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Wenders Wim - L' atto di vedere-The act of seeing |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Cortellazzo, S., L'Indice 1993, n. 5
In questo volume, che collaziona recenti interviste, interventi, articoli, conferenze, presentazioni di libri e cataloghi; Wenders riflette sul proprio mestiere di cineasta e sul suo rapporto col mondo. Trattandosi di materiali compositi ed eterogenei si cade spesso in un gioco di rimandi che fortunatamente non si trasforma in tediose ripetizioni, bensì in preziosi chiarimenti e approfondimenti. I nodi e i temi cari a Wenders - il futuro del nostro rapporto con le immagini, l'importanza del parlare e del partire dalle proprie esperienze, il passato, l'infanzia e il ricordo, la predilezione per le utopie positive, il rapporto con i propri maestri, il viaggio come dialettica tra partire e tornare, tra America e Germania, l'analisi dell'universo metropolitano - si rincorrono di pagina in pagina con la volontà continua, da parte dell'autore, di esporsi e scoprirsi sempre più, di immergersi e calarsi totalmente nel mondo come il suo angelo, protagonista di "Il cielo sopra Berlino". Una triade di concetti ricorre in particolare: quella che riflette sul rapporto con le immagini, col "vedere" e con il viaggiare, quella triade su cui si fonda, in sostanza, il suo ultimo "Fino alla fine del mondo": "una storia in cui l'amore sia possibile, funzioni, un amore vero, che vinca anche nel finale. A ogni costo. Col coraggio della disperazione e la gioia di una scelta audace"
Ci troviamo di fronte a un Wenders dal piglio più passionale e partecipe, rispetto al passato, che usa spesso la parola "gioia", che si sofferma sul mondo dell'infanzia come modo di vedere e guardare diversamente la realtà: un Wenders che vuole raccontare storie positive ("i film dovrebbero offrire sicurezza, pace"), che costantemente si interroga sull'"atto di vedere", "che è percezione e verifica del reale, ovvero un fenomeno che ha a che fare con la verità, molto più del pensiero. Per me vedere significa sempre immergersi nel mondo, pensare, invece, prenderne le distanze"; che riflette sul senso del viaggio con una nuova consapevolezza: "Ho l'impressione di esser tornato a Berlino per poter nuovamente ripartire e viaggiare con un altro spirito, anche con una gioia diversa. Ciò significa che probabilmente non mi sentirò più espulso da una forza centrifuga verso un luogo lontano, n‚ vorrò fuggire, piuttosto ora significherà voler arrivare".
Fra le pagine più belle vanno annoverate quelle che non partono direttamente da riflessioni sul mestiere di cineasta, ma si calano nel presente della Storia - l'articolo su "Libération" per la caduta del muro di Berlino, un Intervento sulla Germania partendo dal proprio vissuto personale. Di grande interesse e suggestione sono anche le riflessioni dedicate ai paesaggi urbani - e pensiamo alla conferenza tenuta da Wenders a un pubblico di architetti riuniti in convegno a Tokyo - con splendide descrizioni di città in cui il tempo è all'opera, come Berlino (città dalle molteplici superfici vuote, libere, dalle ferite mai rimarginate "che raccontano la sua storia molto meglio di qualsiasi libro o documento"), come Tokyo ("una città aperta che offre qualcosa, non ruba solo"). Per Wenders le città sono come persone (pensiamo a quante sono le città-protagoniste dei suoi film): "possono essere scontrose, riservate o schive... con alcune bisogna avere pazienza, altre ti assorbono totalmente le energie".
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