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Pascale Antonio - Questo è il paese che non amo. Trent'anni nell'Italia senza... |
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Titolo | Questo è il paese che non amo. Trent'anni nell'Italia senza stile |
| Autore | Pascale Antonio | Prezzo Sconto 15%
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€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
|  | | Dati | 2010, 187 p., brossura |
| Editore | Minimum Fax
(collana Indi) |
| | Disponibile anche in ebook a € 7,90 |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi | | 
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| In questo libro Antonio Pascale fa i conti una volta per tutte con il nostro paese. E scrive un saggio sull'Italia contemporanea a metà tra l'autobiografia sentimentale e l'inchiesta sul campo. Dall'arrivo dei primi senegalesi nella provincia campana alla nascita delle televisioni commerciali, dal caso Di Bella al caso Englaro, dalle passioni giovanili ai dubbi della paternità. "Questo è il paese che non amo" è un dialogo con il lettore, chiamato a mettere in crisi le sue false certezze. A riconoscere il razzismo dietro l'interesse per gli immigrati, il voyeurismo dietro la curiosità per il male, la militanza ottusa dietro le nuove ideologie, il sopruso dietro l'amore.
| La recensione de L'Indice |
 "A che punto è la notte?" potrebbe essere l'interrogazione di sapore biblico con la quale compendiare il senso di questo nuovo libro di Antonio Pascale, prolifico autore d'origine casertana giunto ora alla sua decima opera, la seconda per minimum fax. In effetti, la notte di cui parla l'autore è quella che da almeno tre decenni avvolge con le sue tenebre "lunghe e inquiete" il nostro paese, senza che si profili il timido baluginare di un'alba prossima ventura. Un reportage su Trent'anni nell'Italia senza stile come enuncia il sottotitolo, ruvido quanto efficace, dove l'autore ci spiega, annodando fili eterogenei e disparati, lo stato delle cose. Una notte italiana, quella che ci mostra Pascale, attraversata dal trionfo incontrastato dell'industria cultural-pubblicitaria, dominata dall'imperativo categorico della spettacolarizzazione di circenses sempre più volgari e demenziali, asservita al dominio di un edonismo narcisista prono esclusivamente alla causa del mercato e del consumo. Un paese dove tranquillamente la cultura, l'intelligenza e la riflessione vengono additate tout court come disvalori tra l'indifferenza generale. Così tutto ciò che dovrebbe tentare almeno di scalfire questo stato di cose (per esempio, assumere, come fa Pascale, il carico di un'intellettualità autentica, capace di esercitare un pensiero critico e problematico teso a rifiutare la logica della semplificazione e ad accogliere la sfida della complessità, senza abdicare all'esercizio dell'analisi e dell'osservazione, guardare e capire le cose grazie alla forza pura della ragione e della passione) è sistematicamente sostituito dalla grottesca sfilata di pseudo maîtres à penser che, invece di sgombrare le macerie di questo trentennio consolatorio e anestetico, puntellano allegramente le rovine. Ecco allora, in tragicomica successione, "l'intellettuale vip, il tuttologo moraleggiante, l'imbonitore spettacolare, il trasgressore programmatico" (così fotografava la situazione Ferroni in una recente intervista sul sito "ilsottoscritto"). Poi, per fortuna, si apre un testo come questo di Pascale e si legge, sin dalla primissima pagina, una fondamentale dichiarazione d'intenti: la rivendicazione di una scelta coraggiosa e umile, in netta controtendenza rispetto ai modelli ferroniani succitati, quella cioè di autoindividuarsi come un intellettuale al servizio, un soggetto pensante in grado di far luce nella notte, indicando e citando libri e articoli, ragionando su fatti ed eventi, sciorinando dati e situazioni. Basterebbe la nutrita, eterogenea bibliografia, posta dall'autore in esergo, dei libri e degli autori di cui si occupa in questa sua indagine colta e puntuale per avere una consistente guida ragionata alla comprensione e all'analisi di questi anni. È una passione fredda quella che muove questo libro di Pascale: una freddezza che non significa però cinismo o disincanto o rinuncia, ma semmai una volontà di esperire un'idea, una teoria valida, facendosi largo in mezzo al ginepraio di un'informazione sempre più malmostosa e tendenziosa, che agisce sempre più come strumento di distrazione di massa, dirottando la sua attenzione su questioni del tutto vacue e irrilevanti. L'autore si muove invece come se fosse un detective dello spirito critico, un conradiano secret sharer agli ordini di un'intelligenza che non abdica alla tentazione del batticuore e dell'irrazionalità o della supina acquiescenza alle mode più mainstream, ai dispositivi del consenso di massa e del "così fan tutti". Per Pascale è infatti proprio l'emotività uno dei pericoli maggiori, quella che si frappone fra l'evento e la comprensione dello stesso: "Vista e considerata la situazione del nostro paese, dove è proprio il tasso di emotività, sempre così acceso, solenne e alato, che ci spinge a smettere di pensare (
) possiamo spingerci ad affermare che quel complesso di reazioni labili e veloci che i primatologi chiamano 'emozioni' può abbassare la nostra comprensione del dolore del mondo o perlomeno renderla parziale?". Si capisce facilmente anche da questa citazione che l'autore, da buon investigatore alla ricerca del senso perduto, ricorre volentieri a una sorta di modularità espressiva che viene continuamente reiterata alla stregua di un rivelatore tic sintattico-verbale: procedere per interrogazioni assillanti e incalzanti, sempre supportate da una mole di fatti e questioni. Pascale ci spiega che quello della pursuit of happiness a tutti i costi è solo un equivoco e che a essa va sostituito piuttosto il "diritto all'inquietudine": "Se non possiamo essere per forza felici, dobbiamo accontentarci di essere intelligenti, e dunque indagare, indagare, indagare". Ma, volendo rinvenire un difetto in questo libro non banale, si può dire che talvolta l'autore pare sopraffatto da una specie di empito didascalico, di furor pedagogicus che non corrobora sempre la potenza del ragionamento e della analisi. Comunque, un libro che resta un'opera necessaria e importante. Linnio Accorroni |
Media Voto: 3.8 / 5MR___X (08-09-2010) bellissimo e imperdibile (così come altri saggi di Pascale: "scienza e sentimento" e "qui dobbiamo fare qualcosa"): uno spiraglio di illuminismo Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Giovanni (03-09-2010) libro che dal titolo promette molto (io son scappato dall'italia perché non mi trovavo) ma nei contenuti molto scarso. non riuscivo a leggere i capitoli interamente. Prolisso per quanto breve ma non accativante. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
gabril (08-05-2010) Il filo del discorso costruito da Pascale è indubbiamente sottile, raffinato, intelligente, con alcune pregevoli punte di diamante, come la riflessione sui modi dello sguardo: la tecnica della zoomata che amplificando il particolare rende incolore il contesto e ne tradisce il significato; o la violenza di una letteratura che si impadronisce del dolore e degli ultimi istanti di vita altrui e li saccheggia con lo sguardo e le parole (e la conseguente domanda sui limiti che ha da porsi chi scrive). Dopo tanta intensità dispiace quindi lo scadimento finale: scontate le analisi sul caso Englaro, pretenziose e piccate quelle su Vandana Shiva e gli OGM. Sembra quasi che Pascale cada a sua volta nel trabocchetto della tracotanza: trovato lo stile di analisi (un razionalismo oltranzista) applicarlo ad ogni circostanza. Il solito peccato dell'ideologia, insomma. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Stefano Crupi stefanocrupi@hotmail.com (22-04-2010) Cosa è accaduto all’Italia di questi ultimi anni per renderla così narcisista, superficiale, o, come recita il sottotitolo, “senza stile”? E’ a questa domanda che tenta di dare una risposta Antonio Pascale nel suo ultimo saggio dal titolo “Questo è il paese che non amo”, pubblicato dalla Minimum fax.
Muovendosi tra autobiografia e inchiesta, l'autore casertano traccia un profilo del nostro paese, ripercorrendo gli eventi chiave che hanno contraddistinto gli ultimi trent’anni e mischiando il tutto al proprio vissuto personale, alle letture ed ai film incontrati lungo il cammino.
L’analisi di Pascale parte dall’analisi di quello che è oggi il nostro immaginario: sempre più povero e banale si ciba di immagini semplificatrici. Sono le immagini fantasmagoriche e cioè parziali e senza consistenza, che aleggiano nelle case impregnando le nostre menti.
C’è stato un tempo in cui esisteva un codice di comportamento etico: quello che faceva criticare sdegnosamente una carrellata di “Kapò” di Gillo Pontecorvo a Jacques Rivette in un famoso articolo dei “Cahiers du Cinema”. Alcuni temi erano tabù, rappresentavano un limite alla rappresentazione.
Oggi il punto di non ritorno è stato superato da un pezzo. Quel pudore era di un’epoca nella quale anche solo la mancanza di esperienza diretta presupponeva l’incapacità e l’inadeguatezza di rappresentarla. Di quel pudore non è rimasta traccia a causa di una tendenza spesso impudente, sempre irrispettosa, alla semplificazione.
Per capire il mondo in cui viviamo, l’Italia in cui viviamo, è necessario partire dall’assunto che oggi il ricorso alle “carrellate” non conosce limiti. E’ questa semplificazione della realtà ad aver condotto l’opinione pubblica a credere senza esitazioni, ad esempio, alla cura Di Bella contro il cancro o a prendere posizione nel caso di Eluana Englaro, la ragazza in coma vegetativo per un incidente di 17 anni prima. Poco importa che questi nuovi meccanismi perversi producano disinformazione e anche pericolose illusioni. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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