nemmeno poi così lungo. Il problema non è certo nella traduzione, con Jean Talon che ha fatto i salti mortali, alcuni dei quali sono evidenziati nella nota finale. Ho molto apprezzato ad esempio la "traduzione" delle definizioni delle parole crociate: come noto, Perec fu un bravo compilatore di cruciverba. Nemmeno la trama del libro, con un giovane che un mattino decide di continuare a dormire e non andare a sostenere l'esame, scegliendo poi di diventare il più neutro possibile, è un problema: le trame perecchiane sono spesso di questo tipo. Quello che non mi è piaciuto è la mancanza di un secondo, per non dire un terzo, livello di lettura. Perec adora la compilazione di nozioni inutili e ammonticchiate a caso, però nelle opere mature il caso in realtà non c'è e tutto è preparato per un fine non necessariamente esplicitato: qui no. L'opera è evidentemente giovanile (è il suo terzo romanzo, ma i primi due erano mainstream), e insomma è chiaro che Perec stava cercando la sua strada ma era ancora bene indietro. La postfazione di Gianni Celati non è che aggiunga molto, se non una dozzina di pagine :)
Voto: 1 / 5
Bebo (09-11-2010)
Un libro che lascia spazio ad interessanti riflessioni. La vita che trascorre e l'assenza di novità. Un male di vivere dei giorni nostri anche se non si tratta di depressione ma, piuttosto, di una sorta di apatia che affligge il quotidiano. Una lettura veloce e piacevole, soprattutto di notte. Verso la fine il ritmo tende a calare ma nel complesso lascia molto al lettore.
Voto: 4 / 5
Lazzarov (06-04-2010)
L'ho letto e mi ha ricordato molto i giorni in cui sono uno svogliato studente universitario che non da molta importanza a quello che fa. Ma non per questo penso sia una storia interessante, in fondo la trama è esile e inconcludente (studente universitario di sociologia che bighellona per Parigi senza parlare con nessuno), spesso l'autore si mette a fare liste di quello che vede il protagonista, stando attento però a non dare importanza a niente perchè il nostro studente vuole annullare i suoi desideri. Ma è tutto così svogliato, inutile, che talvolta è... irritante! Se proprio si vuole, si può notare una nota di originalità nello stile narrativo: è un libro narrato in seconda persona, cioè, è come se l'autore ti stesse ridicendo quello che stai facendo come se il protagonista sei tu... per essere più chiaro prenderò alcuni esempi presi tra pag.72 e pag.74 "Spesso giochi a carte da solo." "Ti sei lasciato prendere dalla malia del solitario." "Mescoli le carte, le disponi, tiri via gli assi, osservi il gioco." "Non riesci quasi mai a finirlo. A volte bari, solo un po', raramente, sempre più di rado." Spero di essermi spiegato... In fondo penso che l'importanza di questo libro (scritto nel 1969) sia proprio stilistica, come suggerisce Celati nella postfazione: è il punto di transizione dalla narrazione piana de "Le Cose"(1967) a ai lavori successivi dove domina una narrazione frammentaria ed evocativa attraverso la desrizione di oggetti (le cose,appunto) su tutti "La vita Istruzioni per l'uso"(1978).
Voto: 2 / 5
gianpiero genovinogiampiero@hotmail.com (13-09-2009)
una descrizione piccola ma intensa. quella ke distingue questo racconto è la capacità di perec di saper descrivere quelle sfumature di sensazioni ke ognuno di noi prova nell'ordinario. l'impatto della nostra solitudine con la vita moderna,passando quel lasso di tempo in cui il sacrificio dà spazio a pensieri morbosi e atteggiamento riluttante.
Voto: 5 / 5
Stefano (26-03-2009)
Finalmente ripubblicato. Grazie
Voto: 5 / 5

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