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Serri Mirella - I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948

I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948 TitoloI redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948
AutoreSerri Mirella
Prezzo
Sconto 15%
€ 16,66
(Prezzo di copertina € 19,60 Risparmio € 2,94)
Dati2009, 369 p., rilegato, 4 ed.
EditoreCorbaccio  (collana Collana storica)
 Disponibile anche in ebook a € 13,99

Disponibilita immediata
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Descrizione
Pochi intellettuali si opposero al regime fascista; pochi protestarono apertamente contro le leggi razziali. Furono molti, invece, quanti si formarono all'interno delle istituzioni fasciste di cultura e che poi, con il 1943, abbracciarono gli ideali dell'antifascismo e della resistenza, vivendo questa svolta come un'esperienza di "redenzione". Mirella Serri ricostruisce, anche sulla base di documenti inediti, segmenti della biografia dei molti intellettuali italiani che non furono "dissimulatori onesti", e neppure "voltagabbana", ma uomini che "vissero due volte" e che rappresentano il doloroso processo di maturazione di un'Italia democratica all'interno di un regime totalitario messo in crisi dalla guerra mondiale.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Sulla scorta di un'ampia bibliografia, discussa e fusa in una panoramica che si sofferma su alcune riviste - soprattutto il quindicinale "Primato" voluto da Giuseppe Bottai, in uscita dal marzo 1940 - e su molte figure di intellettuali emergenti nel quasi decennio compreso tra lo scatenamento della persecuzione razzista e la fine della guerra, nonché intessuta di una gran messe di maliziose citazioni accompagnate in minima parte da originali esplorazioni d'archivio, la ricerca di Mirella Serri offre una suggestiva dovizia di spunti e di sondaggi, ma nell'insieme risulta insoddisfacente, sia per la dispersione tematica che per la propensione al dettaglio biografico.
Non sarebbe giusto parlare, come si è fatto, di gossip d'alto bordo, ma qualcosa del genere si avverte nelle intenzioni dell'autrice. La quale, nella parte principale del suo lavoro, insegue alcuni dei collaboratori reclutati dal gerarca in tratti cruciali del loro frastagliato itinerario, spesso conclusosi nelle file comuniste. E via via apre parentesi e divagazioni fino ad allargare lo sguardo ad altri periodici, quali "Critica fascista" o "Roma fascista", la rivista dei Guf (Gruppi universitari fascisti), o "La Ruota", in modo da comporre un quadro variegato di traiettorie e posizioni: animato, si direbbe, dal gusto di far scandalo. A scanso di equivoci sarà opportuno ribadire preliminarmente che oggi è utile allargare il campo degli studi dedicati a mettere in risalto la continuità tra fascismo e postfascismo nei suoi molti aspetti, e a portare alla ribalta conversioni apparenti o troppe sbrigative, trasformistici mutamenti di rotta o frettolosi riscatti. Le esperienze intellettuali di formazione svoltesi in istituzioni del regime o partecipando a organi di stampa rivestono un'importanza eccezionale, e non sempre si è avuto il coraggio di occuparsene con la necessaria spregiudicatezza critica. Reticenza, se non autocensura, sono state all'ordine del giorno.
La memorialistica è stata, com'è inevitabile, fuorviante e spesso tesa a giustificare, a coprire, a reinterpretare con ottiche di comodo: talvolta per deliberato calcolo, talaltra per involontarie omissioni. È tutt'altro che raggiunta una visione d'insieme che renda conto di fenomeni che coinvolsero, a Roma, e nelle tante città della complicata Italia, un'insospettabile quantità di energie giovanili, e testimoniarono convinte adesioni non meno che incipienti inquietudini, fenomeni cioè come la "servitù volontaria", secondo l'impietosa espressione dello storico Carlo Morandi, non meno che la "dissimulazione onesta", per riprendere la formula consacrata da Torquato Accetto e rilanciata con ammiccante erudizione letteraria da Carlo Muscetta, o anche il consapevole "nicodemismo" e altre irrisolte ambiguità. Per affrontare con autentica novità i funesti anni ultimi del regime fascista è venuto il tempo di spogliarsi il più possibile dal retaggio di infeconde contrapposizioni o dal gusto per un sensazionalismo di taglio inquisitorio. Per conquistare pienamente una tale visione c'è bisogno ancora di ricerche di settore, ben circoscritte e tematizzate, ma è anche giusto tentare, mentre i cantieri sono aperti, sintesi complessive, tese a riequilibrare il discorso finora proposto o ad aprire nuove piste.
Ora: questo libro punta per un verso a un quadro d'insieme, per l'altro disegna un puzzle d'effetto, in cerca di rivelazioni sorprendenti più adatte alle eccitate pagine di un quotidiano che a ponderati capitoli d'un volume che voglia esser di durevole riferimento. Il tema messo a fuoco non è ben chiaro. Soggetto prescelto poteva essere la funzione di una rivista e l'intreccio di presenze da essa promosso: così non è. Del resto su "Primato" non mancano saggi di tutto rispetto. Per fare qualcosa di nuovo si poteva scavare, ad esempio, nell'Archivio Bottai qui appena accennato. Altro argomento poteva essere il travaglio di una generazione, ma anche questo filo è seguito solo in parte. In realtà il taglio sincronico, che accomuna in una stretta sequenza temporale tratti di esperienze di vario spessore, può indurre il lettore a pesanti distorsioni valutative. Inoltre - ed è forse la questione decisiva - si adotta una prospettiva che, sia pure rovesciata a fronte di quella che finora ha in buona misura prevalso, non è meno distorcente. Se la rievocazione di certi itinerari è stata messa in scena con l'occhio al finale positivo e si è letto dunque il minimo sintomo di autonomia critica in faccia al fascismo imperante come manifestazione di fronda o di dissenso, mettersi dall'angolazione opposta per cogliere nel corpo di una redazione chi più si macchia di affermazioni inconciliabili con idee successivamente maturate, seguendo una sorta di impertinente caccia all'errore, e all'errante, non è meno scorretto.
Se Giulio Carlo Argan - quesito ingenuo e metodologico - non fosse diventato sindaco di Roma dopo essere stato eletto nelle liste del Pci sarebbe stato schedato con tanto scrupolo? Se Vitaliano Brancati non fosse stato tra i più disincantati osservatori dei costumi del dopoguerra sarebbe stata rilevata con pari cura la sua effimera compromissione con i miti degli anni neri? Si sa bene che un'inappuntabile neutralità è meta difficile da conseguire, ma dalla capacità di presentare un affresco che non lasci zone d'ombra e dia ai fatti e alla scrittura il peso specifico del loro tempo, senza abusare di microcitazioni mirate, si misura il passaggio a un'indagine emancipata da intenzionali parzialità. Carpire il detto memorabile alla rovescia dà fastidio. L'esaltazione del Pci e delle sue riviste come sedi per eccellenza di redenzione è trovata piuttosto arbitraria: altrettanto si potrebbe dire per istituti, imprese, partiti e organi cattolici o conservatori. Malgrado queste riserve - esposte lungamente per dovere d'onestà - il libro si segnala per acquisizioni spesso saporose e per sottile accanimento.
Il capitolo su Mario Alicata è tra i migliori: il futuro responsabile delle scelte culturali del Pci si presenta come uno dei più rappresentativi campioni di quel "totalitarismo mentale" - il rimprovero di Carlo Cassola per molti dei suoi coetanei - che caratterizza, con segno inverso quanto a ideologia, il permanente furore di un impegno pubblico imposto talvolta con sprezzante piglio autoritario: tipico di coloro che nella militanza antifascista "portavano come personale patrimonio l'esperienza che li aveva educati all'interventismo della cultura, al rispetto del partito unico, al mito dell'autoritarismo, del capo carismatico, e di una cultura di crociata e di 'schieramento'". La propensione a pescare gli indagati al limite del fallo o nelle espressioni più equivoche può dar luogo a stimolanti provocazioni, ma è sconsigliabile farlo proprio indiscriminatamente come definitiva riprova di allineamento e conformismo. Allorché l'andamento acquista un'indugiante dimensione biografica si hanno le analisi più pregevoli, e ritratti efficaci. È il caso di Muscetta, Guttuso, Maccari, Gatto, Rossellini.
Sullo sfondo di questo saggio steso in stile letterario resta un problema enorme di concettualizzazione. Il sistema fascista aveva i suoi spazi di libertà vigilata, articolazioni e sfumature: mirava a - o si sforzava di - contenere una gamma di tendenze che, soprattutto nei Guf, acquistavano colori di ribellione e solo fino a un certo punto sono riconducibili a unità. Per questo talvolta impiegare l'etichetta di fascista non è più risolutivo agli effetti della comprensione storica che applicare quella di antifascista: se non si colgono nessi e differenze, somiglianze e scarti non catalogabili in astratto.
Tra gli ambigui incontri e le frasi trascritte di tanti affannosi dialoghi in cifra, vien fatto di immaginare la scena ricavata con abile taglio da un libro di sincere memorie: Ernesto Sestan, riandando al sodalizio con Delio Cantimori - Roma, inizio degli anni quaranta - ricorda uno dei tanti ritorni dello storico degli eretici, subito pronto a ripartire: "Ripartiva con una valigia e ritornava con quattro zeppe colme di libri acquistati all'estero in varie lingue sul fascismo e sul nazismo. Questo interesse mi fece pensare che fosse fascista e fascista iscritto infatti egli era, portava il brigidino all'occhiello: il che poteva anche non significar molto già allora. Tuttavia nel discorrere con lui mi tenevo alla larga, evitavo i discorsi politici e si parlava dei suoi eretici o degli amici comuni, primissimo Carletto Morandi". Ecco i silenzi, i sospetti, le incomprensioni, le allusioni, le paure della dittatura. Senza averli in testa, la storia delle idee - o dei fraintendimenti degli abbagli, degli errori, delle illusioni - non suona vera: non si fa storia.

Roberto Barzanti

I vostri commenti
  Media Voto: 4 / 5

Giuseppe Casarini-Graziella Morandi (21-11-2005)
Il libro riprende il filone della vasta pubblicistica che nel tempo si é occupata degli intellettuali italiani che servirono sotto due bandiere: niente di nuovo , se si vuole, di quanto già non si sapesse circa la massima parte di questi protagonisti, ma introducendo per vero, come parziale novità, l'adozione di una particolare loro definizione " I Redenti", l'Autrice offre al lettore ulteriori elementi di discussione. Altro particolare elemento di merito, forse meglio di demerito, é quello di avere riportato alla luce la figura dello storico di origini pavesi Carlo Morandi in quanto, al lettore a digiuno della storiografia italiana a cavallo della seconda guerra mondiale viene offerta una immagine distorta circa l'onestà intelletuale dello stesso. Valga per tutti il giudizio espresso su di lui dall'allievo Giovanni Spadolini:"Carlo Morandi , uno dei pochissimi storici che non abbiano ceduto agli "idola fori" del loro tempo, un uomo di studi che ha mantenuto riserbo e distacco quando non tutti sapevano farlo,...". Ci si domanda il perchè l'attenzione della Serri, tra tutti i collaboratori di Primato, si sia quasi unicamente focalizzata sulla figura di questo storico senza un adeguato approfondimento, per usare la terminologia dell'Autrice, della sua completa "vita inautentica" ( breve, essendo nato nel 1904 e laureatosi attorno agli anni '20) e della brevissima "vita autentica" ( morì a Firenze all'improvviso nel 1950.Tra l'altro, per ritornare alla tematica fondamentale del libro ed a quanto posto in evidenza nell'introduzione, sarebbe stato interessante trovare traccia di contrapposizione e di analisi critica tra l'avventura dei "redenti" rispetto a quella dei "convertiti " o dei "voltagabbana", traccioa del tutto mancante. Giuseppe Casarini-Graziella Morandi
Voto: 3 / 5
ANDREA VENTURA fdcybv@tin.it (23-09-2005)
La vera "dissimulazione onesta" la compie Mirella Serri, che con l'onesto pretesto di studiare la rivista di Bottai, compie un'incursione ed un affondo fatali alla reputazione degli intellettuali di sinistra e comunisti del nostro dopoguerra, quasi tutti ferventi fascisti nel ventennio, spesso antisemiti e filonazisti. Il disgusto che sorge nel leggere queste pagine è enorme ! Personalmente, avessi scritto ripetutamente quelle porcherie spesso profumatamente pagate, dopo mi sarei suicidato, anche se il partito comunista mi avesse accolto ! Credo sia successo solo in Italia questo fenomeno enorme della migrazione in massa dei giovani intellettuali fascisti verso il partito comunista: certamente non in Germania Occidentale sotto tutela anglo-americana, certamente non nel mondo anglosassone che fu il grande avversario sul campo dei fascismi europei, molto limitatamente in Francia, patria teorica primigenia dei fascismi ma non troppo e non troppo platealmente e massicciamente dei trasformismi, che hanno riguardato qualche volta soprattutto i politici più che gli intellettuali (vedi: Mitterand). Anche Mirella Serri, come Pansa, è riuscita a "bucare" il muro di conformismo e di silenzio imposto da sessant'anni di egemonia culturale della sinistra. Ha potuto farlo perché, come Pansa, proviene dalla sinistra e di sinistra rimane. Però è inutile continuare ad usare la "foglia di fico" di ritenere strumentale la pubblicistica neofascista del dopoguerra, che queste cose le disse molto tempo fa: Nino Tripodi, polemicamente certo, le documentò nell'indimenticabile volume "Intellettuali sotto due bandiere" pubblicato nel 1980 presso Rusconi e mai ripubblicato. Si continua a sostenere, per cattiva coscienza,che i neofascisti producessero nomi e cognomi per denigrare la "nuova" classe politica e i nuovi mandarini della cultura di sinistra. Anche se in cuor loro fosse stata questa la motivazione,comunque legittima,è incredibilmente di tutt'altra portata la responsabilità morale degli intellettuali di sinistra che furono fascisti
Voto: 5 / 5

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