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Grassi Ernesto - Potenza dell'immagine. Rivalutazione della retorica

Potenza dell'immagine. Rivalutazione della retorica TitoloPotenza dell'immagine. Rivalutazione della retorica
AutoreGrassi Ernesto
Prezzo
Sconto 10%
€ 18,59
(Prezzo di copertina € 20,66 Risparmio € 2,07)
Dati1998, 267 p., 2 ed.
EditoreGuerini e Associati  (collana Saggi Ist. ital. per gli studi filos.)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
MILLER, J. HILLIS, L'etica della lettura, Mucchi, 1989

GRASSI, ERNESTO, Potenza dell'immagine. Rivalutazione della retorica, Guerini e Associati, 1989
recensione di Bottiroli, G., L'Indice 1989, n.10

1. "Retorica, sia pure. Questa parola non ci spaventa più", scriveva J. Paulhan nel "Terrore delle Lettere" (1936). Oggi non solo è scomparsa la diffidenza, ma è diventato pressoché superfluo giustificare le ragioni - note a tutti - di una "rivalutazione della retorica", come dice il sottotitolo del libro di Grassi. Il problema (e anche il nostro compito) è semmai un altro: spiegare quali vie si schiudono dinanzi a coloro che sentono la forza d'attrazione della retorica. Quella che gli antichi chiamavano 'ars artium' ci promette oggi uno sguardo rivelatore sulla natura del linguaggio. Uno sguardo che va sicuramente ad integrare - e che forse oltrepassa - quelli della semiotica e dell'ermeneutica: più soft della semiotica, nella versione istituzionalizzata di una scienza dei codici; meno "molle" di una certa ermeneutica, ben disposta fra l'altro nei confronti della retorica, purché essa mantenga, o addirittura esasperi, il suo statuto di discorso persuasivo.
Il libro di Ernesto Grassi ci introduce in una dimensione di ricerca dove la retorica non è semplicemente un fenomeno reattivo, una conseguenza alla crisi dei modelli "forti" di verità; non è una rivincita della 'doxa', un "cambio di testimone" tra la Verità e la Persuasione, ma una nuova indagine della verità, che Grassi indica come meta dell'alleanza fra retorica e filosofia. Ciò rende comprensibile, e non solo provocatoria, l'affermazione finale: "Il rovesciamento della filosofia, la rivoluzione copernicana, non ha avuto luogo n‚ con Descartes n‚ con Kant, ma con l'Umanesimo italiano" (p. 261). Gli Umanisti non hanno mai rinunciato a proporre l'unità di ragione e pathos, di ragione dimostrativa e ragione intuitiva ("arcaica" nel senso di saper cogliere le 'archai', i principi), di 'res' e 'verba'.
Posizione sorprendente e che, se non venisse subito precisata, correrebbe il rischio di apparire semplicemente 'démodé'. Fa parte del senso comune filosofico di oggi dare per scontata la scissione tra linguaggio e realtà; nessuno sembra credere più alla corrispondenza naturale, postulata nel mondo classico e infranta una prima volta, irreversibilmente, da Cartesio, tra le parole e le cose. Anzi, l'unico legame tra i due livelli sembra proprio indicato dalla congiunzione "e": le parole e le cose, due livelli eterogenei che scorrono l'uno accanto all'altro, e che non possono incontrarsi se non per illusioni private o in base a convenzioni socialmente riconosciute. Questa scissione viene portata all'estremo da correnti come il Decostruzionismo, qui rappresentato da Miller: "È impossibile uscire dai limiti del linguaggio per mezzo del linguaggio" (p. 106). La gabbia del linguaggio è intrascendibile, invalicabile.
Torniamo a Grassi, e al dubbio che questo grande studioso ci stia riproponendo una concezione ingenua, e comunque così estranea allo spirito del tempo da apparire disorientante e ingiustificata. In realtà, la posizione di Grassi è ben più problematica. Egli parla di una complementarità necessaria (e misconosciuta dalla filosofia moderna), tra ragione dimostrativa, calcolante, tesa allo svolgimento logico dell'argomentazione, e una ragione intuitiva, arcaica, indicativa, topica. Viene ripresa qui una distinzione basilare per la filosofia vichiana. Secondo Vico, infatti, la ragione dimostrativa di Aristotele e di Cartesio è come una macchina infallibile nel suo funzionamento, ma ignara della verità o della falsità delle sue premesse. La ragione topica, invece, è proprio la ragione capace di trovare le premesse dalle quali muovono poi i vari tipi di argomentazione (da quelli "geometrici" a quelli "retorici").È la ragione topica a scoprire i principi, gli assiomi, da cui dipende l'edificio delle dimostrazioni; a vedere i concetti primi, nella forma di immagini o metafore. La "potenza dell'immagine" è l'appello che esse ci rivolgono, e a cui non possiamo sottrarci. Un appello non solo razionale, ma "patetico", passionale, che coinvolge la personalità del ricercatore.
Ora, è decisivo insistere sul carattere figurale o metaforico dei concetti primi delle 'archai'. Tali concetti non definiscono essenze "solide", univoche, e già formate, come vuole il pensiero classico, e in genere la metafisica; bensì realtà parzialmente indeterminate, e che solo la collaborazione dell'uomo porta a compimento. Diversamente dall'animale, ripete più volte Grassi, l'uomo non ha un mondo: deve formarselo (p. 62). L'uomo non possiede alcuno schema fisso per riconoscere il suo mondo - per riconoscere un mondo come suo (p. 65). Questa indeterminatezza tra linguaggio e realtà, tra schemi linguisti co-concettuali e sfera delle cose, si estende a tutto l'essere: non è solo la forma esteriore e contingente degli oggetti, ma è l'essenza delle cose che si manifesta proprio attraverso l'azione umana (p. 80). Il riferimento, esplicito, è a Marx come a Peirce.
Ecco dunque il significato dell'unità di 'res' e 'verba', che per Grassi è la più vera, e la più durevole, tra le affermazioni della sapienza retorica: non una dogmatica corrispondenza tra le essenze rigide della metafisica, e il nostro linguaggio, finalisticamente orientato verso tale sfera; ma un rapporto di trasformazione reciproca. Direbbe Purnam: "La mente e il mondo costruiscono insieme la mente e il mondo". Le parole parlano delle cose.
2. Su un punto Grassi e Miller sembrano totalmente d'accordo: la retorica non è l'arte della persuasione. Ma subito le loro prospettive si dividono: Grassi propone l'idea di una retorica cognitiva, capace di rinnovare la nozione inaridita della conoscenza che il Razionalismo ci ha trasmesso; Miller afferma che la retorica - e la decostruzione americana è "quel tipo di analisi retorica delle opere letterarie che io ed alcuni altri cerchiamo di fare" (p. 44) - non ha pretese cognitive quanto piuttosto etiche.
Miller cita più di una volta - in maniera decontestualizzata e strumentale - una frase di Kafka: "Non bisogna credere che tutto è vero, ma che tutto è necessario". L'etica della lettura vuole sostituire l'etica all'epistemologia, la necessità alla verità. Ciò consente a Miller - almeno nelle sue intenzioni - di controbattere le accuse di "immoralità" rivolte alla Decostruzione, soprattutto in ambito americano. L'immoralità, s'intende, sarebbe la conseguenza dell'irrazionalismo filosofico, della negazione di ogni frontiera tra interpretazioni legittime e misinterpretazioni. La difesa di Miller inizia con una dichiarazione di assoluto candore: negando cioè che Derrida o De Man (a quest'ultimo Miller fa riferimento in modo massiccio) abbiano mai asserito "la libertà del lettore di far dire al testo ciò che vuole" (p. 45). Ma ovviamente nessun critico della decostruzione ha mai preteso tanto! Il nucleo forte della difesa è comunque un altro, e qui il ribaltamento appare come una mossa inaspettata, almeno per gli interlocutori accademici. Il decostruzionismo, dice Miller, obbedisce a un ideale di rigore; non è disposto ad accettare tutte le letture di un testo, ma solo quelle necessarie, cioè quelle che obbediscono alla Legge della Lettura. Ora, che cosa prescrive questa legge? Il riconoscimento della propria impossibilità. "Le letture che "hanno luogo" in questo modo sono "vere", nel senso particolare che sono fedeli a un'implacabile legge linguistica, cioè alla legge dell'impossibilità della lettura" (p. 99).
Cerchiamo di chiarire queste affermazioni. La decostruzione è uno stile di pensiero innamorato del paradosso (di cui si può facilmente riscontrare una presenza endemica negli scritti di Derrida o De Man come in quelli di Miller). E il paradosso, nella cultura occidentale, ha conosciuto differenti destini: ha rappresentato un rompicapo per i logici (celebre, nell'antichità, il paradosso del mentitore e, in epoca moderna, quello individuato da Russel nella teoria degli insiemi); oppure ha costituito una tecnica adottata inconsapevolmente da filosofi i quali si dichiaravano estranei ai mezzi della retorica; ma è stato anche una tecnica scelta in piena trasparenza (dal "Credo quia absurdum" di Tertulliano all'esaltazione attuale dell''indecibile' da parte della Decostruzione). Così il lettore di Miller si imbatte continuamente in due o tre paradossi: ad esempio quello che nega il metalinguaggio ("Il linguaggio non può pensare se stesso o le proprie leggi, così come un uomo non può alzare se stesso tirandosi per i lacci degli stivali", p. 103); oppure quello della narrazione (p.64); oppure quello già citato della Lettura.
Sorge allora il sospetto che i vari paradossi dei Decostruzionisti abbiano, se non una radice, almeno un modello comune: lo si potrebbe individuare proprio nel paradosso del mentitore: "Ciò che sto dicendo è falso". E il sospetto trova più di un elemento di conferma nel testo di Miller, secondo cui il linguaggio mente sempre: "è una caratteristica intrinseca del linguaggio far promesse che non può mantenere", p. 78; "Che io intenda o non intenda mentire, io mento comunque, per un'intrinseca necessità linguistica", p. 79. Ecco un esempio chiarificatore: i romanzi mettono in scena dei personaggi, presentandoli come i portatori di una legge (etica). L'etica, d'altronde, ha un bisogno intrinseco di immaginare esempi, narrazioni, situazioni concrete, per mettere alla prova i suoi enunciati. Afferma Miller che questa pretesa, o promessa, della letteratura, va a urtare contro limiti infrangibili perché tra il personaggio/esempio e la Legge si riapre continuamente un divario. Dunque i romanzi promettono di rivelare la legge morale, ma "questa rivelazione è sempre rimandata, tanto da poter affermare che i romanzi non mantengono le promesse fatte. Essi impongono al lettore l'esperienza di un tradimento simile a quello della persona amata" (p. 74).
A questo punto si può comprendere l'analogia su cui è imperniato tutto il testo di Miller: come la legge morale, in Kant, resta unica e inaccessibile, benché si manifesti nella necessità di particolari giudizi e azioni morali, così la Lettura resta unica e impossibile - questa è la sua Legge -, benché si manifesti nella necessità di particolari letture. Perciò le letture "vere" sono soltanto quelle necessarie: quelle così oneste da riconoscere la legge dell'impossibilità della lettura.
3. Molto rapidamente, vorremmo fornire al lettore uno spunto di discussione non solo dell'analogia appena enunciata, ma della scissione etica/conoscenza in relazione alla retorica. Nella Fondazione della metafisica dei costumi, Kant indica la possibilità (che Miller trasforma in impossibilità) di gettare un ponte tra la Legge morale e un singolo enunciato di carattere etico. Come faccio a sapere se una massima, ad esempio "Menti ogni qualvolta ti sia utile" va considerata come un imperativo categorico? Mediante un esperimento mentale: immagina, dice Kant, un mondo in cui la massima della tua azione valga come una legge di natura, cioè come una costrizione inevitabile per chiunque. Ad esempio, un mondo dove tutti siano obbligati a mentire: se ritieni che questo sia un mondo etico, dove è rispettata la dignità dell'uomo, allora la tua massima andrà intesa come una manifestazione particolare della Legge. Dunque in Kant la Legge morale, pur restando inaccessibile nella sua globalità, non è necessariamente silenziosa: se viene interrogata, è in grado di fornire risposte sul valore etico di un qualunque desiderio, o progetto.
La posizione di Miller non è propriamente la stessa. Da un lato, egli non indica la via per un esperimento analogo in relazione ai testi letterari (vale a dire che, per lui, la Legge della lettura resta inaccessibile e silenziosa). Dall'altro lato, Miller sembra aver effettuato (inconsapevolmente?) proprio l'esperimento descritto da Kant. In effetti egli ci descrive un mondo etico - l'etica della lettura - in cui la menzogna è elevata a principio necessario, a legge di natura: "Che io intenda o non intenda mentire, io mento comunque, per un'intrinseca necessità linguistica". Evidentemente per Miller questo mondo non intacca la dignità dell'uomo: anzi, in esso sarebbe possibile ancora un atto di suprema onestà il riconoscimento dell'impossibilità di un mondo diverso.
Lasciamo al lettore lo spazio per una riflessione più meditata su questo problema, e limitiamoci a un'osservazione: forse le accuse di immoralità rivolte alla decostruzione sono davvero ingenue e fuori bersaglio (almeno in prima istanza). Inflessibilmente anticognitiva, la decostruzione è pensiero etico, nel senso che mantiene, rovesciandola, la proprietà principale dell'etica: la rigidità, la rigida obbedienza a una legge. Questa potrebbe essere una delle radici che alimentano senza posa i suoi paradossi, a cui andrebbero però contrapposti quelli di Nietzsche e di Pascal. "Il credere nella morale non è ancora una prova di moralità: ci sono casi - e il caso dei filosofi rientra nel loro novero - in cui una tale credenza è semplicemente un'immoralità" (Nietzsche): l'immoralità dell'etica (e anche dell'etica della lettura) non sarà forse legata alla nozione di "legge", con la sua rigidità e i suoi paradossi?
Quanto a Pascal, sua è l'affermazione per cui "pensare bene è il primo principio della morale". Dunque la moralità della morale risiederebbe, anzitutto, negli sforzi per la conoscenza. E in ogni caso nella capacità dell'etica di non chiudersi in se stessa. È anche questo un paradosso, ma ben diverso da quelli proposti da Miller o da De Man: infatti non viene usato per confermare o per fabbricare delle catene, ma per scioglierle. O per creare altri nodi, che permettano al pensiero di procedere: così, intrecciandosi alla filosofia, la retorica mette in dubbio l'illusoria autonomia di un pensiero che crede di non essere condizionato dal linguaggio. Ma ciò non significa - è la lezione di Grassi, ed è il rovesciamento di Miller - imprigionare il pensiero nel linguaggio, bensì dargli la possibilità di spingersi oltre, verso le cose.

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