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Letteratura: storia e critica   Storia e critica  Studi generali  Dal 1900 

Oz Amos - Il senso della pace

Il senso della pace TitoloIl senso della pace
AutoreOz Amos
Prezzo
Sconto 30%
€ 4,34
(Prezzo di copertina € 6,20 Risparmio € 1,86)
Dati2000, 73 p.
CuratoreBellinelli M.
EditoreCasagrande  (collana Interviste e saggi brevi)

Disponibilita immediata
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Descrizione
Amos Oz è, probabilmente, lo scrittore israeliano piu celebre all'estero. Ama la quiete del deserto, ma non è un uomo che ha scelto di vivere ai margini del mondo. Matteo Bellinelli, che ha raccolto questa intervista, ha realizzato numerosi documentari per la televisione svizzera in Europa, negli Stati Uniti, in Asia e in Medio Oriente. Ha intervistato numerosi protagonisti della letteratura contemporanea.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice


Oz, Amos, Lo stesso mare, Feltrinelli , 2000
Oz, Amos, Il senso della pace, Casagrande, 2000
recensioni di Rognoni, F. L'Indice del 2000, n. 12

Se in Italia almeno Yehoshua, Grossman e forse Shabtai sono più venduti e conosciuti, l'askenazita Amos Oz (1939) è probabilmente lo scrittore e intellettuale israeliano più noto all'estero, senz'altro nei paesi anglosassoni. Qui naturalmente non è il caso di fare delle classifiche. Che il romanzo israeliano stia attraversando una stagione felicissima, e sappia imporsi sulla scena internazionale, è sotto gli occhi di tutti: un po' come il romanzo latino-americano negli anni settanta. Un'analogia che appare quasi inevitabile, quando Fima - nel romanzo omonimo (1991) appena riproposto da Bompiani (1997, 2000) -, dichiara che, "per quel che lo riguardava, avrebbe dato via tutto quel carnevale sudamericano, con i suoi giochi pirotecnici e lo zucchero filato, in cambio di una sola pagina di echov. Cent'anni di solitudine per una Signora col cagnolino".
Fima, è vero, parla molto per sentirsi parlare, e per "far arrabbiare l'amica" del momento ("Nina si accese un'altra sigaretta e disse: 'Paradossi. Bene. Ma cosa ne sarà di te'"). Voglio dire: Fima non è Oz. Il quale comunque il suo echov deve amarlo davvero tanto, se poi gli spunta così dappertutto. Nel recente Lo stesso mare, dove un personaggio sta leggendo la biografia di echov di Troyat; come nel magnifico Conoscere una donna (1989; Guanda, 1992; Feltrinelli, 2000), dove Yoel, l'agente segreto protagonista, afferma (evidentemente con cognizione di causa) che "in un racconto di echov o in un romanzo di Balzac c'erano, secondo lui, più misteri che nelle storie poliziesche o di spionaggio". O quando lo stesso Oz, nell'intervista con Lucia Annunziata che introduce l'edizione italiana di In terra di Israele (1983; Marietti, 1992), a proposito del problema palestinese spiega che "Ci sono due modi per risolvere una tragedia. Uno è quello di Shakespeare e l'altro quello di echov. In Shakespeare alla fine tutti sono morti. La scena è coperta di sangue, e la Giustizia svolazza su tutto. In echov sono tutti frustrati e arrabbiati, col cuore a pezzi, ma vivi. E tutto quello che voglio è che ci sia una fine cechoviana alla nostra tragedia".
La stessa metafora conclude, quasi alla lettera, anche la lunga intervista con Matteo Bellinelli rilasciata alla televisione svizzera nel 1999. Ora in volumetto nelle edizioni Casagrande, essa costituisce senza dubbio la migliore introduzione, per il lettore italiano, sia all'Oz intellettuale militante, ex kibbutzkìm e fondatore del movimento Peace Now, sia al grande romanziere di storie private, intimiste, appunto "cechoviane" ("Sono un narratore delle famiglie. Se dovessi riassumere in una parola quello che ho scritto nell'arco di una ventina di romanzi, direi: la famiglia"). Ovviamente, a livello profondo la distinzione è posticcia; ma utile e non illegittima in pratica, se lo stesso Oz non esita a ricorrervi: "per me, un saggio politico comincia sempre con una conclusione, mentre un romanzo o un racconto comincia con delle voci. Il concepimento di una storia o di un romanzo risiede nella somma di un certo numero di voci conflittuali e contraddittorie. Intendo voci in senso letterale, non certo metaforico, non parlo di idee. (...) Poi queste voci diventano gesti, passi, azioni, gusti, vestiti diversi. Invece quando voglio semplicemente dire ai nostri primi ministri quello che penso, non sono mosso da nessuna urgenza narrativa. Prendo la mia penna e scrivo esattamente quello che penso: ma nessun primo ministro mi ha mai ascoltato".
Questa del concerto di voci è un'immagine adatta sì ai romanzi in generale (non solo quelli di Oz), ma adesso si direbbe coniata apposta per Lo stesso mare, "la mia confessione, il mio libro più importante, quello con cui vorrei essere ricordato quando sarò morto". Dichiarazioni del genere vanno sempre prese con le pinze, tanto più quando provengono da un autore che in altra sede si augura di vivere "per sempre!" ("se proprio devo essere ragionevole, arriverei volentieri fino ai cinquecento anni: ma non mi chieda di rinunciare a qualche anno di più..."). Più attendibile e preziosa la sua descrizione del "romanzo" (se così può chiamarsi): "Per certi versi è il libro più personale e intimo che abbia mai scritto, anche se non è un libro di confessioni o di memorie: anzi, è proprio l'opposto. Per altri è il mio libro più audace, perché va al di là delle categorie normali o formali che dividono la narrativa dalla poesia, dai libri di viaggio o dalla ricostruzione e rappresentazione lirica. Lo posso definire solo usando un termine musicale: è la mia versione di un madrigale".
Anche per questo è così difficile dire chi siano i protagonisti, o la storia principale di Lo stesso mare. Se il centro del racconto sia Albert, il commercialista sessantenne rimasto vedovo da poco, e privato anche del figlio Rico, partito a "perdersi per ritrovarsi" in Tibet; oppure Dita, la splendida ragazza desiderata da ogni maschio del libro; o lo stesso Rico, dal letto di Dita alle braccia di una prostituta disfatta, all'amore (forse) con un bambino; o Nadia, la moglie-madre appena morta, viva in ognuno; o il falegname Elimeleck, appassionato d'opera lirica, all'improvviso suicida; o Bettin, la lettrice di echov, "realista" che ha visto il sublime ("l'animale sparì nella tenebra e intorno a noi tutto il mondo era vuoto e muto, ma come incandescente"); o Dobi, l'eterno patetico spasimante; o l'arrogante Ghighi, che "scopa come un cacciavite" - e tuttavia una notte "avverte la fitta delle stelle fredde fra le fronde". E mentre non conviene neanche parlare di "intreccio" - di trama - in senso tradizionale, i personaggi sono tutti "intrecciati" fra loro dal filo invisibile d'attrazioni diverse: per cui neanche avrebbe senso l'amore di Albert per la giovane Dita (quasi Avishag col vecchio re Davide), se la ragazza non fosse un po' anche sua nuora; né Rico seguirebbe una prostituta, se non fosse anche il fantasma di Nadia, la madre, a guidarlo; né, ancora, Albert s'avvicinerebbe a Bettin, non fosse per il desiderio in lui acceso da Dita - in continui rimandi delicati, forti e fittissimi.
Per chi, come me, ha accesso alla pagina solo in traduzione (per quanto eccellente), la forma "liminale" del romanzo - la continua dissolvenza della prosa in poesia e viceversa - è naturalmente un ostacolo. Di primo acchito, l'impressione di una certa artificiosità è inevitabile; certi "a capo" appaiono ingiustificati, come se il rigo si scorporasse nel verso più per stanchezza o ostentazione che per intima necessità. Man mano però (alla seconda lettura, soprattutto), il libro avvolge: il lirismo perde d'impalpabilità, le voci (per dirla con Oz) "diventano gesti, passi, azioni, gusti, vestiti diversi", personaggi, realtà di romanzo, quindi realtà tout court. Cosa che dico e intendo alla lettera (non solo per amor di progressione): questo dev'essere l'unico romanzo che abbia mai letto dove l'autore-narratore interviene come personaggio nella storia (un artificio di solito molto fastidioso) mantenendo un rapporto d'assoluta parità - "democratico", e niente affatto petulante - coi personaggi inventati. Albert, Nadia, Rico, Dita, Bettin ecc. sono davvero sullo stesso piano di realtà del loro anonimo ma riconoscibilissimo narratore; il quale è ripetutamente felicemente spossessato della propria creazione. Come nel capitoletto così a proposito intitolato Magnificat: "Mattina di beatitudine indorata: si è levato alle quattro e mezza e già alle cinque dopo il caffè siede alla scrivania e quasi all'istante escono due righe pulite, sbucano dalla penna sul foglio come un gattino snodato che sguscia al mondo con un guizzo da un cespuglio. Escono e ora esistono come non fossero mai state scritte piuttosto da sempre esistessero, non mie ma di se stesse".

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