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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Giacobino Margherita - L' educazione sentimentale di C.B.

L' educazione sentimentale di C.B. TitoloL' educazione sentimentale di C.B.
AutoreGiacobino Margherita
Prezzo € 16,50
Dati2007, 289 p., brossura
EditoreLa Tartaruga  (collana Narrativa)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Come Charlie Brown (a lui si riferiscono le iniziali nel titolo) innamorato senza speranza della ragazzina con i capelli rossi, anche la protagonista di questo romanzo soffre di inadeguatezza sentimentale, visto che le sue preferenze la spingono irresistibilmente a innamorarsi di bambine come lei. Nell'adolescenza, stretta tra le pareti di una scuola, non riesce a nascondere dietro il triste grembiule nero i tentativi di timidi approcci verso le compagne. Tutto sembra esplodere con il grande amore per un'insegnante universitaria, donna ideale, mito e femme fatale. Pur tenuto sul filo dell'ambiguità, il rapporto non può durare. Dopo l'inevitabile disastro affettivo la vita riprende riproponendo incontri, esperimenti e vagabondaggi, tra una Roma sonnolenta e colorita, e una remota spiaggia sarda. Nel gran finale, amore morte e coming out si mescolano in un quadro ironico, lucido e malinconico di un definitivo addio all'adolescenza.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Non ne escono tanti, di libri come questo, almeno in Italia. Anzi, ci si potrà pure sbagliare, ma, quanto all'Italia, quello di Margherita Giacobino va senz'altro alle prime posizioni. Volendo tracciare una linea di discendenza, fra i nomi tutelari ci sono sicuramente – insieme ad altri, ma con maggiore spicco rispetto ad altri – quelli di Violette Leduc e di Kate Millett. Nomi un po' dimenticati, come messi in disparte dall'editoria italiana degli ultimi due decenni, ma attivi e proficui fra le pagine di questa Educazione sentimentale di C. B. Che è una vera e propria educazione sentimentale come la intendeva Flaubert. Educazione non tanto dei sentimenti, quanto attraverso i sentimenti, sul filo degli anni che vanno dall'infanzia fino all'irrompere dell'età adulta. Solo che, al posto di un Frédéric Moreau, qui c'è un'innominata protagonista la cui storia inizia quando lei è bambina.
Siamo nelle campagne intorno a Torino, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo appena trascorso. Sullo sfondo, ci sono le trasmissioni dello Zecchino d'oro, lo sceneggiato tv dei Miserabili, le immagini lontane di J. F. Kennedy e della guerra in Vietnam. E, più vicino, si muove tanta gente che lavora sodo, in silenzio, per guadagnarsi la pagnotta. C'è una zia Delfina, sempre lì a trafficare e a brontolare, mai arresa alle fatiche di casa. Esperta nel cucinare polpette in cui impasta avanzi su avanzi, perché "buttare via del cibo ancora mangiabile equivale a un peccato mortale". C'è una madre con "la vita stretta e il seno e i fianchi curvi come Sophia Loren e Silvana Mangano", ma più attraente di loro, oltre ogni paragone. Comunque, una madre lontana dall'esaurirsi in una bella immagine, perché anche lei è catturata dalla spirale del lavoro quotidiano. Da mattina a sera, gestisce una trattoria al piano terreno della casa. Tutta una famiglia di donne, con zie e cugine e con un padre spinto in margine. A differenza dalla cerchia femminile, lui – questo padre – non si sa bene cosa faccia. Per fortuna compare di rado, buono com'è solo a perdere soldi alle corse dei cavalli e a farsi scappare il cane Pucci, tanto amato.
Con quest'avvio, Margherita Giacobino concerta una narrazione in sei parti o capitoli, al cui centro sta una figura che le assomiglia molto. Una figura che – per quanto la letteratura lo permette – è lei stessa. Il suo, però, non è il classico racconto autobiografico, in prima persona. Perché, al canonico io dello scrivere di sé, qui si è sostituita un'istanza narrativa meno usuale: quella del tu. La Margherita Giacobino del presente richiama a sé la Margherita Giacobino del passato, la evoca e la rievoca dalla lontananza degli anni trascorsi. Così, fin dalle prime righe: "È l'anno che fai la prima media. (…) Hai delle nuove compagne (…). Tutti ti hanno detto che la scuola media sarà un grande cambiamento per te, e ogni tanto tu cerchi di cogliere il cambiamento in te, ma finora non hai visto niente che ti sembri importante".
Chi impedirebbe di scrivere le vicende della propria vita usando il tu?, si domandava Philippe Lejeune, lo studioso dell'autobiografia. Era il 1975 e, a parte il caso di finzioni come La modificazione di Michel Butor o Un uomo che dorme di Georges Perec, Lejeune indicava che non si conoscevano autobiografie scritte alla seconda persona. Vero che Rousseau, per esempio, nelle sue Confessioni interpellava se stesso dandosi del tu. Ma lo faceva solo per brevi tratti, quando voleva sottolineare la distanza intervenuta fra l'io di chi scriveva e il sé che era oggetto dello scrivere. Ebbene, bisognerà avvertire lo studioso francese: con L'educazione sentimentale di C. B. quanto da lui ritenuto una possibilità astratta è adesso, in Italia, un dato di fatto.
All'inizio della narrazione così concepita, la bambina viene descritta smaniosa di "imbracciare il fucile che spara pallini di piombo e mirare ai bersagli di cartone". È una che si lascia catturare dalla "lettura de I ragazzi della via Paal in cui non ci sono femmine". Che gioca alla famiglia con le amichette Melania e Cinzia e, attribuendosi il nome di Alan, recita il ruolo del papà. E il bello di tale gioco arriva quando, dopo la cena, è ora di mettersi a letto, sotto una vecchia coperta, con Melania nel ruolo della moglie Mary. Così, l'una può gemere con passione – "Oh, Alan ti amo" – e l'altra sussurrare rauca – "Mia piccola Mary" –, fino alla proposta di un bambino da mettere in cantiere. E, nell'avvicendarsi degli anni, le cose proseguono tutte su questo versante. Un po' sulla scia di una narrazione autobiografica e – anche – un po' secondo i modi di un romanzo di formazione spostato dal maschile al femminile. Il che non è dire poco, se è vero che uomini si diventa e donne si è, senza bisogno di formarsi.
Comunque sia, la bambina diventa adolescente e si innamora di una compagna di scuola, mai avvicinata, così come il povero Charlie Brown "è innamorato senza speranza della ragazzina con i capelli rossi". Poi, ancora, sia pure "meno scenografico, romantico e tragico" del primo amore, c'è quello per Costanza, la compagna di banco. E più tardi, all'università, in anni di femminismo incipiente, è la volta di una giovane docente che sembra parlare con la "voce di una persona che sa molte cose, ha degli spessori, degli echi". Fanno seguito le donne incontrate durante una vacanza romana e quelle avventurate nell'estate di una discosta spiaggia della Sardegna. Ogni parte o capitolo scelto a rappresentare un momento cruciale nel percorso formativo della protagonista. Fra tanti personaggi femminili, c'è posto – brevemente – anche per un compagno di università, con cui, però, non si parla la stessa lingua e il corpo non riesce a vivere nell'entusiasmo.
Insomma, la storia di una donna che ama le donne. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Nessun primato da tirare in ballo. Non fosse che L'educazione sentimentale di C. B. si modella secondo l'ottica di una donna che ama le donne e che – quest'esperienza – se la vive nei termini di un diritto naturale. Banditi i sensi colpa, di qualsiasi tipo. Ignorate le incertezze nel seguire la propria inclinazione. Assente ogni desiderio di compiacere chi non la pensa come lei. Ed è per tale indipendenza da ombre, per la sicurezza e la serenità secondo cui il desiderio omosessuale viene rappresentato, che la vicenda narrata da Margherita Giacobino si distingue da altre. Quando l'ancora giovane protagonista affronta un classico della cosiddetta letteratura lesbica come Il pozzo della solitudine, non ne porta a termine la lettura. A una trentina di pagine dalla fine, ha intuito come andrà a finire. Tutto sta orientandosi verso uno scioglimento tragico e – un simile finale – lei non l'accetta. Ecco, allora, che Il pozzo della solitudine viene restituito a chi l'ha prestato senza che ne sia stato letto il finale. La sensazione è di essere stata "imbrogliata, e anche un po' umiliata" e di trovarsi davanti a "fatti della protagonista e dell'autrice", che non la riguardano.
Ben di peggio accade a D. H. Lawrence e al suo Amante di Lady Chatterley. Quello che indigna è, innanzitutto, l'arringa contro le lesbiche. Tacciate della colpa "di rubare all'uomo il suo ruolo di datore di piacere". Esecrate quali "causa della femminilizzazione degli uomini e quindi del declino e dell'imminente rovina del mondo occidentale". Già Kate Millett, nella sua tesi di laurea poi divenuta La politica del sesso, si volgeva contro D. H. Lawrence e ne metteva in luce logiche sessiste. Ma, nell'Educazione sentimentale di C. B., si riserva una sorte ancora peggiore all'Amante di Lady Chatterley. Viene infilato nella stufa a legna e guardato bruciare. Davanti al saccente cugino Emilio, sempre intento "a sbandierare le sue certezze sulle donne", la protagonista è rimasta zitta e – con questo silenzio – si è sentita vicina alle donne di casa, partecipe di una "cospirazione protettiva". Ma lei è tutt'altro che sicura di voler appartenere a questa cospirazione. Non le piacciono le vie traverse, neppure gli aggiramenti o gli accomodamenti. Le è più congeniale comportarsi secondo il suo sentire, in modo frontale.
La narrazione si chiude con la morte della zia Delfina, la figura con cui si era iniziato a raccontare. Per la protagonista, ormai stabilita a Torino, è il momento del ritorno a casa e del suo faccia a faccia con la madre e con tutte le donne della sua famiglia. Quelle vive e quelle morte. Fra gente che non si risparmia il lavoro, c'è poco spazio per l'espressione dei sentimenti e, ancora meno, della sessualità. Difficile dire anche solo: ti voglio bene. Difficile dirlo perché "la parola amore esiste, ma non si usa mai, sarebbe come mettersi uno di quei vestiti della festa che invecchiano da nuovi". Eppure, celebrato il funerale e venuta l'ora di rientrare a Torino, il desiderio è di mettere le cose in chiaro con la madre e di pronunciarle, davanti a lei, quelle parole. Che valgono per la compagna della protagonista, ma anche – e forse soprattutto – per la madre stessa. Ma, in armonia con tutto quanto precede, non c'è bisogno di tante parole. Bastano quelle che, al di là del pudore e dell'imbarazzo, esprimono per l'appunto il voler bene. Perché, alla presenza della madre, la protagonista si rende conto di "dire qualcosa solo per dissipare un equivoco" che, però, non c'è né c'è mai stato.
  Angelo Morino

I vostri commenti
Argante72 (24-10-2007)
Secondo il mio parare, Margherita Giacobino, sebbene abbastanza conosciuta, è sottovalutata, perché è davvero una brava scrittrice, molto più brava di tanti altri romanzieri italiani oggi osannati. Questo libro è toccante toccante, parla di un tema serio (l'accettazione della propria condizione omosessuale in una ragazzina che cresce e ne prende atto) che, come sempre nella Giacobino, è trattato in modo leggero - che non significa superficiale - e ironico. Insomma, c'è da pensare ma anche da sorridere. Davvero consigliato! Da leggere.
Voto: 4 / 5

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