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Sarcià Paola - Occhi di zagara | "Le zagare non hanno bisogno di molte cure per fiorire e profumare e vivere; anche in funzione di questo, il titolo della raccolta risponde perfettamente alla formazione culturale, emozionale ed etica di Paola Sarcià. La rosa del deserto si adatterebbe a diventare il simbolo di questa silloge; il tempo infatti si svolge impietoso sopra le cose, le appesantisce e le logora, qualche volta però addensa nei secoli piccoli cristalli che offrono alla caducità una statuaria forma di rosa. [...] Il valore del testo consiste nel nascere e vivere senza orpelli, senza inizi, senza fine, senza parole inutili o eccesso aggettivale, si staglia conciso nella sintesi di un lampo prima del temporale e lascia in chi legge la nudità della vita e del dolore..." (dall'introduzione di Patrizia Garofalo).
Renzo Montagnoli (25-05-2008) Il poeta traduce in versi le sue emozioni, siano esse liete oppure tristi, ma il percorso che più esalta questa ricerca in se stessi è di frequente motivato dalla sofferenza, un dolore spesso muto, che non traspare, ma che alligna nell’animo, corrosivo, a volte quiescente, ma sempre pronto a colpire. E allora, quando più si avverte, è indispensabile lenirlo con uno sfogo che fa nascere versi spesso struggenti, per quanto temperati da un naturale pudore.
In Paola Sarcià, in questa sua opera prima Occhi di zagara, il dolore si fa verbo, si fa parola, fluisce dall’animo fino al foglio, che imprime e scava, una sorta di specchio liberatorio in cui confrontarsi, svelenire l’animo, mantenere traccia di una sofferenza che va, viene, scompare, ma che tenderebbe sempre a ritornare se non fosse intervenuto il potere salvifico della poesia, un’ancora di salvezza in cui farlo confluire.
Come dice giustamente Patrizia Garofalo nella sua bella prefazione, la poetessa marchia a fuoco se stessa senza pietà, in una sorta di accettazione del proprio stato, senza odio, senza timore, una condizione indispensabile per continuare.
Quanto ho scritto lascerebbe presupporre una difficoltà di lettura, dovuta alla naturale ritrosia di ognuno di noi ad accettare la sofferenza degli altri, ma non è così, perché quello che per l’autore è dolore per noi che leggiamo diventa malinconia, grazie a quel pudore che ha stemperato lo sfogo espresso in versi.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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