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Ottieri Ottiero - De morte

De morte TitoloDe morte
AutoreOttieri Ottiero
Prezzo
Sconto 15%
€ 8,78
(Prezzo di copertina € 10,33 Risparmio € 1,55)
Dati1997, 128 p.
EditoreGuanda  (collana Quaderni della Fenice)

Disponibilita immediata
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Spampinato, G., L'Indice 1997, n. 8

È stato osservato da più parti, anzi è diventato un luogo comune giornalistico: quest'ultimo scorcio di millennio, non diversamente da quello che l'ha preceduto, è ossessionato dall'idea della morte. Le novità editoriali ci offrono una sterminata scelta in proposito: abbiamo testi filosofici, romanzi macabri o frivolo-macabri, documentati dossier sulle apocalissi prossime venture. Grande fortuna incontrano poi le riflessioni autobiografiche di maestri ai quali l'età e il carisma morale hanno conferito l'ulteriore mandato di una libera, spesso preziosamente ironica, "meditatio mortis". Ebbene, il recente libro di Ottieri non ha nulla a che vedere con tutto ciò.
Com'è noto, l'autore persegue da sempre due complementari ma ben distinte linee di ricerca, la poesia-racconto (in una particolarissima interpretazione: quel che ne risulta, con le parole di Zanzotto, è "un oggetto, bruciante, sghembo rispetto alla norma delle abitudini psichiche") e la prosa saggistico-narrativa, da cui poté emergere un prodotto affascinante e inclassificabile (eppure premiato: premio Viareggio 1966 per la saggistica) come "L'irrealtà quotidiana". Gettata nell'uno o nell'altro senso in un parallelismo che esclude qualsiasi confluenza (niente prosa poetica o poesia prosastica, per carità), la sua scrittura si vota a esplorare - meticolosamente, ossessivamente - la mappa della terra di nessuno (detta anche malattia) in cui il mondo naufraga nella non-realtà.
Ora, in "De morte" Ottieri torna a misurarsi con lo stesso arrischiato squilibrio tra la coscienza di Sé, ovvero il senso corporeo dell'esperienza di esistere (in continuo sconfinamento tra quotidiano ed eterno) e la problematica consapevolezza del limite, cioè dell'inevitabile fine, su cui questa esperienza si fonda. Vista così, la morte non è che il polo estremo di una pendolarità vitale proprio in quanto priva di fondamenti, o di una verità che resta insondabile di necessità, perché interamente versata nel mistero. Al pensiero occidentale la morte ripugna come uno scandalo: parlarne durante le ore d'ufficio può ancora oggi costare il licenziamento per disfattismo, così come non molto tempo fa, nelle stesse trincee di guerra in cui la secca signora celebrava i suoi primi trionfi novecenteschi, poteva costare il plotone d'esecuzione. Per il cristiano è invece il fuoco che continua a forgiare la gloria del Cristo vivente: "Ogni scheggia di morte rimbalza su Dio" è il folgorante "incipit". L'autore non teme di mettere alla prova senza risparmio il nudo coraggio della dichiarazione d'apertura: "Io credo di credere". Forse solo questo estremismo (ulteriore incrudelirsi dell'oltranzistica vocazione di Ottieri) denuncia il libro come opera di un vecchio: "Mi avvicino alla morte e fuggo da essa, come un vero tanatofobo e un vero uomo. Sono vecchio ma non penso alla morte solo per questo. Fatte le debite proporzioni, Leopardi reagiva fortemente se gli dicevano che era pessimista perché era infelice". La saggezza non è - non è mai stata - un porto sicuro, essere "vero uomo" comporta anche il rifiuto di vili automutilazioni spacciate per distacco: se "il senso della morte è il più indispensabile al senso della vita", in questo febbrile "tramonto della luna" non ci si aspetti di trovare "secche le fonti del piacer".
La seconda parte del libro ha per protagonista un personaggio da romanzo filosofico: l'anziano Quintilio, innamorato di una splendida, giovanissima Lucrezia che lo ricambia con slancio.Egli vive di fronte "al doppio ingresso dell'Amore reale e della Morte reale", che "può essere stato incombente anche in altre stagioni della vita, ma ora è l'estremo paravento da superare". Nel desiderio per Lucrezia Quintilio vive sia il fantasma di una Giorgia amata in gioventù, sia l'ossessivo incombere di un'idea della morte che avrà ragione di ogni figura, come il punto prospettico in cui vengono a confluire e a confondersi tutte le linee. Impegnarsi nel tradire la donna viva con quella fantasmatica, e poi ancora la fantasmatica con la morte, è per Quintilio la forma più autentica di resistenza alla propria fine.

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