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Wolf Christa - Guasto. Notizie di un giorno |
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Titolo | Guasto. Notizie di un giorno |
| Autore | Wolf Christa | Prezzo Sconto 15%
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€ 6,15
(Prezzo di copertina € 7,23 Risparmio € 1,08)
|  | | Dati | 1997, 128 p. | | Curatore | Raja A. |
| Editore | E/O
(collana Tascabili e/o) |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| Christa Wolf ha pubblicato "Guasto" contemporaneamente nelle due Germanie, a un anno dall'incidente di Cernobyl. Il titolo originale, "Störfall" indica un fattore di disturbo, un'avaria. E avariato, irrevocabilmente compromesso sembra l'orizzonte dell'esistenza dopo Cernobyl. La crepa imprevista nel dominio della scienza inghiotte ormai l'idea stessa di futuro, travolgendo con sé qualsiasi punto di riferimento. Maggio 1986, prime ore del mattino in una casa di campagna del Meclemburgo. Il cielo è radioso, i ciliegi in fiore, le galline starnazzano come sempre sull'aia. Un paesaggio idillico ormai incrinato nella coscienza di chi guarda: la nube radioattiva ha raggiunto la Germania, le notizie si accavallano confuse e frenetiche, lasciando il soggetto atterrito e disperso. Da questa situazione si dipanano le riflessioni della Wolf lungo l'arco di un'intera giornata. Ne nasce una cronaca minuta in cui l'evento pubblico collettivo - il disastro nucleare - si salda con la dimensione privata, determinando un continuo rimando tra biografia e storia.
| La recensione de L'Indice |

(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Chiarloni, A., L'Indice 1987, n. 6
Christa Wolf ha pubblicato "Guasto" contemporaneamente nelle due Germanie, a un anno dall'incidente di Cernobyl. Il testo esce a poche settimane di distanza presso la casa editrice e/o nella bella traduzione, corredata da un'intelligente postfazione, a cura di Anita Raja. Il titolo originale, "Störfall" indica un fattore di disturbo, un'avaria. E avariato, irrevocabilmente compromesso sembra l'orizzonte dell'esistenza dopo Cernobyl. La crepa imprevista nel dominio della scienza inghiotte ormai l'idea stessa di futuro, travolgendo con sé qualsiasi punto di riferimento. Maggio 1986, prime ore del mattino in una casa di campagna del Meclemburgo. Il cielo è radioso, i ciliegi in fiore, le galline starnazzano come sempre sull'aia. Un paesaggio idillico ormai incrinato nella coscienza di chi guarda: la nube radioattiva ha raggiunto la Germania, le notizie si accavallano confuse e frenetiche, lasciando il soggetto atterrito e disperso.
Da questa situazione si dipanano le riflessioni della Wolf lungo l'arco di un'intera giornata. Ne nasce una cronaca minuta in cui l'evento pubblico collettivo - il disastro nucleare - si salda con la dimensione privata, determinando un continuo rimando tra biografia e storia. La spina dorsale della narrazione è infatti costituita da un evento familiare; di più, il tempo stesso del racconto è scandito dal decorso di un intervento chirurgico, a cui proprio in quelle ore, viene sottoposto il fratello, affetto da un tumore al cervello. Il fluire del pensato, intercalato da frequenti vocativi (fratello/fratellino oltre all'intraducibile 'Bruderherz') e da ricordi di fiabe e giochi infantili, assume quindi anche il tono di una veglia a distanza, che libera tutta una serie di emozioni inscritte nel reticolo degli affetti familiari. Un aspetto questo che consente al testo di aprirsi a dialogo tra una figura femminile (autrice, narratrice, protagonista),
programmaticamente immersa in uno spazio domestico - salvo qualche rapida puntata all'esterno il luogo privilegiato resta la cucina - e un personaggio maschile che nel corso della riflessione viene continuamente assunto come interlocutore razionale, che ha familiarità con le cose della scienza e del mondo.
Si tratta insomma di un modulo narrativo che riprende il confronto maschile/femminile, scienza/natura, guerra/pace che strutturava "Cassandra", orientandolo tuttavia in modo diverso. Se nel testo dell'83 si coglievano facilmente alcune analogie col femminismo radicale - soprattutto francese - la catastrofe nucleare spinge l'indagine oltre l'ossimoro sessuale utilizzando le categorie dell'etologia e della neurobiologia la Wolf si addentra infatti nella storia dell'evoluzione del mondo animato, in una ricerca ostinata, febbrile delle radici di quell'aggressività che minaccia oggi di distruggere l'umanità. Non a caso le citazioni che siglano il racconto - Konrad Lorenz e Carl Sagan (giovane scienziato della Cornell University) - rimandano ad un orizzonte che investe il senso ultimo delle cose e del vivere. E tuttavia "Guasto" rivela non solo, come "Cassandra", un'ottica femminile ma anche le tracce della materialità della vita delle donne, della loro quotidianità, del rapporto con gli oggetti. E il lettore si trova a spiarle, queste tracce, a riconoscerle come un segno privilegiato, contrapposto al mondo del fare maschile. Così ad esempio il perimetro domestico - luogo della scrittura - è immerso, quasi attraversato da una natura germogliante e benefica, fertile e materna, animata da una prorompente vitalità sotterranea. E ancora: la voce narrante è sorretta e confortata lungo l'arco della giornata da una variegata serie di figure femminili. C'è la vicina di casa con i suoi doni in natura, le ricette, le interminabili descrizioni delle sue vicende ospedaliere. C'è la corrispondenza con Charlotte Wolf e le pacifiste svizzere. Ci sono le telefonate delle amiche e delle figlie: tutte donne, quasi che la comunicazione, il segno ormai perduto della 'Freundlichkeit' - la gentilezza che già sanava le ferite del "Cielo diviso" - non possa avvenire se non per via femminile. E tuttavia l'incidente di Cernobyl pone interrogativi che la Wolf non risolve con la contrapposizione sessuale. La lacerazione sembra oggi attraversare l'individuo stesso e la riflessione rivela le pulsioni affannate di un soggetto scisso, che procede oscillando tra emozione e argomentazione scientifica, strutturando il testo in blocchi contrapposti, quasi a sottolineare la schizofrenia del vivere odierno.
D'altra parte, nella ricerca delle responsabilità, la Wolf opera una rigorosa autocritica, puntigliosamente datata: 1973, anno a cui risale il progetto della prima centrale nucleare nella RDT. L'intellighenzia, allora galvanizzata dall'utopia leniniana dell'energia per tutti, aveva assistito impassibile alla "normalizzazione" di una sparuta opposizione giovanile. E se anche nel rovello dell'interrogarsi si ripropone la dicotomia dei sessi - da una parte il maschio scienziato, roso dal tarlo della scoperta-a-tutti-i-costi, dall'altra la donna nutrice, la madre alla quale "mai verrebbe in mente di inventare qualcosa che possa inquinare il latte per la prole" - tutto questo non assolve il genere femminile, che viene anzi esplicitamente definito se non complice, certo corresponsabile. Ma dove, allora si colloca il "punto cieco", la radice della follia che minaccia di travolgere la specie umana? Sulla filigrana dell'intervento chirurgico, la Wolf accogliendo alcune intuizioni della moderna neurobiologia - soprattutto il "complesso R" di Paul Mac Lean - esplora, per così dire in punta di bisturi, i gangli della retina e gli organi che sovrintendono i processi cognitivi, penetra lungo la traccia dei nostri antenati rettili, fruga tra i "programmi" della corteccia cerebrale. La scrittura non è lineare, bensì magmatica e convulsa. L'osservazione scientifica si accavalla continuamente con le notizie sugli indici di radioattività e sul decorso dell'operazione, la Wolf insomma avanza delle ipotesi, piuttosto che tirare conclusioni. Ma gli incastri narrativi sono illuminanti. Un esempio: dalla ridda di notizie proveniente dai mezzi d'informazione - la narratrice è costantemente in ascolto sui canali occidentali - emerge l'immagine apocalittica della "sindrome cinese". Qui, senza soluzione di continuità, s'innesta un ricordo infantile: il gioco della bottiglia di acido muriatico sepolta nella sabbia e destinata, grazie ad un'immaginaria reazione a catena, a perforare il pianeta e a raggiungere l'altra faccia della terra. Questo frammento di memoria infantile instaura un nesso - "proprio del genere umano" - tra desiderio di conoscenza e istinto di distruzione invenzione e violenza, sapere ed effrazione, che rimanda alla citazione iniziale di Carl Sagan: "Non abbiamo mai separato l'uccidere dall'inventare. Tutt'e due derivano dall'agricoltura e dalla civiltà". Il nesso viene ripreso, sotto forma di dubbio lacerante, nella parte centrale del testo. Il pensiero corre alla sala operatoria, urta contro immagini di asettica violenza chirurgica, retrocede alla funzione dei sensi nella storia dell'evoluzione umana, risale al homo sapiens e constata: "L'intelligenza diventa il fattore decisivo dell'evoluzione. L'uomo intelligente si procura i mezzi per assoggettare la natura e i suoi simili. E, impiegando apertamente e subdolamente la violenza, cerca, anche al prezzo dell'autodistruzione, di violare i principi e le norme che lui stesso si è imposto."
La riflessione si fa smarrita, dichiaratamente "dispersa". Ma non è un caso che proprio a questo punto s'incunei nel racconto il vecchio Plaack. Attraverso questo personaggio la Wolf ci restituisce un rapido ma preciso spaccato di un villaggio della RDT negli anni '80. Sotto un cielo solcato dai caccia a reazione, tutto è immobile, fermo nel tempo, indifferente a qualsiasi evento. L'ufficio postale con la lotteria della Croce Rossa, lo spaccio dove - Cernobyl o no - il latte viene venduto come prima, la chiesa sconsacrata, i vecchi con le mani in grembo e lo sguardo fisso nel vuoto. E poi c'è il passato tedesco. La pelle di ognuno può aprirsi, e allora, dalle cicatrici lacerate, si vede colare l'orrore - avverte la Wolf. È infatti dal vecchio Plaack che erompe, quasi braccando un io narrante in fuga, la testimonianza di una spietata quanto assurda violenza esercitata dai nazisti sui prigionieri russi. Un episodio tutto sommato minore, ma che ha la funzione di riproporre il criterio della scelta etica individuale e di sgombrare il campo da possibili equivoche omologazioni. In altre parole: Cernobyl - così come il gulag - non cancella i lager nazisti. E tuttavia il disastro nucleare s'impone come "una cesura", quel "cielo maligno" richiede oggi una scrittura diversa. Davanti al teleschermo la Wolf teme atterrita il peggio. Che puntualmente si verifica: i volti delle vittime, "tesi nello sforzo di un sorriso", vengono spacciati per "eroi" del socialismo. C'è rabbia, scandalo, in queste pagine. Riemerge persino un noi collettivo, scomparso dai tempi delle "Riflessioni su Christa T." (1968), e qui radicalmente contrapposto a un potere "patologico", "avido" e "arrogante". Il testo si costituisce progressivamente come testimonianza, cronaca ribelle e minuziosa, puntualmente datata contro il silenzio da parte sovietica. Urge in tutto questo un'ansia di rinnovamento che non teme l'uso diretto, si è tentati di dire impudico, di termini come "amore" o "speranza". D'altra parte è proprio il principio speranza caro alla Wolf - che di Bloch è idealmente allieva - a venire qui riproposto con forza. Non è facile ottimismo: richiede la parola che scuota l'umanità dal suo torpore sonnolento, il concetto che rifondi il senso della ricerca scientifica, la denuncia dell'intero apparato tecnologico. La critica di certe istituzioni destinate a produrre starwarriors, come il laboratorio di Livermore, è aspra e pungente. Riprendendo l'analisi psicologica del homo technicus già presente in "Autoesperimento" (1972) la Wolf ironizza sul virulento separatismo maschile che regna negli istituti di ricerca coperti dal segreto militare. Un maschile che si connota come autonomia e distanza dal femminile, o più in generale dagli affetti, non può che approdare a esiti letali, le cui conseguenze sfuggono ormai alla nostra fantasia. Come ratti programmati a premere sempre sullo stesso tasto, assuefatti dalla narrazione seriale dei day after, tendiamo oggi, a est come a ovest, a rimuovere quotidianamente la minaccia: col trascorrere delle ore e dei programmi su Cernobyl, la nube radioattiva si riduce gradualmente a immagine, anzi a "bambino sporcaccione della nostra bella famiglia televisiva".
Letteratura delle idee, questa, che mai indulge al piacere del testo, se non per frammenti sparsi dai classici tedeschi, spezzoni ormai inceneriti di un linguaggio a cui la voce narrante cerca invano di aggrapparsi. Parole perdute, archiviate, come la 'launische Forelle' di Schubert, la trota capricciosa ridotta ormai a deposito di scorie radioattive. Il racconto non illude il lettore: anche le sequenze finali sono centrate sulle difficoltà di una scrittura che inevitabilmente rivela l'incidenza delle prescrizioni sociali. Scende la sera. Cena davanti al televisore. Con l'ebbrezza del vino cadono le inibizioni e monta la nausea del linguaggio, il terrore di essere ormai identica, conforme a quella "cittadella" alla quale ancora si contrapponeva "Cassandra". La riflessione diventa viscerale, un rigurgito che porta a galla, verbalizzandolo, il rimosso di una generazione. Alla Wolf, classe 1929, comunista, candidata al comitato centrale della SED fino al 1967, espulsa dalla presidenza dell'Unione Scrittori della RDT dopo il caso Biermann, non è concessa la graziosa levità con cui in occidente l'intellettuale di sinistra fa pubblicamente i conti con se stesso e con i propri trascorsi politici. A est, con il reticolo ideologico che cade anche il lessico della condanna e della redenzione. Tra fantasmi inutilizzabili, l'individuo resta, solo, "naufrago" davanti all'orrore della storia. Defraudato del linguaggio, espropriato della fantasia, resiste tuttavia il 'telos' della testimonianza, il censimento dei guasti, la registrazione del malessere. La conradiana "vampa di luce che trascorre veloce sulla pianura" indica ancora un percorso: il viaggio nel cuore di tenebre va tracciato a partire dalla propria esperienza, pur sapendo che i punti cardinali non sono rivelati.
recensione di Natoli, A., L'Indice 1987, n. 6
"Qualcosa è accaduto che già irrompe a modificare i modi consueti del pensare, le metafore più comuni del linguaggio quotidiano. Mai più dirà: 'i ciliegi sono esplosi', fioriti è l'espressione, al confronto neutra e senza emozione, che adopererà. Esplodere, esplosione sono divenuti a un tratto, con i comunicati del mattino, termini che evocano la minaccia di morte, latente ed ubiquitaria, che improvvisamente ti circonda da ogni lato e che penetra dentro di te con il respiro, impregnandoti. Presenza sinistra che sfugge alla percezione dei sensi, dai quali puoi solo apprendere che i polli del vicino sono tornati a beccare sul tuo prato di fresco seminato. E, come al solito per questo ti arrabbierai. Ma, come tutto è mutato di colpo, immediatamente invocherai sulle loro uova la maledizione con cui adesso tutto convive, mentre ha già iniziato a morire".
Questo è l'attacco travolgente del nuovo racconto di Christa Wolf, "Guasto. Notizie di un giorno", e il giorno è quello di Cernobyl, 26 aprile 1986, la notizia più importante è che d'ora in poi per gli esseri viventi si è aperta una imprevista invariante rispetto allo scenario di Hiroshima; la convivenza, invisibile e inafferrabile, con la morte. Non come in battaglia, dove essa è dovunque e in ogni momento può colpirti; no, adesso è nell'erba verde del prato dove siedi, nell'incanto del tramonto, naturalmente, nella nuvola e nell'aria che respiri, è dentro di te. Qualche cosa che non è mai esistita nella storia millenaria del mondo in cui abbiamo vissuto e viviamo, una mutazione delle cose e delle parole.
Le parole d'ora in poi sono cambiate, il loro significato è divenuto diverso. Chi potrà dire ancora fungo, trota, ruscello, ignorando l'oscuro alone di morte che emana dalle cose? Chi potrà dire senza fremere "azzurro radioso", "nuvole, velieri dell'aria"? Il cielo radioso non si può più nemmeno pensare. Il nostro linguaggio non serve più: atomo in greco, individuo in latino, e poi nei secoli fino a noi, avevano lo stesso significato: inscindibile. Ma chi inventò queste parole non aveva conosciuto n‚ la fissione nucleare, n‚ la schizofrenia. La poesia sopravviverà? E la storia dell'uomo, ancora prima, il processo di umanizzazione che ha accompagnato la formazione del linguaggio, il nesso originario fra comunicazione e società, e il loro substrato materiale, i centri di cellule nervose, iperdifferenziate e irriproducibili, tutto questo è ora divenuto guasto e inservibile?
A questo punto scatta istantanea un'altra angoscia: proprio in quel momento, l'ora del comunicato del mattino, suo fratello sta entrando in sala operatoria, intervento difficile ad alto rischio, un tumore della parte più profonda e custodita del cervello, il mesencefalo, in prossimità dell'ipofisi. Anestesia, incoscienza, un'altra minaccia di morte, tradizionale questa. Un'altra sofferenza, ma in stato di incoscienza dove va a finire la sofferenza? E noi qui, invece, in stato di coscienza, come avvertiamo la sofferenza derivante dalla convivenza con la morte? E se non l'avvertiamo, possiamo forse concludere che non esiste? Sappiamo che non possiamo. Anche la parola sofferenza, come la parola erba, non dice più tutta la verità. La stessa vita, come successione di giorni, non ha più senso. La comprensenza della morte, spostando il punto di arrivo, ha cancellato la durata. Come non dirai più "il ciliegio è esploso", non dirai neanche "i tempi morti", il significato di questa espressione si è dilatato mostruosamente, combacia con "la vita come successione di giorni". Nella mutazione che ha relativizzato tutto il nostro apparato semantico, emergono segni nuovi, "nuclidi", assoluti come la notte stessa.
I due piani più che contrapporsi rimandano l'uno all'altro in un serrato contrappunto: l'incendio del reattore che ha provocato la diffusione di una sofferenza e di una morte compresenti, ma inaccessibili alla percezione dei sensi, che ha mutato il senso delle cose e delle parole, stravolta la profondità della durata, il procedere nel cervello del paziente di strumenti sofisticati, microbisturi, flussi radianti, l'incoscienza per rimuovere la sofferenza, il rischio concreto, valutabile in ogni momento, di morte tradizionale. Due facce contrapposte della scienza? Non lo sappiamo ancora, ciò che adesso affiora è solo una decisa ambiguità.
Ma nella realtà, nella quotidianità che sussiste, quei due piani non sono forse intrecciati fra di loro? Se esci di casa e incontri il vecchio Weiss, lui ha 83 anni, per lui nulla è cambiato, a 83 anni la durata è irreversibile, dunque parole e cose non possono mutare, a 83 anni si è invulnerabili di fronte alla "ricaduta", pescare sarà ancora pescare, e così cogliere funghi. E il signor Gutjahr, il postino, cosa pensa della disgrazia del reattore? Non si tende ad esagerare un po'? Quel che è stato è stato, tutto va sempre a posto. Sì, un vecchio malato come lui non avrà posto nel mondo mutato. Per lui la durata è durata, non si accorgerà della compresenza della morte, per lui il punto di arrivo non si è spostato e nemmeno il senso delle parole cambierà. "Tutto va a posto"? l'incrollabile quotidianità non è intaccata.
Così anche lei reagisce di fronte alla minaccia di morte tradizionale del fratello, contro la quale si può e si deve combattere, la cui prossimità, l'imminenza, forse, lo proteggerebbero paradossalmente dall'essere coinvolto nel campo della mutazione. Qui invece domina l'incubo dell'impalpabile contro cui non si può combattere.
Coesistono in lei e lottano oscuramente un mondo già impregnato di morte e un mondo che accetta di morire, ma solo naturalmente, un tempo ormai senza durata e un tempo che si ostina a durare. Adesso, due realtà si sovrappongono e si confondono anche nel linguaggio, una confusione delle lingue, milliren, tempo di dimezzamento. Il linguaggio inventato dagli scienziati per esprimere ciò che nella natura non è mai esistito. Invenzione di un'invenzione. Ma perché? È una strada, le aveva detto una volta il fratello, sulla quale non ci si può più fermare, chi è sulle tracce della fissione atomica, non può più interrompere gli esperimenti, ecco tutto. Come se la reazione a catena avvenisse anzitutto nel cervello dell'uomo. Gli scienziati non cambiano un poppante, non fanno la spesa, non cucinano. La divisione del lavoro fra uomo e donna, due diverse e opposte reazioni a catena? Ma alla radice vi è il dominio e il consenso nel subirlo. Dunque la corresponsabilità è universale, chi domina e chi consente, Caino e Abele, il fratellino e la sorellina delle favole. La reazione a catena comincia con il dominio e il consenso al dominio. Qui nascono dèi e idoli, riti e gerarchie. Tutto sarebbe stato diverso se Caino avesse potuto riconoscere che lui, sì, effettivamente era il custode del fratello.
Ma proprio quando nella sua meditazione-fantasticheria è risalita fino alle origini più remote e simboliche della violenza e della distruttività, l'annunzio che l'operazione è riuscita, il fratello è salvo. Istantaneamente scattano gli impulsi già avviliti dell'autoconservazione. La poesia rinasce in una nuvola di Brecht, subito dopo si preparerà qualche cosa da mangiare e dalla Svezia giunge la notizia che la radioattività dell'atmosfera è in diminuzione. Il riaffiorare della possibilità di essere normali, come prima, stimola l'attitudine all'adattamento, l'infinita modificabilità nel tempo dell'essere materiale nella relazione con l'ambiente, la natura che, essa stessa, muta.
Ma l'umano appena recuperato, sopravviverà nella sua interezza? Il poeta canterà ancora la nuvola bianca, ovvero i nostri sentimenti saranno pervasi dalla invisibile nuvola nera? Adattamento, sopravvivenza vogliono dire "patate al forno, uova al tegamino, tempo di dimezzamento trent'anni"? Il vantaggio di essere vecchi; ritrovata la vecchia, buona morte di sempre, si può ridere di scherno? e improvvisamente prorompe l'Inno alla Gioia. Riposando, adesso può riposare, legge degli scienziati che lavorano alle guerre stellari, i nuovi Faust che fabbricano il nulla, dove si identificano piacere e distruzione. Ma quest'incubo non la sfiorerà, sognerà dei nonni, l'immagine rappacificante che ammonisce "tutti dobbiamo morire ed è una cosa accettabile", esaudimento del rientrare nel grembo della natura.
Ma allora si può tentare di rinascere, anche il guerriero stellare ha osato rifiutare. Non vi è una fatalità inevitabile; nell'ambiguità della scienza è contenuta la distruzione universale, ovvero la salvezza dell'uomo (il fratello, Abele). L'umano può decidere, purché adesso non ci si acquieti nella sopravvivenza, non si accetti come inevitabile una certa dose di rischio, non si plachi lo sdegno, non ci si limiti a cambiare il canale della Tv. Per primo il suo essere profondo si è normalizzato. L'incubo che la sveglierà dal sonno, strappandole l'urlo che chiude il racconto, è un incubo vecchio, tradizionale, di prima, l'immagine della madre da tempo morta. Così non avvenga della coscienza morale...
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