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McCarthy Tom - Déjà-vu. Il romanzo dei ricordi perduti | Qualcosa di strano cade dal cielo e ferisce gravemente un uomo che perde la memoria. L'assicurazione, che non vuole si sappia nulla dell'incidente, lo ricopre di soldi. L'uomo senza nome, protagonista del romanzo, non sembra essere particolarmente colpito dal trauma, finché non viene colpito da un intenso Déjà-vu. È l'inizio dell'ossessione; l'uomo senza nome è ostaggio di una forza prevaricante e totalitaria che lo spinge a rimettere in scena le sue visioni. Come un immenso teatro dell'assurdo il cui sipario si apre in mezzo alla realtà quotidiana, sorge un intero palazzo, abitato da decine di persone pagate solo per eseguire gli ordini dell'uomo senza nome nella più grande messa in scena mai realizzata da essere umano. La ricerca dell'autenticità, della propria identità, del ricordo perduto, lo spingerà in una drammatica e violenta spirale il cui senso ultimo riposa nel profondo mistero della memoria, la materia stessa di cui siamo fatti noi uomini.
| La recensione de L'Indice |
 Déjà-vu è un libro singolare, almeno per il non sempre ricco di idee panorama italiano. Ma lo stesso può dirsi anche per quello inglese, dato che il suo autore, Tom McCarthy, artista quarantenne, è riuscito a pubblicarlo inizialmente solo in Francia, nel 2005, presso la Metronome Press. Da allora Remainder (questo il titolo originale) è diventato un libro culto (anche in Italia i suoi ammiratori vanno crescendo), ed è stato additato da Zadie Smith come uno dei migliori libri inglesi degli ultimi dieci anni, e come una delle possibili strade per il romanzo contemporaneo. Intanto perché è un libro pieno di idee originali e di evidenti collegamenti con il mondo dell'arte contemporanea; anzi, è un romanzo che va letto come un'opera concettuale. Non solo perché McCarthy è un artista-scrittore, ma perché il plot di Déjà-vu si fonda su un concetto, quello di re-enactment, preso a prestito dalla rievocazione di eventi storici e passato a designare le modalità di rielaborazione dell'esperienza personale e collettiva (del 2008 è appunto una mostra tenutasi a Berlino, History will repeat itself, centrata sulle possibili declinazioni artistiche del re-enactment). Un modo per riflettere sui meccanismi della memoria, insomma, e per ricostruire la giusta sintassi del presente raggrumandone le tracce (i remainders, appunto) in una rappresentazione che illumini l'oggi di un senso anche parziale e nascosto. Perché è solo dai frammenti che si può ricostruire l'intero, la compiutezza esistente prima del primo disastro, della crepatura primaria. È precisamente quello che accade al protagonista: reduce da un trauma di cui si ignora la natura (parafrasando Zanzotto), riceve una montagna di soldi per tenere la bocca chiusa e non rivelare a nessuno i particolari dell'incidente. Folgorato dalla forma di una crepa, decide di riprodurla; anzi, di riprodurre in tutti i suoi dettagli, crepe e abitanti un palazzo sconosciuto incastonato nella memoria (Madlyn Mansions si chiama, con riferimento alle madeleine proustiane, benché qui il meccanismo memoriale sia niente affatto involontario). Lì, giorno e notte i suoi dipendenti mettono in scena una routine di azioni (il fegato della vicina che frigge, i gatti che precipitano al suolo, un pianista che suona) che ha un solo scopo: ricostituire una condizione di fluidità tra il protagonista e il mondo esterno, strappare il velo che lo separa da una vita autentica e attingere ancora a uno stato di pienezza esistenziale di cui si ignora tutto tranne la qualità materiale, i dettagli infinitesimali di odori, suoni, sfumature di colori e forme: "È la materia che ci rende vivi: il flusso frammentario, il tessuto cicatriziale, la firma del primissimo disastro del mondo e quella che garantisce il suo ultimo atto". Ecco quindi che la memoria legata al trauma viene replicata e dislocata in decine e decine di microazioni apparentemente prive di senso, ma che per il protagonista vengono ad assumere un'importanza pressoché vitale, fino all'inevitabile disastro finale. Significativo anche il procedere di McCarthy per accumulo e ripetizione, come a voler smantellare l'edificio del romanzo minandolo con un mucchio di dettagli che rischiano di farlo crollare a ogni istante. A fare di Déjà-vu un ibrido concorre pure questo misterioso io narrante che si accampa al centro della scena e che sembra parlare da una misteriosa terra straniera. Come se fosse "io" solo all'apparenza, ma fosse invece una terza persona incomprensibilmente privata dell'accesso a una soggettività compiuta. Marilena Renda |
Media Voto: 3 / 5ettore (13-05-2009) una storia prolissa e insensata, senza capo ne coda, piena di descrizioni interminabili (che spaziano dalla topografia di una città al muso di un furgone) e personaggi che definire sagome di cartone è un complimento. libro artificioso e pesante Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Stefano (30-04-2009) Soporifero, assolutamente ripetitivo. Inutile. Senza nessun senso: l'inizio è una bella trovata. Solo quello.
Per il resto, solo noia e ripetitività assolutamente sterile Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Gaetano gaetanosannino@hotmail.com (25-04-2009) Consigliatomi quale capolavoro da un'amica, del libro ho apprezzato l'idea decisamente originale e la forma. Ma di capolavoro neanche l'idea. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
gidem (28-01-2009) Un uomo, colpito accidentalmente da un oggetto piovuto dal cielo, si ritrova con una barca di soldi versati dall’assicurazione e una misteriosa patologia che lo costringe a rivivere ossessi-vamente episodi anche banali, della sua vita.
Romanzo potente e suggestivo, che nasce da un’idea originale portata avanti in un climax inar-restabile che lascia senza fiato. Autore assolutamente da tenere d’occhio.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
serena pazpert@gmail.com (22-06-2008) un romanzo raro. e la descrizione del primo lungo intenso deja-vu del protagonista è semplicemente incredibile Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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