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De Monticelli Roberta - La conoscenza personale. Introduzione alla fenomenologia |
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Spinicci, P. L'Indice del 1999, n. 10
«I filosofi hanno nostalgia dell'individuale» - in quest'espressione felice è forse racchiusa la chiave della complessa unità dell'ultimo libro di Roberta De Monticelli: una riflessione sulla conoscenza personale, che è anche un'introduzione al metodo fenomenologico e una riproposizione - e non solo a livello stilistico - della forma filosofica della meditazione.
Questa nostalgia determina innanzitutto la scelta dell'oggetto: non si parla delle cose, che sono individuali pur senza avere un'individualità, ma delle persone. La nostalgia dell'individuale ci riconduce così dall'oggetto all'atteggiamento della ricerca: una riflessione filosofica sul concetto di persona chiede che il filosofo si disponga in un atteggiamento meditativo che sia insieme espressione del significato esistenziale della prassi filosofica e strumento per ricondurre l'analisi dei concetti all'esperienza soggettiva da cui hanno tratto origine.
Di qui il richiamo a Husserl e in particolar modo a quel "principio di fedeltà" - l'esperienza non va spiegata ma descritta - che viene proposto come il principio fondamentale della riflessione fenomenologica. Di una filosofia che si attenga a questo principio si avverte oggi il bisogno: le si chiede infatti di sanare la frattura "fra l'esperibile e il pensabile a proposito di noi stessi". Per l'autrice, ciò che di noi pensiamo nel linguaggio ufficiale della riflessione teorica è dettato dalle filosofie naturalistiche della mente. Ma il linguaggio dell'obiettivismo nega proprio ciò che di noi stessi esperiamo: il dialogo tra l'io e la mente, che occupa la quarta meditazione e che dà voce a questo dissidio, si conclude così osservando come dalle "neurofilosofie" non possa che derivare una radicale cancellazione del significato delle parole necessarie per parlare di me e degli altri - una radicale negazione del principio di fedeltà, dunque.
La posta in gioco è tuttavia più alta e il lettore non deve credere che si voglia soltanto difendere la sensatezza di parole come "persona", "libertà", "io": si vuole anche sostenere che la psicologia come scienza deve adattarsi alla natura del suo oggetto - all'ontologia della persona. Al principio di fedeltà deve affiancarsi il principio di trascendenza: fare fenomenologia, si legge, significa "lasciarsi guidare oltre le apparenze dalle apparenze stesse". Ora, che ogni persona sia di più di ciò che ci si mostra è un fatto su cui il libro insiste, e a ragione: le persone hanno un'interiorità, ed è possibile approfondire la loro conoscenza, cogliendone i lati nascosti. E tuttavia sul senso preciso di queste metafore le considerazioni proposte mi sembrano troppo rapide. Al lettore si impone fin da principio un modello - che trae la sua legittimità dall'ambito delle cose materiali: se la percezione degli aspetti parla della trascendenza dell'oggetto spaziale, l'irriducibilità della persona a ciò che ora ne colgo parlerà di una realtà personale. Altri modelli tuttavia sono possibili.
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