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Berberova Nina - Il ragazzo di vetro. Cajkovskij | Immagine pubblica e storia privata s'intrecciano in questa biografia che accosta alla precisa documentazione la qualità narrativa e letteraria che solo un vero scrittore può dare. Nina Berberova segue passo passo le tappe sofferte dalla carriera del grande musicista tardoromantico. Tocca tutti gli aspetti di un dramma intimo mai risolto: un'infanzia dolente, l'incomprensione del mondo accademico, la passione a senso unico di una protettrice soverchiante, un matrimonio impossibile, l'estrema confessione affidata infine agli accenti della 'Patetica'.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Piretto, G.P., L'Indice 1993, n. 9
Nina Berberova scrisse il suo "romanzo" su Cajkovskij negli anni trenta, dopo la sua emigrazione dall'Urss basandosi su materiali biografici pubblicati in Russia prima e dopo la rivoluzione del '17 (diversi pertanto in taglio, apertura, stile), su contatti e conoscenze personali con contemporanei del musicista, residenti all'epoca in diversi paesi d'Europa. La biografia di Pëtr Il'ic uscì a Berlino, per i tipi dell'editore russo Petropolis, nel '36. In tempi più vicini fu ripresa da Actes Sud che ne pubblicò la versione francese, a Parigi nel 1987, e oggi, 1993, il libro esce in contemporanea in Italia e in Russia (Petro-Rif, Sankt Petersburg).
Le recensioni all'edizione originale furono sostanzialmente positive. Si sottolineava in particolare lo stile letterario della Berberova che faceva del genere biografico un esercizio di belle lettere, combinando la tradizione classica russa a quella moderna europea, alla moda della biografia che si era particolarmente diffusa negli anni venti e trenta. Contemporaneamente si faceva notare, però, la sensazione di "pesantezza" che scaturiva dall'eroe della Berberova, in particolare se paragonato a quello della, biografia di Cajkovskij più in voga al momento, redatta da Modest, fratello del compositore, in cui particolari scabrosi e delicati della vita privata cedevano spazio a problemi di creatività artistica. La Berberova insiste, invece, proprio su quelli, sia per affermare una verità storica che le stava a cuore, sia per ribadire, contemporaneamente, la propria diversità dalle correnti di pensiero sovietiche, dalla tradizionalità di comportamento e di mentalità, e anche dalle "altre" donne russe del Novecento la cui essenza e apparenza tanto differiva dalla sua. Non è mai assente, nelle opere di Nina Nikolaevna, un pizzico di compiacimento e chi giusto orgoglio per la propria liberalità, per la propria autonomia, per la propria superiorità, affermate e ribadite con vigore e sicurezza in tante pagine.
L'autrice insiste sulla veridicità del materiale riportato, sulla mancanza assoluta di invenzione, ma conduce la narrazione come se si trattasse di un romanzo. A quel tempo Nina Nikolaevna viveva e lavorava in Francia. La sua opera risente qua e là della sua attività di giornalista, dell'idea di pubblicare la biografia del musicista a puntate sul quotidiano russo di Parigi a cui ella collaborava e, di conseguenza, della necessità di tenere viva costantemente l'attenzione del lettore, di conquistarlo con avvincenti notizie proposte in stile elegante e originale.
Anche per questo il "segreto", il "mistero", il "problema intimo" di Cajkovskij, la sua omosessualità insomma, diventano la chiave dell'opera di Nina Berberova. Nell'introduzione aveva dichiarato che la sua analisi avrebbe toccato sostanzialmente i problemi di vita del musicista, e non tanto la sua musica, rispetto alla quale l'autrice sosteneva di non possedere sufficiente competenza. E proprio l'omosessualità di Pëtr Il'ic fa da 'fil rouge' a tutta la narrazione, sostenuta e ribadita dall'autrice senza nascondere un atteggiamento di simpatia e attrazione in proposito. La Berberova smonta la tesi del suicidio di Cajkovskij come conseguenza del verdetto di un giurì di amici e colleghi del musicista che si sarebbero riuniti per decretarne la necessità di morte a riscatto del suo vizio colposo. Sostiene e documenta, invece, la morte per colera, ma trascurando i "misteri" della morte a favore di quelli della vita.
Lo ritrae bambino felice ed emotivo in atmosfere di provincia molto 'à la russe', vittima o protagonista di trasporti, entusiasmi, passioni che lo avrebbero accompagnato per il resto dei suoi giorni. Già nell'infanzia, in un ambiente quasi da favola, si delinea prepotente il suo amore per la musica che diviene, per il bambino timido e sensibile, il mezzo d'espressione più immediato e naturale.
Il suo primo impatto adolescenziale con Pietroburgo e con la dimensione sociale della vita e della musica, concerti, teatri, sinfonie, lo lascia, nelle pagine della Berberova, letteralmente sconvolto: deliri, malattie, insonnia. Iniziano proprio a Pietroburgo gli incontri che avrebbero marcato la sua vita, e ancora una volta Nina Berberova segue con partecipazione e soddisfazione il passaggio di Cajkovskij all'adolescenza e il suo abbandono dello stadio infantile. Il tutto assecondando e propugnando una lettura molto moderna dell'omosessualità del musicista. L'autrice pare favorire e sostenere entusiasticamente le tendenze del proprio eroe, mettendone in luce l'interesse e la passione per le figure forti e carismatiche, sottolineandone i turbamenti negli anni del Conservatorio, cogliendo i primi segni della sua misantropia. La dolcezza del carattere, la delicatezza dei modi, lo stile del comportamento sono molto cari all'autrice e il risultato finale del ritratto che ne deriva potrebbe essere, parafrasando Goldoni, quello di un "uomo di garbo".
Sono essenzialmente maschili le figure che la Berberova dipinge come dominanti nella vita di Pëtr Il'ic. Quella di Apuchtin, primo fra tutti, l'amico di scuola tredicenne, già poeta, alunno prodigio, compagno di banco, maestro e idolo di ironia, dissacrazione e sarcasmo, che seguirà Cajkovskij nel periodo giovanile fra le distrazioni e i balli della "bella vita" pietroburghese. Ad Apuchtin si accompagnano gli altri uomini illustri, positivi o negativi, della vita di Cajkovskij: Laros, Nikolaj Rubjnstein, Piccioli.
La prima donna a fare la sua apparizione è introdotta da una considerazione quasi marginale ma che, in queste pagine della Berberova, abitualmente non tenera n‚ generosa con il sesso femminile, acquisisce un'importanza notevole: "Un anno passò, e continuò a provare per le donne la più completa indifferenza". Désirée Artôt, primo utopistico amore di Cajkovskij, era "brutta, corpulenta, il colorito acceso, la pelle troppo incipriata, coperta di gioielli, ma viva, brillante, spiritosa, pungente, molto sicura di sé". Ulteriore conferma dell'interesse del musicista per i caratteri forti e della sua scarsa sensibilità al fascino femminile.
Il paventato matrimonio con la cantante lirica, ipotizzato sulla base di interessi comuni mediati dalla musica e sull'attrazione per la conversazione "affascinante e spumeggiante" di lei, svanisce a causa di, o grazie a, certe rivelazioni fatte alla futura sposa sulla natura del musicista da parte di un amico di lui.
Inizia, con "Romeo e Giulietta", la serie di trionfi e di glorie alle quali la Berberova dedica una necessaria ma sobria attenzione.
A proposito della seconda donna nella vita di Cajkovskij, il "più caro degli amici" (non tragga in inganno l'uso del maschile, nella Russia colta dell'Ottocento era uso riferirsi alle amiche utilizzando questo termine), la protettrice-mecenate Nadezda von Meck, l'autrice esordisce così: "In gennaio apparve una donna, un'"ombra quasi", e Cajkovskij ne divenne l'idolo" (il corsivo è mio). Effettivamente un'ombra, anche se estremamente consistente, la von Meck restò per tutta la vita del compositore. I contatti furono esclusivamente epistolari: da parte di lei lusinghe, ammirazione, gratificazioni e molto denaro. Da parte di lui concisione e compitezza, musica bellissima, dediche più o meno segrete. Un rapporto fatto più di complicità e sussurri che di dichiarazioni manifeste, secondo la Berberova vissuto direttamente con la musica, più che con l'uomo. Il Cajkovskij che ne deriva è quello già noto che si concede, cercato e ambito, senza che nulla abbia dovuto fare per conquistarsi quelle attenzioni.
La donna quarantacinquenne è dipinta da subito come la vecchia signora che sarà alla fine della storia. Il compositore trentasettenne aveva sempre dimostrato più dei suoi anni.
Anche per la famigerata Antonina Ivanovna, che diverrà tragicamente moglie di Pëtr Il'ic, parole non certo lusinghiere: "non era brutta, ma ignorante". Il musicista la scelse e accettò per bisogno di compagnia, necessità confortante di assistenza e organizzazione famigliare. La donna gli scriveva, lo assillava con le sue lettere. Parallelamente il compositore lavorava all'"Eugenio Onegin*, coinvolto nell'amore epistolare di Evgenij e Tat'jana. Nina Berberova non risparmia impietosi paralleli tra l'eroina di Puskin e la futura signora Cajkovskij. Il matrimonio fu, storicamente, un incubo. L'insensato contratto venne poi sciolto, ma gli strascichi legali e personali tormentarono il musicista ancora per parecchi anni.
Nadezda von Meck non abbandon• il suo idolo, che pure ne temeva la perdita dei favori in seguito a un'improvvisa scoperta del suo "segreto". Anzi lo sostenne, lo rassicurò, e la Berberova fa capire che ella "sapeva", quando scriveva riferendosi al naufragio del matrimonio: "sono lieta che siate uscito da quella situazione falsa e ipocrita". Il rapporto tra i due continua sulle basi della musica, del sostegno economico e psicologico. Cajkovskij viaggiò per la Russia e per l'Europa soggiornando nelle residenze della von Meck, rigorosamente in assenza della padrona di casa, la cui mano e il cui spirito erano avvertibili nelle attenzioni e nei particolari riguardi per l'ospite fantasma. L'amore che la von Meck dedicava, senza fare distinzioni, a lui e alla sua musica facevano sentire Cajkovskij prigioniero. Una crisi violenta lo colpì alla partenza per il servizio militare del fedele servitore Alesa. Ancora una volta l'autrice, con discrezione ma fermezza, inserisce un'altra delle figure maschili fondamentali nella vita del musicista. Seguono la passione mai sopita per il nipote Bob (Vladimir Davydov), i momenti di quiete alternati alla frenesie dei viaggi, concerti, successi, corone d'alloro, alla necessità di controllarsi sempre più e di indossare sempre più spesso una maschera. Mina Berberova distingue nettamente nell'ultima fase della vita del compositore i momenti spontanei e naturali da quelli imposti e pubblici. Descrive la tensione che questa scissione procurava, le ansie e gli affanni che ne derivavano. Cajkovskij era sempre più prigioniero. I vincoli erano sempre maggiori. Ne conseguirono tristezza, ansia, quelle stesse forti emozioni che aveva provato da bambino e che oggi cercavano soluzione nell'ubriachezza. Anche l'amicizia con la von Meck termin•: la Berberova attribuisce la responsabilità di questa fine alla consapevolezza del musicista di non essere più all'altezza delle richieste di lei. La sua esigenza di fisicità contrastava con l'immagine spirituale a oltranza che la benefattrice pretendeva. La sesta sinfonia fu dedicata a Bob, e a nessun altro.
Per la Berberova Cajkovskij muore di colera, "come la mamma", compreso il rito famoso e grottesco del tragico e inutile bagno nella tinozza di acqua caldissima.
Il fatto che questo libro si legga tutto d'un fiato significa che è troppo facile? La piacevolezza della lettura è inversamente proporzionale alla sua qualità? Certamente no. Non ci troviamo in presenza di una delle opere migliori della faconda "Donna di ferro", ma l'originalità dello stile e della conduzione del tema, il ritratto che esce dalle sue pagine, la forza e la sicurezza d'opinione (così tipiche di Nina Nikolaevna) ci propongono, oggi come nel 1936, una visione insolita ed estremamente viva del musicista anche quando rasenta un po' troppo la provocazione, anche quando indulge in visioni troppo parziali o assume un sapore troppo fortemente rivendicatorio.
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