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Berardinelli Alfonso - Autoritratto italiano. Un dossier letterario 1945-1998 |
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Deidier, R. L'Indice del 1999, n. 07
"Mi sono accorto tardi di essere italiano", scrive Berardinelli ad apertura di questo Autoritratto italiano, dove racchiude scritture eterogenee per forma e destinazione.E in realtà, oltre il facile alibi tematico, questo volume si configura come qualcosa di ben diverso da un’antologia ideale di scritti, lettere, diari, interventi sul tema dell’identità nazionale, a partire dal dopoguerra fino ai nostri giorni.Il solo filo rosso, in grado di legare tempi e posizioni così diversi (dalle riflessioni, in epoca post-fascista, di Carlo Levi, di Saba, di Nicola Chiaromonte, alla visione – ora ironica e disincantata, ora drammatica – dell’urbanesimo dilagante, fino allo stallo del processo di "mutazione antropologica" descritto da Pasolini, alla dispersione ideologica, all’individualismo carrieristico fine a se stesso), è, nell’ottica di Berardinelli, la latitanza del concetto e dell’immagine di "patria", oggetto definibile, qui da noi, solo in assenza.
Condizionato dal fenomeno Pasolini, che era riuscito a tracciare un disegno del paesaggio italiano più attendibile di quello offerto dalla sociologia e dalla statistica, l’antologista decide di fare la strada inversa rispetto a quelle scienze e pone il fare letterario come metro di conoscenza ugualmente valido, sotto la patina abusata dell’invenzione e della fantasia. La letteratura (una letteratura intesa forse in senso troppo ampio e sfumato, fino ad abbracciare la storiografia, la saggistica, il reportage, il giornalismo propriamente intesi, ben oltre qualsiasi ipotesi di mera creatività; basti ricordare, tra gli autori presenti, Galli della Loggia e Giorgio Bocca) si affranca dalla vulgata che la vuole terreno della mimesi e dell’occultamento.
Non più "rabdomanti ciechi", gli scrittori si offrono quali principali testimoni di un secondo Novecento molto critico, colto in tre momenti di svolta e di sviluppo particolarmente pregnanti per definire la possibilità – o l’impossibilità – di dedurne la presenza di una popolarità diffusa, intesa proprio come carattere, genus, peculiarità che si contiene entro determinati confini e informa di sé un intero territorio.L’immediato dopoguerra, con i suoi entusiasmi e con il conseguente ripensamento del regime e del suo avvento, è rappresentato dal giudizio severo di Elsa Morante ("un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo Mussolini"), per cui l’informità del "popolo" si sarebbe resa complice delle soppressioni delle libertà, nonché dalla sostanziale estraneità del concetto di Stato rispetto ai suoi luoghi più periferici (la Lucania di Carlo Levi).Non a caso questa appare la sezione più importante del libro, poiché contiene in sé i germi di quella futura mutazione e di quel futuro disfacimento del trasformismo postmoderno, nell’esasperato "tartufismo" (Garboli) di tutta una classe dirigente: per la costruzione di una società nuova non basta – scriveva Saba tra ironia e utopia – "l’amore intelligente del nostro paese", né la sola "volontà di potenza".Eil petto del Duce era, esemplarmente, "spinto troppo in fuori".
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