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Viroli Maurizio - Dalla politica alla ragion di Stato. La scienza del governo tra... |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Bobbio, N., L'Indice 1994, n. 5
C'è in questo libro molta teoria e molta storia. Teoria e storia s'integrano a vicenda. Come dire che la teoria senza storia è muta e la storia senza teoria è cieca. L'autore mantiene la promessa fatta alla fine dell'introduzione: "Personalmente prediligo una teoria ricavata dalla storia". Da un lato, il racconto storico si svolge pagina dopo pagina, autore dopo autore, mettendo a disposizione del lettore un ricchissimo materiale affinché questi possa trarre conferma dell'ipotesi di lavoro; dall'altro, l'ipotesi di lavoro guida la ricerca selezionando e commentando il materiale raccolto.
L'idea ispiratrice del libro, che merita di essere attentamente considerata e discussa, è la seguente: nel tratto di storia del pensiero politico che l'autore ha scelto di esporre, tra la fine del Duecento e l'inizio del Seicento, tra Giovanni di Viterbo e Ludovico Zuccolo, il periodo attraverso il quale avviene il passaggio dall'età medievale all'età moderna, si assiste a una vera e propria regressione da una visione eulogica della politica, secondo la quale la politica, nella scia della tradizione aristotelica-ciceroniana, viene concepita come l'arte del buon governante che ha di mira esclusivamente il bene comune della città, a una visione, insieme realistica e pessimistica, secondo cui la politica si viene identificando con la ragione di stato, vale a dire con l'arte di conquistare, difendere, conservare lo stato, inteso come cosa, possesso, patrimonio del principe. Di questa regressione, secondo Viroli, si può individuare il momento preciso del suo palesarsi nel contrasto tra Machiavelli, ancora fedele all'ideale repubblicano, e Guicciardini, cui si deve non solo l'espressione "ragione di stato", ma l'idea che l'arte di governare uno stato non sia diversa da quella di governare la casa, e pertanto colui che lo "possiede" deve mirare non solo a conservare il bene posseduto, ma anche, quale che sia il mezzo con cui ne è venuto in possesso, possibilmente ad ampliarlo. Da questo momento in poi, secondo l'interpretazione che Viroli dà dei testi letti e commentati, il termine 'stato' si contrapporrebbe a 'repubblica', con la conseguenza che l'arte dello stato, di cui si preoccupa Guicciardini, è cosa ben diversa dall'arte di governo che è stata l'oggetto della riflessione politica dagli antichi in poi, questa conservando il significato tradizionale di arte di reggere una città a esclusivo vantaggio dei cittadini, quella acquistando il nuovo significato di un insieme di accorgimenti che debbono servire, indipendentemente da ogni valutazione etica, a conservare il patrimonio acquisito e a difenderlo con ogni mezzo. Negli scrittori politici successivi a Guicciardini l'arte dello stato avrebbe a poco a poco sostituito l'arte del governo come oggetto della politica, e il termine "politica" avrebbe acquistato un senso completamente diverso da quello che aveva avuto sino allora. Già lo stesso Paruta, pur continuando a intendere la politica come filosofia civile, cede alle lusinghe della ragione di stato, che è diventata la politica dei tempi moderni: nel "Soliloquio" ammette che non si può governare gli stati col Vangelo (ma non aveva già detto la stessa cosa Cosimo de' Medici, citato da Machiavelli?) e bisogna accettare le leggi del mondo anche se contrarie agli insegnamenti della chiesa.
Seguono due capitoli, intitolati rispettivamente "Gli ultimi bagliori della filosofia civile" e "Il trionfo della ragion di stato", che, attraverso l'esposizione del pensiero politico del Cinque e Seicento, da Botero a Boccalini, da Campanella a Zuccolo, narrano la storia della progressiva decadenza della filosofia civile sostituita a poco a poco dalla dottrina della ragion di stato.
Nella conclusione l'autore, ribadendo la propria interpretazione storica, prende posizione contro le attuali teorie realistiche della politica, e rivela apertamente l'ispirazione ideale che lo ha mosso nello scrivere il libro: il ripristino della filosofia civile, della politica intesa come arte del buon governo, può contribuire allo sviluppo della democrazia e alla costruzione di una città migliore. Ho detto all'inizio che il libro di Viroli è un'opera di teoria e storia. Aggiungo che teoria e storia sono entrambe al servizio di un'idea regolativa, appassionatamente difesa.
Posta su questi tre piani diversi, teorico, storico e normativo, l'opera meriterebbe una discussione molto più ampia di quel che io possa fare in questa sede. Per ora mi limito a qualche osservazione su ciascuno dei tre piani. Sul primo dico subito che sarei meno drastico nell'affermare sia la visione regressiva della storia del pensiero politico sia quella del salto qualitativo che sarebbe avvenuto in un preciso e circoscritto momento storico nel passaggio da Machiavelli a Guicciardini. Visione positiva e visione negativa della politica, a mio giudizio, si rincorrono e si contrappongono in tutte le epoche. La distinzione tra buon governo e mal governo, che Viroli coglie nella contrapposizione tra arte di governo e arte di stato, è un topos classico del pensiero politico che risale alla distinzione aristotelica tra forme di governo pure e corrotte, secondo cui buon governo è quello di chi esercita il potere in vista del bene comune e mal governo è quello di chi lo esercita per il bene proprio. Questa distinzione si tramanda tanto nel tempo che si ritrova persino nella distinzione fra una buona e una cattiva ragion di stato di alcuni scrittori che, secondo il nostro autore, avrebbero ripudiato la dottrina classica della politica. Fra l'altro, proprio sul periodo in cui avverrebbe la grande svolta, un insigne storico come Gerhard Ritter ha scritto l'affascinante libro "Il volto demoniaco del potere", in cui sostiene che dall'inizio del Cinquecento si dipartono le due correnti antagonistiche del potere che arrivano sino a noi, quella realistica di Machiavelli e quella utopica di Tommaso Moro. E come dimenticare che contemporanea del "Principe" è l'"Educazione del principe cristiano" di Erasmo che ne rappresenta la più radicale antitesi, con la condanna della dissociazione tra etica e politica, anzi con l'esaltazione della tesi opposta, secondo cui l'etica è la migliore politica? Così pure non sarei tanto deciso nel rifiuto della dottrina della ragion di stato, interpretata come una forma perversa della politica, e senza precedenti nella sua perversione. Il nucleo di questa dottrina sta tutto quanto nella famosa massima, di lontana origine ciceroniana, se pure deformata ("De legibus", III, 8): "Salus rei publicae suprema lex", che lo stesso Machiavelli fa propria in un famoso passo dei "Discorsi" (e non del famigerato "Principe"): "... dove si delibera al tutto della salute della patria, non vi debba cadere alcuna considerazione n‚ di giusto n‚ d'ingiusto, n‚ di pietoso n‚ di crudele, n‚ di laudabile n‚ d'ignominioso; anzi, posposto ogni altro rispetto, seguire, al tutto quel partito che le salvi la vita e mantenghile la libertà" (III, 41).
Non è sfuggita del resto a Viroli, tra le varie interpretazioni della dissociazione tra etica e politica, quella data da Scipione Ammirato, secondo cui è lecita la "contravvenzione di leggi ordinarie per rispetto di publico beneficio". Si tratta di un principio generale del diritto e dell'etica, il principio secondo cui è ammessa la deroga alle leggi in casi eccezionali. Tra questi casi eccezionali, che costituiscono vere e proprie cause di giustificazione della deroga, il principale, quello più frequentemente addotto dagli scrittori politici realisti è lo stato di necessità, causa di giustificazione che vale, come tutti sanno, anche per ¡ singoli individui, e non si vede perché non dovrebbe valere per quegli individui in grande che sono gli stati, soprattutto nei rapporti con gli altri stati. Il noto filosofo della politica Felix Oppenheim, della cui fede democratica nessuno può dubitare, ha scritto recentemente un libro, "The Place of Morality in Foreign Policy", già tradotto in italiano, in cui sostiene che lo stato è giustificato, quindi non può essere sottoposto a giudizio morale, quando agisce in stato di necessità per la difesa dell'interesse nazionale. Senza volerlo, Oppenheim riesuma la tesi centrale della dottrina della ragion di stato. Che cosa è l'interesse nazionale se non la 'salus rei publicae' degli antichi? Dico "senza volerlo", perché la dottrina della ragion di stato non è mai menzionata.
A ogni modo ammettiamo pure, perché è innegabile, che il linguaggio della politica sia cambiato nel passaggio dalla filosofia civile alla dottrina della ragion di stato. Forse che il mutamento del linguaggio della politica, intesa come scienza o filosofia o dottrina politica, implica anche un mutamento nella politica intesa come prassi politica? Forse che nei tempi in cui prevaleva la definizione eulogica della politica, e il filosofo politico, sarebbe meglio dire il retore politico, definiva la politica come arte di governare la città con giustizia, in vista della libertà dei cittadini e della pace della comunità, la vita politica reale era diversa da quella che si svolgeva sotto gli occhi disincantati degli scrittori politici del Cinquecento? Forse che ai tempi di Dante, allievo di quel Brunetto Latini che esaltava la nobiltà della politica, la lotta fra le varie frazioni cittadine nell'aiuola che ci fa tanto feroci era meno aspra? Quando Enrico da Rimini rappresentava il politico "sicut citharedus", il cui fine è far regnare l'armonia nella propria città, descriveva una situazione reale, oppure esprimeva il proprio ideale del buon politico, ben consapevole, c'è da immaginarlo, del contrasto tra l'essere e il dover essere?
Non è che Viroli non si renda conto di questo contrasto. E infatti si limita a credere e a sperare che a sconfiggere la cattiva politica possa essere utile anche un buon concetto della politica. Sono pienamente d'accordo con lui quando scrive: "I filosofi politici non debbono diventare agitatori politici n‚ disertare le aule universitarie per predicare in piazza". Mi piace ricordare che nell'ultima mia lezione (millanta anni fa) dissi che avevo cercato di essere fedele al principio così solennemente espresso da Max Weber di fronte ai suoi studenti subito dopo la prima guerra mondiale: "La cattedra non è per i profeti n‚ per i demagoghi". Però aggiungo che non riesco a vedere alcun contrasto tra l'idealismo dell'uomo che vive con serietà la vita del proprio tempo non rinunciando a dare il proprio contributo all'affermazione di alcuni principi fondamentali, necessari al "bene vivere", purché lo faccia senza troppa prosopopea e senza illusioni, e il realismo dello studioso che cerca di capire prima di assolvere o condannare.
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