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Tocqueville Alexis de; Gobineau Joseph-Arthur de - Del razzismo. Carteggio (1843-1859)

Del razzismo. Carteggio (1843-1859) TitoloDel razzismo. Carteggio (1843-1859)
AutoreTocqueville Alexis de; Gobineau Joseph-Arthur de
Prezzo € 19,63
Prezzi in altre valute
Dati1995, LXXII-280 p., rilegato
TraduttoreMichelini Tocci L.
EditoreDonzelli  (collana Biblioteca)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
TOCQUEVILLE, ALEXIS DE / GOBINEAU, ARTHUR DE, Del razzismo. Carteggio 1843-1859, Donzelli, 1995
TOCQUEVILLE, ALEXIS DE, Scritti, note e discorsi politici 1839-1852, Bollati Boringhieri, 1994
JARDIN, ANDRé, Alexis de Tocqueville 1805-1859, Jaca Book, 1994
recensione di Bongiovanni, B., L'Indice 1995, n. 7

Assai popolare in vita, vuoi per l'attività politica, vuoi per la fortunatissima e più volte ristampata "Démocratie en Amérique" (1835 e 1840), vuoi anche per il grandioso studio purtroppo incompinto ("L'Ancien Régime et la Révolution*, 1856) e i folgoranti giudizi sulla rivoluzione francese, Alexis de Tocqueville subì, dopo la prematura morte per tubercolosi, avvenuta nel 1859 (era nato nel 1805), un periodo abbastanza lungo, se non di oblio, certo di clamorosa e oggi impensabile sottovalutazione. Il liberalismo tormentato da un consapevole temperamento aristocratico - più attento alle libertà plurali, esito anche della frantumazione feudale, che alla liberté "astratta" del 1789 -, l'agnosticismo radicale e pur così disperatamente intriso di 'religio' e di cristianissima aspirazione a una morale fortificata dai dogmi, l'accettazione dubbiosa e nondimeno irreversibile della democrazia, erano probabilmente in contrasto con la cultura dominante della Terza Repubblica francese, poco propensa, con le sue certezze (il positivismo ottimistico degli uni, l'apocalittico cattolicesimo controrivoluzionario degli altri, lo snobistico intellettualismo estetizzante di molti), a offrire piena cittadinanza a un simile maestro di inquietudini.
Una sorte del tutto simile ebbe anche in Italia. Ammirato da Cavour, che lo conobbe di persona, letto da Rosmini e da Carlo Alfieri, fu osteggiato da Mazzini, che comprensibilmente non gli perdon• di essere stato il ministro degli esteri della Francia in occasione della repressione della repubblica romana. Solo con la coraggiosa edizione curata nel 1932 da Candelaro, e pur signorilmente criticata da Omodeo, della "Democrazia in America", Tocqueville, un personaggio parimenti inviso all'anima monarcoreazionaria e a quella "nazionalmazziniana" dell'ideologia littoria, riprese quota. Con gli studi, nel dopoguerra, di De Caprariis, e poi di Matteucci e di Anna Maria Battista, lo stesso Tocqueville, messo a confronto con i grandi temi della democrazia di massa e della politica moderna, divenne anche in Italia un classico del pensiero politico. Le sue opere più note, compresi i "Souvenirs" e gli straordinari viaggi, furono a più riprese pubblicate. Mancava ancora il tessuto connettivo storico-politico, vale a dire gli scritti e i discorsi in grado di testimoniare, al di là del ricchissimo epistolario, la presenza attiva di Tocqueville nello scenario politico francese e internazionale.
Scegliendo cinquanta testi di grandissimo interesse, compresi tra l'elezione alla Camera dei deputati del 1839 e il forzato ritiro dalla vita pubblica, nel 1852, in seguito al colpo di stato di Luigi Bonaparte, Umberto Coldagelli colma l'ultima lacuna e conclude in qualche modo una stagione eccezionale, culminata nel 1989 con il bicentenario della rivoluzione francese, della fortuna di Tocqueville in Italia. I testi - "discorsi e relazioni parlamentari, articoli pubblicati e non, appunti e note di vario genere" - tratti dai tomi sinora usciti dell'edizione nazionale, predisposta da Gallimard, delle "Oeuvres complètes" (iniziate nel lontano 1951), hanno a che fare con la politica interna e la politica estera, ma soprattutto con la necessità drammatica di reperire e istituire argini che sappiano tenere a freno la società nella fase dell'ineluttabile avvento della democrazia e della possibile e certissimamente non auspicabile reazione a catena rivoluzionaria.
Colpito dalla mediocrità della monarchia di luglio, timoroso che il crescente e poco perspicace conservatorismo di questa possa dar luogo a un'interminabile spirale rivoluzionaria, Tocqueville, che di tutto, nel corso della carriera politica, avidamente si occupa (dalla libertà d'insegnamento alla questione d'Oriente, dalla riforma penitenziaria ai rapporti con l'Inghilterra), aderisce nel 1848 con moderato entusiasmo, dopo le non imprevedibili giornate di febbraio, alla Seconda Repubblica. E subito paventa che il sulfureo demone della storia di Francia possa ripresentarsi. Si rivela così favorevole al principio dell'esecutivo forte, vale a dire a quella figura del presidente repubblicano che sia in grado, scaturendo a sua volta dalla sovranità popolare, di tenere a bada gli appetiti e le tentazioni della sovranità popolare stessa. L'equilibrio dei poteri, secondo la lezione di Montesquieu, dovrebbe scongiurare l'assolutizzarsi del potere.
Tutto è però inutile. Il principe presidente uscito dalle urne, con il suo cognome ingombrante e foriero di poco rassicuranti presagi, Bonaparte, non sarà il custode dell'equilibrio, ma il fratello - nemico della democrazia, il protagonista e promotore oligarchico della deriva plebiscitaria, il dittatore assiso sul trono della sovranità usurpata ed espropriata del popolo. Un nuovo autoritarismo solo in parte controrivoluzionario (come quello del 1814-30), e solo in parte conservatore (come quello del 1830-48), si affaccia sulla scena europea. S'impone cioè un autoritarismo contiguo alla democrazia e impensabile senza di essa. La democrazia, infatti, viene brutalmente negata proprio mentre ne viene affermata, anzi strillata, l'origine popolare. I fascismi del XX secolo, secondo alcuni studiosi, affondano del resto le loro radici proprio nel regime bonapartistico, all'interno del quale l'aristocratico e sprezzante Tocqueville non può non scorgere, al di là del brutale illiberalismo, la volgarità plebea e la plateale incultura.
Il copione, in un contesto decisamente meno esaltante, e anche meno epico, viene d'altra parte recitato una seconda volta e questa rappresentazione, assai simile a una parodia o a una grottesca caricatura, si dipana a ritmi acceleratissimi. In tre anni e mezzo si rivede tutto, tranne la fosca grandezza dei padri. La farsa, in questo caso, non è che una tragedia recitata con frenetica rapidità. Vi è persino il nipote al posto dello zio. E poi un'altra rivoluzione, un'altra repubblica, un'ennesima costituzione, un parlamento, la temuta e sanguinosa irruzione della questione sociale, il ripresentarsi del partito dell'ordine, il consolidarsi del potere dell'uomo del plebiscito, un secondo 18 Brumaio, un secondo impero. L'enigma di una democrazia che non riesce a emanciparsi dal peccato originale della rivoluzione, e dal piano inclinato che, nel continente europeo, la inabissa, è ancora lì. Intatto. I testi curati con gran perizia e con esauriente informazione da Coldagelli costituiscono casi una miniera straordinaria, indispensabile sostegno per la lettura e la comprensione delle opere maggiori. Sono situati, in posizione strategica, tra due capolavori, ossia tra la scoperta della giovanissima democrazia americana dell'età di Jackson e le mature riflessioni sulla rivoluzione francese dell'ultimo Tocqueville, del Tocqueville estromesso dalla vita politica, persino arrestato (ma solo per un giorno), e restituito agli studi. La storiografia del XIX secolo deve probabilmente, e paradossalmente, al colpo di stato di "Napoléon le petit" il suo capolavoro. Il ritorno di un Napoleone di seconda scelta ha infatti fatto penetrare Tocqueville nel territorio più inesplorato della rivoluzione, osservata alla luce della continuità amministrativa, e della democrazia, osservata come evento provvidenzialmente inevitabile e insieme come possibile preambolo dell'assassinio della libertà. Tutti i luoghi comuni risulteranno sconvolti.
Una felice coincidenza editoriale ha inoltre voluto che venisse nel contempo pubblicata la ricca e ancora oggi, dopo dieci anni, insostituibile biografia di Jardin, il direttore dell'équipe dei curatori delle "Oeuvres complètes". Una vita appassionante ci viene così raccontata con tutti i crismi della filologia e della ricerca storica. La famiglia aristocratica, i vincoli con Malesherbes e con Chateaubriand, vale a dire con l'illuminismo moderato e con il romanticismo più classicistico, l'educazione, gli studi, la presto troncata carriera in magistratura, la rivoluzione del 1830, la partenza per l'America, il gran libro della giovinezza che rivoluziona il pensiero politico del secolo. E poi ancora gli altri viaggi, precedenti e successivi: la Sicilia, la Svizzera, l'Inghilterra (con il matrimonio), l'Irlanda, l'Algeria, di nuovo l'Italia del Sud, la Germania. La carriera politica all'opposizione e al governo. Il Ministero degli Affari Esteri. Il gran libro della maturità che rivoluziona l'approccio storiografico alla rivoluzione francese e non solo a essa. L'esilio in patria. Un esilio tanto severamente subito che Tocqueville, dopo l'avvento del Bonaparte minor, non legge più i giornali francesi, palestra di conformismo e di unanimismo, ma solo quelli inglesi e tedeschi, pur faticando non poco, all'inizio, nella lettura del tedesco. Il tutto con l'ausilio della consultazione a tappeto, da parte di Jardin, degli archivi di famiglia e dell'imponente massa epistolare ancora in parte inedita.
Ma non è finita qui. Ci viene infatti anche riproposta, riveduta, corretta, e debitamente accresciuta, la bella traduzione del 1947 (allora Longanesi) dello straordinario carteggio tra Tocqueville e il suo più giovane amico (nato nel 1816, morrà nel 1882) Gobineau. È la storia di una curiosa amicizia tra un vero aristocratico, tutto 'understatement' e stile appartato, e un falso conte (appunto Gobineau), tutto esibizionismo, spirito di avventura, esotismo, smanie arrivistiche, mezza cultura brillantissimamente sciorinata, reazionarismo insieme romantico e antipopolare. L'amicizia si consolida quando Gobineau diventa capo di gabinetto del ministro degli esteri Tocqueville. S'incrina, ma neanche troppo, quando lo stesso Gobineau, diventato di fatto, oltre che diplomatico di carriera, un sostenitore del dispotismo imperiale, pubblica, tra il 1853 e il 1855, il testo che lo renderà tristemente celebre, l'"Essai sur l'in‚galité des races humaines". Tocqueville non approva nulla di questo arruffato incunabolo del razzismo moderno, così intriso, tra l'altro, di determinismo naturalistico e di ossessione della decadenza. Vede soprattutto nel più giovane amico, lo si capisce tra le righe, lo stereotipo dell'eterno dilettante allo sbaraglio. Gobineau, del resto, spasmodicamente teso alla ricerca del successo e di protezioni accademiche, non riesce neppure a capire le sottili critiche di Tocqueville.
Questi, tuttavia, mentre studia i rapporti tra rivoluzione e democrazia, fa in tempo, prima di morire, a scorgere nel differenzialismo biologico-spiritualistico il nuovo nemico di una democrazia stretta tra il peccato originale rivoluzionario e il revanscismo reazionano. Nei cento anni successivi, purtroppo, la fortuna di Gobineau (del Gobineau dell'"Essai") sarà certo maggiore di quella di Tocqueville.

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