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Società, politica e comunicazione   Politica e governo  Scienza e teoria politica 

Esposito Roberto - L' origine della politica. Hannah Arendt o Simone Weil

L' origine della politica. Hannah Arendt o Simone Weil TitoloL' origine della politica. Hannah Arendt o Simone Weil
AutoreEsposito Roberto
Prezzo € 8,26
Dati1996, 128 p.
EditoreDonzelli  (collana Saggine)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Da dove nasce la politica? Cosa la lega alla terribile guerra - quella intorno a Troia - che la precede e in qualche modo la determina? Qual è il suo rapporto con la libertà e con il male, con la giustizia e con il potere? Sono le domande essenziali che attraversano questo libro, in cui la ricerca sull'origine della politica fa tutt'uno con quella sul suo destino.
Ma l'elemento di particolare interesse è che tali domande sono poste alle due maggiori pensatrici del secolo, Hannah Arendt e Simone Weil, da uno dei loro più sensibili interpreti. Da questo punto di vista il libro costituisce il primo «corpo a corpo» tra due pensieri che della politica hanno fatto il loro oggetto privilegiato. E tuttavia, nonostante la loro singolare prossimità spirituale e anche biografica - entrambe donne, entrambe ebree, entrambe segnate dall'esperienza della persecuzione e dell'esilio - Hannah Arendt e Simone Weil danno risposte profondamente diverse ai grandi interrogativi che ancora ci inquietano. La Grecia, Roma, la tradizione cristiana, la modernità, il totalitarismo novecentesco sono i «luoghi del tempo» in cui si snoda questo appassionante confronto a distanza.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Forti, S., L'Indice 1997, n. 5

Non è forse un caso che a rappresentare la radicalità di quel pensiero dell'impolitico, che Esposito sta esplorando con originalità da quasi un decennio, siano qui chiamate due donne: Hannah Arendt e Simone Weil. Quasi che il loro sguardo femminile potesse fornire una garanzia di reale estraneità da quel tradizionale orizzonte filosofico-politico che la prospettiva "impolitica" mette in questione.
Delle due pensatrici, pertanto, l'autore è portato a privilegiare la comune consapevolezza del vuoto concettuale lasciato da un'esausta tradizione di pensiero politico, così come la percezione, da entrambe condivisa, dell'aspetto nichilistico e distruttivo del moderno, accompagnata però dal rifiuto ad assecondare un'attitudine nostalgica e rifondativa. Nessuna di loro, insomma, tenterebbe la fuga dalla contraddizione, dalla dura realtà fattuale, pur resistendo strenuamente, ognuna secondo il proprio stile, a ogni possibile apologia dell'esistente. A questo infatti servono tanto la "polis" di Arendt quanto la Grecia platonica di Weil: non frammenti di passato da riproporre e imporre al presente, ma armi che dall'esterno traggono la forza per decostruire la realtà politica moderna.
Le strategie di resistenza che le due autrici mettono in atto sono però diverse. Ed Esposito ci presenta, con grande finezza interpretativa, questi due percorsi teorici come se fossero per molti aspetti complementari. Le differenze, pertanto, non sono ricostruite e presentate nella loro contrapposizione frontale, ma vengono piuttosto fatte dialogare, interrogate su una loro possibile convergenza.
Unite nel rielaborare in termini teorici il trauma provocato dal totalitarismo, in alcuni casi concordando persino sui termini utlizzati nel definirlo, le pensatrici si dividono per il giudizio emesso sull'originalità e l'unicità di quel fenomeno. Per Arendt esso è sì implicato nella mentalità politica e filosofica moderna, ma non è assolutamente necessitato né iscritto come destino nei suoi geni. Per Weil, invece, il fenomeno totalitario non è altro che un esito estremo di quella logica che ha segnato le tante altre catastrofi che la nostra storia ha conosciuto. Insomma, dove per la prima si tratta di inaudita novità, per la seconda si deve parlare soltanto di un'ennesima ripetizione, anche se particolarmente efferata, di quella violenza che da sempre abita nella politica.
Queste differenze non equivalgono, per Esposito, soltanto a divergenti modi di valutare un singolo fenomeno storico, peraltro vissuto nella sua intera parabola da Hannah Arendt, e solo nella sua prima fase da Simone Weil. Quel diverso accento posto o sulla continuità o sulla discontinutà del totalitarismo rispetto alla tradizione rimanda, infatti, a due diversi approcci nei confronti del rapporto tra origine e storia, politica e conflitto. Le pagine dedicate dall'autore a questi nodi chiave della costellazione dell'"impolitico" sono senz'altro le più belle e le più dense del libro e costituiscono, al contempo, un importante capitolo nell'ormai cospicua letteratura critica su Arendt. (Su alcuni di questi temi si veda l'interessante volume di Laura Bazzicalupo, "Hannah Arendt. La storia per la politica", Esi, 1996). Resta fermo che per tutte e due è necessario porsi in una prospettiva esterna da quella ormai consumata della modernità: per pensare fino in fondo il politico occorre abbandonare i concetti traditi, quali ordine, Stato, sovranità. Ma questa interrogazione che vuole mettere in questione gli ambiti in cui è stata collocata la politica si concentra su obiettivi differenti. Di queste diverse ridefinizioni del politico Esposito dà conto riportandole alle letture dell'"Iliade" che sia Hannah Arendt sia Simone Weil forniscono. Per entrambe, gli eventi cantati da Omero costituiscono l'origine che apre il tempo della politica. Ma si tratta di un'origine che, proprio perché coincidente con il conflitto, gioca un ruolo completamente diverso nelle economie dei due pensieri.
Da qui, Esposito, seguendo suggestioni provenienti dal Nietzsche letto da Foucault e da Heidegger letto da Schürmann, rintraccia anche in Hannah Arendt un'interpretazione non univoca dell'origine. Smentendo uno dei luoghi comuni più battuti dalla letteratura critica arendtiana, quello che vuole l'autrice impegnata a ridisegnare un modello irenico e dialogico della città, dimostra come la Arendt sia invece propensa a riconoscere la contiguità di "polemos" e "polis". Molti dei concetti su cui si costruisce quella sfera pubblica in cui può eccellere l'attore arendtiano sono in realtà retaggio dell'azione eroica guerresca che occupa la scena dei poemi omerici. Ma questa consapevolezza della compenetrazione di politica e conflitto sembra a Esposito ancora troppo bisognosa di riparazione. Il conflitto arendtiano, in sostanza, assumerebbe fattezze per così dire apollinee che ne sdrammatizzerebbero le tensioni. Tanto che per portare a termine la sua opera di "urbanizzazione" del conflitto in una configurazione politica che tenga saldo "l'agonismo espungendo l'antagonismo, la competizione senza la violenza" ella deve ricorrere a un'altra figura della nostra storia politica: Roma. Soltanto la repubblica romana riuscirebbe a realizzare senza violenza gli ideali eroici di Omero, ricomponendo così il conflitto originario. "Come la Grecia subentra a Troia distruggendola, Roma subentra alla Grecia riedificandola". L'inizio romano sembra dunque coincidere con un momento integro, incontaminato, il quale si oppone alla storia successiva facendone un suo tradimento progressivo. Da qui, i fallimenti rivoluzionari della modernità che non riescono a far rivivere quell'inizio.
Ben diverse, su quegli stessi temi, sono le considerazioni di Simone Weil. Non esiste per lei un tempo incontaminato della storia e della politica: creazione, tempo e peccato sono tutt'uno. L'"Iliade" non porta la promessa di una riedificazione e Roma, lungi dal rappresentare, come invece per la Arendt, quell'origine autentica della politica che il percorso occidentale non potrà fare a meno di tradire, porta iscritti in sé i germi della violenza totalitaria. Esposito fa notare come la triade romana di autorità, tradizione e religione, glorificata dalla Arendt, sia condannata senza riserve dalla Weil. Roma, dunque, non risarcisce Troia della distruzione subita. Inoltre, con la pretesa di realizzare la Giustizia nella città ha eliminato quella consapevolezza tragica dell'impossibilità del Bene in politica che era stato il grande merito dei Greci e, in particolare, di Omero. La grandezza dei poemi omerici non sta infatti nel consegnarci esempi di azioni eroiche da trasmettere a quello spazio pubblico che trova uno dei suoi momenti più alti con Roma. L'ineguagliabile valore dell'Iliade consiste nel metterci di fronte, senza infingimenti, al nudo fatto che lega insieme politica e conflitto, a quella cruda sofferenza che nei combattimenti omerici riesce ancora a unire in un'unica comunità del dolore tanto i vincitori quanto i vinti. Esposito sembra qui accordare la sua preferenza alla doppia ingiunzione weiliana che, da una parte, obbliga a riconoscere in tutta la sua durezza la realtà della politica e, dall'altra, vincola al rifiuto di sottomettersi ad essa. Come se nessuna strategia mondana, quale il dislocamento arendtiano del politico, potesse davvero consentirci di uscire dalla logica coercitiva e conflittuale della politica. Come se soltanto la silenziosa lotta interiore del weiliano "farsi niente al cospetto dell'Amore di Dio" potesse togliere l'ultima parola alla pretesa autolegittimante della forza.
Forse, se Esposito radicalizzasse ancora un po' la sua lettura di Arendt potrebbe far incontrare di nuovo le due maggiori pensatrici del Novecento. Se Weil non stabilisce una coincidenza tout-court di male e finito, se per lei il male è solo quella modalità secondo cui il finito aspira a farsi tutto, allora le posizioni di Arendt non sono poi così distanti. Anche per quest'ultima, infatti, il male si dà quando ciò che è costitutivamente finito e limitato, come il singolo uomo, pretende di oltrepassare i propri limiti per assecondare il delirio soggettivistico, prima, processualistico, poi, secondo cui "tutto è possibile". Paradossalmente si può dire che anche per Arendt l'unico rimedio al male stia nell'accettare il niente che noi siamo: un niente non al cospetto della trascendenza di Dio, ma di fronte alla trascendenza del mondo.
Ma ecco che alla fine, quando la "noluntas" weiliana sembra attestarsi come unica possibile via d'uscita dall'idolatria dell'esistente, l'autore si rivolge ancora una volta a Hannah Arendt. Le ultime pagine del libro sono infatti dedicate all'"eroe" arendtiano ritratto ne "La vita della mente". Qui, "Egli" non è più occupato nel confronto sulla pubblica piazza. Deposte le armi incruente del dialogo, impugna ora quelle del pensiero e del giudizio: le uniche forse davvero in grado di dire no all'abiezione.

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