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Müller Heiner - Non scriverai più a mano. Testo tedesco a fronte |
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Titolo | Non scriverai più a mano. Testo tedesco a fronte |
| Autore | Müller Heiner | Prezzo Sconto 15%
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€ 15,30
(Prezzo di copertina € 18,00 Risparmio € 2,70)
|  | | Dati | 2006, 208 p., brossura | | Curatore | Carpi A. M. |
| Editore | Libri Scheiwiller
(collana Poesia) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi | | 
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| Heiner Müller nasce nel 1929 a Eppendorf (Chemnitz) e muore nel 1995 nella Berlino unificata. È il maggior autore di teatro della Germania Democratica, rappresentato sulle scene internazionali con drammi sul presente e il passato tedesco, la Rivoluzione russa e l'antichità classica. Müller si muove sulle orme del teatro didattico di Brecht (dal '70 aI '76 dirige il Berliner Ensemble), ma la sua è una "pedagogia per mezzo del terrore" che non rifiuta d'identificarsi col male e coi criminali. Nessuna bonomia, bensì il piacere della catastrofe e una da lui stesso sottolineata parentela con le opere figurative di Goya. Vasta ma meno nota la sua produzione poetica. "Non scriverai più a mano" è una scelta dovuta a Durs Grünbein. Müller, avversario del comunismo come del capitalismo e durissimo stoico, nella sua aggressiva disperazione riempie la scena di morti e di umani che nella loro cecità se la spassano credendosi vivi. Ma affronta anche il tema della poesia ovvero dello scrivere - salvezza e a un tempo impossibilità e fuga verso il silenzio.
| La recensione de L'Indice |
 Se c'è una necessità che risponde all'hölderliniano "wozu Dichter in dürftiger Zeit" (perché poeti in tempi di privazione), questa è da ricercarsi in quelle voci che della riflessione sul tempo storico fanno il centro della loro poetica. La traduzione delle poesie di Heiner Müller rappresenta in questo senso un evento da tempo auspicato non soltanto per la sua necessarietà, dopo l'esigua raccolta di poesie e prose pervenute oltre dieci anni fa in Italia per merito di Peter Kammerer, ma soprattutto perché impone uno sguardo nuovo sull'opera di uno dei più grandi drammaturghi tedeschi del secondo dopoguerra. Heiner Müller ci si presenta qui infatti come Lyriker, come poeta. La silloge, nell'ottima traduzione di Anna Maria Carpi, è una scelta di versi curata dal poeta e saggista Durs Grünbein nel 2000 che costituisce una sorta di inventario poetologico dell'opera di Heiner Müller, che a partire dal crollo del Muro e fino alla sua morte, avvenuta nel 1995, scrisse più poesie di quanto non avesse fatto in tutta la sua vita. L'asse temporale su cui si snoda la produzione poetica di Müller copre i grandi eventi della storia dell'ultimo secolo: la seconda guerra mondiale, la fondazione della Repubblica democratica tedesca, la costruzione del Muro, il crollo del blocco sovietico nel 1989. A questi eventi si intrecciano, datati con una meticolosità cronologica inconsueta quanto ossessiva, gli eventi biografici dell'autore: il suicidio della seconda moglie Inge, la nascita di una figlia in età matura, il tumore (manifestatosi proprio contestualmente alla caduta del Muro), il decorso della malattia. L'opera di Heiner Müller, che ha saputo protocollare con perizia tomografica la tragedia dei più importanti fallimenti storici del Novecento come il titolo della sua autobiografia sta a testimoniare, Guerra senza battaglia. Vivere sotto due dittature è tutta riassunta in questi "testi", come lo stesso Müller, per indifferenza poetologica, amava definire la sua scrittura. Qui, in questo precipitato di "sangue acciaio e dogma" (Grünbein), la poesia come forma atrofica del dramma diventa ultima istanza nel periodo precedente alla morte dell'autore. Qui, lo sguardo di Müller, che da subito si autorappresenta quale iena, pronta a nutrirsi di cadaveri, catastrofi e macerie, non ha pietà di niente e di nessuno, nemmeno di se stesso. "müller lei non è un oggetto poetico / scriva prosa La mia vergogna ha bisogno della mia poesia", dirà con feroce autoironia e richiamando il protagonista del Processo di Kafka in una delle sue ultime liriche, Müller allo Hessischer Hof (1992), in cui la disillusione epocale e insieme esistenziale si fa così totalizzante da diventare, appunto, una vergogna che solo la scrittura, riflettendo su se stessa, può tentare di cancellare: "E i poeti lo so mentono troppo / Villon poteva ancora blaterare / Contro nobili e clero non aveva letto né sedia / E conosceva le carceri da dentro / Brecht mandò Ruth Berlau in Spagna e scrisse / In Danimarca i fucili della signora carrar / Gorkji viaggiando per Mosca su un tiro a due / Odiava la povertà perché umilia Ma perché / solo i poveri Majakovskij si era già ridotto / Al silenzio col revolver / Le menzogne dei poeti sono consunte / Dagli orrori del secolo Agli sportelli della Banca Mondiale / Il sangue seccato odora di trucco freddo / L'orrore del potere è la sua cecità / Il barbone che dorme fuori dall'esso snack & shop / Smentisce la lirica della rivoluzione". Se è vero che la fortissima componente ideologica della prospettiva poetica di Müller, che si salda nella lirica quanto nella produzione drammaturgica con un'abilità versificatoria dai toni brechtiani e insieme ezrapoundiani, è per così dire immanente alla sua scrittura, gli accenti personali delle ultime poesie, i riferimenti a una confessione che non è più soltanto storica e filosofica, ma diventa sempre più privata e intima, dischiudono un luogo poetico nuovo in Müller, e cioè quello di un io lirico che filtra la storia attraverso le proprie esperienze biografiche. Il pragmatismo storico di liriche quali Autoritratto alle due di notte il 20 agosto 1959, Angelo sfortunato 2, Il blocco di Mommsen lascia allora il posto al privato di Non scriverai più a mano, io mastico il vitto da malato la morte, Davanti la mia macchina da scrivere, i cui motivi poetici vivono di un'esclusività non riservata ad altre liriche, in cui l'"oggetto poetico", il materiale, viene ideato, ripensato e ripreso nei drammi e/o viceversa, in quel continuo rimando asincronico a testi propri e altrui (Poe, Benn e Seghers tra gli altri), che conclude pure Immagini, una delle più belle tra le poesie giovanili di Müller, che riesce, paradossalmente, a capovolgere il rilkiano "Perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio" nell'inaspettato "Poiché il bello significa la possibile fine degli spaventi". Manuela Poggi |
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