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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Bianciardi Luciano - L' antimeridiano. Vol. 1: Opere complete.

L' antimeridiano. Vol. 1: Opere complete. TitoloL' antimeridiano. Vol. 1: Opere complete.
AutoreBianciardi Luciano
Prezzo
Sconto 15%
€ 58,65   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 69,00 Risparmio € 10,35)
Prezzi in altre valute
Dati2005, XLVI-2085 p., ill., rilegato
CuratoreBianciardi L.; Coppola M.; Piccinini A.
EditoreIsbn Edizioni   

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Descrizione
Luciano Bianciardi è uno degli scrittori e giornalisti italiani più influenti degli anni Sessanta. Satirista d'eccezione, critico della nascente industria culturale ed esistenzialista non ortodosso, racconta l'Italia com'era e come è, con la potenza della riflessione senza padri né padroni, del cinismo applicato senza compiacimento, semmai con dolore (lo stesso dolore che lo renderà alcolista, prima di ucciderlo, non ancora cinquantenne). Questo primo volume contiene romanzi, saggi, tutti i suoi racconti (pubblicati su vari giornali e in alcune raccolte) e i suoi Diari Giovanili (diari universitari e di guerra) fino ad oggi inediti.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

L'uscita sotto le ferie di fine anno tempo di strenne e classici in edizioni di pregio del primo volume delle Opere complete di Luciano Bianciardi è stata accompagnata da una polemica che ha interessato i principali quotidiani nazionali: un caso legato al deficit di attenzione verso lo scrittore ora ripubblicato e al precedente rifiuto di accoglierlo nel proprio catalogo – e pertanto in un se non nel “canone” – opposto dalla principale collana di classici italiani: i “Meridiani” Mondadori. Quei “Meridiani” che mandavano in libreria quasi negli stessi giorni per restare agli italiani un altro autore importante e in parte in ombra Domenico Rea e in edicola a prezzi di saldo una significativa scelta di titoli. Spentisi gli echi della polemica coperti dal generale favore che la proposta di ExCogita e Isbn Edizioni ha incontrato sulla stampa in termini talora di notevole intelligenza critica e talora di curiosi fraintendimenti e comunque depositario quel favore di discordanze interpretative che accrescono l'interesse verso l'opera di Bianciardi resta da dar conto del tipo di scelta editoriale che sembra alludere a un “anticanone” opponendo a “Meridiano” Antimeridiano; a un'esaustività di note e apparati critici sintetiche e orientate introduzioni e cronologie; alle rilegature in pelle infine quella in risentito e programmatico cartoncino grezzo. Un tipo di presentazione che costituisce in qualche modo una novità mettendo insieme “stilemi” editoriali diversi: la raccolta completa e la lettura senza commento e/o con apparati ridotti all'osso curiosamente proprio quando l'editoria di fascia economica non è insolita approntare vere e proprie edizioni critiche: un esempio per tutti riconosciuto da diversi anni quello dei classici latini e greci della “Bur”.

La scelta che qui si intende solo sottolineare si vuole con ogni probabilità in direzione di una proposta quanto più possibile libera e antiaccademica che lasci corso al personale rapporto del lettore con le oltre duemila pagine finalmente raccolte dell'opera narrativa e saggistica (un secondo volume conterrà le collaborazioni giornalistiche e l'epistolario). E tuttavia dispiace ugualmente l'assenza di un repertorio bibliografico utile o meglio indispensabile per tratteggiare la “situazione” dello scrittore grossetano nel divenire delle vicende letterarie di questi anni dell'attenzione critica voglio dire che gli è stata offerta o negata.

Una lacuna che viene a bilanciare il bel saggio introduttivo di Massimo Coppola e Albero Piccinini calibrato sull'intreccio in Bianciardi così forte tra biografia e opera terreno davvero ineludibile se si desideri accesso al suo universo narrativo e al tempo stesso anche insidioso e a tratti addirittura ineffabile. Ne sono prova tanto i fraintendimenti cui sopra si accennava quanto i luoghi che si vanno di pari passo consolidando intorno alla vita dello scrittore rischiando di condannarlo a una fissità irreale. Così in analogia con quella “flaianite” opportunamente lamentata da Giovanni Russo (Scheiwiller 1990) a proposito dello scrittore pescarese si potrebbero forse già paventare i sintomi di una consimile “bianciardite” vera e propria vulgata con i suoi topoi e i suoi passaggi d'obbligo (l'anarchico e il torracchione la proposta di Montanelli al “Corriere” il “gran rifiuto”…). Che poi a ben vedere le analogie tra i due scrittori non si limitano a queste “forzature d'uso” del lascito umano e letterario ma pur riferendosi a temperamenti tanto diversi vanno assai più in profondità e riguardano tanto le comuni origini provinciali quanto la ferita che suscita il distacco e il passaggio alla città: la Roma del giornalismo e del cinema per il pescarese la “capitale del Nord” con le sue case editrici e lo smog (vocabolo che con Vittorio Sereni fa allora ingresso nel lessico della poesia) per il grossetano. E soprattutto la solitudine interiore e malinconia amaro frutto della comune insofferenza verso ogni conformismo che Flaiano tramuta in raffinatissima ironia Bianciardi fa deflagrare in invettiva e sarcasmo. Ma non solo in questo.

Il grande merito dell'edizione completa è di offrire ora una visione generale dell'opera secondo il suo cronologico svolgimento permettendo per la prima volta di considerarla come un corpus inseparabile che vive come pochi altri di rinvii e intertestualità. In esso i filoni si intrecciano e separano trovando ragioni uno nell'altro non escluso in lontane radici che vedono le stampe per la prima volta: parlo dei diari giovanili e soprattutto di guerra momento decisivo della coscienza del giovane intellettuale luogo dove si incontrano ingenui aneliti etici e disillusioni comuni a una generazione orrore e solitudine e dove si fa largo credo ancora poco considerata quanto agli esiti futuri l'ombra della noia.

La complessità di motivi dello scrittore risulta così vivificata e sottratta a malintesi e stereotipi tanto più sospetti come è stato pur sottolineato (cfr. Beppe Sebaste “L'Unità” 29 gennaio 2006) in presenza di un'omologazione oggi (ma già allora) in grado di fagocitare ogni cosa e di cui Bianciardi fu tra i primi a rendersi conto. Analogamente anzi parallelamente si potrebbe condurre il discorso sullo stile sul suo “evolvere” cioè dalla “composta perfezione” dei Minatori della Maremma (ma l'espressione è rubata a L'integrazione dove si riferiva all'intera Italia centrale: come non pensare a Volponi?) fino agli esiti aperti di un romanzo cui Bianciardi teneva molto Aprire il fuoco suggestiva e irrisolta satura in cui si urtano i differenti filoni di un'intera vita di scrittura in primo luogo la Milano configurata dal “miracolo” in chimica reazione con i motivi prediletti del Risorgimento.

Uno stile di cui è dunque interessantissimo seguire le modificazioni i continui imprestiti che ne arricchiscono la sobrietà iniziale e la concretezza qualità che Bianciardi prediligeva (sapeva leggere la poesia in un regolamento ottocentesco di polizia mineraria) fino alle deformazioni di gusto espressionista più evidenti con il passare anni per lo meno da La vita agra in poi. Con molta finezza Geno Pampaloni introducendone la riedizione “Bur” del '74 parla di un prosa intarsiata fitta di echi di autori tradotti (Miller Kerouac Faulkner) con cui “lo scrittore consegna la parte arresa della propria autobiografia”. L'esperienza stessa del proprio vivir desviviéndose in altri termini nella raffinata ideazione poetica che dice “io” e che i curatori dell'Antimeridiano chiamano “io opaco”. Avviene nella Vita agra che quest'io opaco funzioni come anello di raccordo tra il particolare e il generale e che per suo tramite la personale vicenda e sensibilità dello scrittore divenga schermo sui cui risaltano inoppugnabili i lineamenti della più grande mutazione che l'Italia moderna abbia conosciuto. L'Italia dei contadini cui Bianciardi rimarrà idealmente legato cede per sempre il passo per dirla con Carlo Levi (cfr. L'orologio Einaudi 1950) all'eterna Italia dei “luigini”. Perché i luigini del “neocapitalismo” hanno vinto sono ormai dappertutto: hanno la violenza del Giaguaro e le aborrite “gambe secche” delle segretarie i modi untuosi e paternalistici degli intellettuali di partito e l'indifferenza dei passanti. Affittano camere licenziano vagliano traduzioni stilano norme redazionali. Qui in questa deriva senza rimedio suppura la ferita di Bianciardi e il suo Risorgimento che non è solo garibaldino ma seriamente cattaneano (si pensi alla prosa e alla struttura dei Minatori della Maremma) non è medicina suscettibile di risanarla.

Quando nell'indiretto libero della Vita agra tornano quasi di peso le spiegazioni della tragedia alla miniera di Ribolla l'esattezza di tono di quel primo libro è ormai increspata di sarcasmo. Si può parlare dell'anarchico finché si vuole e farne anche un'immagine votiva ma quel sarcasmo è spia di un dolore che ancora ci riguarda.


Marco Vitale

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