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Febvre Lucien - L' Europa. Storia di una civiltà |
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Titolo | L' Europa. Storia di una civiltà |
| Autore | Febvre Lucien | Prezzo Sconto 15%
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€ 24,15 
(Prezzo di copertina € 28,41 Risparmio € 4,26)
|  | | Dati | 1999, XXVIII-340 p., ill., rilegato | | Traduttore | Galeotti A. |
| Editore | Donzelli
(collana Saggi.Storia e scienze sociali) |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| La recensione de L'Indice |

recensioni di Carpanetto, D. L'Indice del 2000, n. 07
"L'Europa è un concetto sorpassato - o una necessità vitale per il progresso del mondo?". Non era affatto di circostanza questa domanda che si poneva Lucien Febvre nell'atto di presentare il corso di storia al Collège de France per l'anno 1944-45, iniziato pochi giorni dopo la liberazione di Parigi. In quei momenti il tormentato epilogo della guerra si consumava nel dolore personale: "A uno a uno i reduci ricompaiono: ma molti mancano all'appello. In particolare M. B. [Marc Bloch]. Che peccato! Penuria d'uomini spaventosa", scriveva il 15 novembre del '44 in un biglietto forzatamente laconico all'allievo Fernand Braudel, che era detenuto a Lubecca. Il concetto d'Europa richiamava allora alla mente più un'idealità drammaticamente sconfitta che non il luminoso progetto di una civiltà di uomini liberi appartenuto alla tradizione democratica e illuminista della cultura occidentale. Peggio ancora: appariva, come ricorda Marc Ferro nella postfazione, un riferimento proibito perché connesso con l'ideologia collaborazionista della "Nouvelle Europe" franco-hitleriana di Pierre Laval. Insomma, la realtà delle circostanze sfidava il nucleo forte dell'idea democratica d'Europa, che Febvre trovava magistralmente fissata in un passo di Montesquieu: "Se venissi a sapere qualcosa che fosse utile alla mia famiglia, e non lo fosse alla mia Patria, cercherei di dimenticarla. Se venissi a sapere qualcosa che fosse utile alla mia Patria e fosse pregiudizievole per l'Europa - o che fosse utile per l'Europa ma pregiudizievole per il genere umano - la guarderei come un delitto".
Non poteva né voleva essere un'ordinata storia positiva dell'Europa: Febvre aveva in mente un disegno più ambizioso, affrontare il concetto depurandolo di miti e di falsificazioni per passarlo al vaglio di quelle stesse categorie che lo avevano sino ad allora orientato nella sua ricerca, tutte inscritte nell'idea-cornice di civiltà, termine, questo, che mostrava le sue proficue ambivalenze. Quello che la guerra aveva demolito andava ricostruito: ossia la nozione di Europa come patria della libertà, l'"Europa rifugio che tanto è servita da alibi, nell'ultimo mezzo secolo, agli uomini stanchi di conflitti e di rivalità nazionali". Occorreva tornare all'amico e maestro Henri Pirenne, alla sua storia d'Europa anch'essa concepita e scritta in condizioni speciali, al confino in Turingia durante il primo conflitto; occorreva appellarsi all'arte retorica di Michelet, per trarre le energie con cui porgere all'uditorio in qui giorni difficili una lezione etica ancor più che storiografica. Le venticinque lezioni al Collège nel 1944-45 offrirono a Febvre l'opportunità di riflettere in forma più distesa su un tema a lui caro, già indicato come progetto editoriale nel 1925 per la collana di Henri Berr. Del corso al Collège, che Febvre lasciò in una versione manoscritta e incompiuta su cui pensava di ritornare per trasformarlo presumibilmente in opera a stampa (come fece per le lezioni su Margherita di Navarra del 1940-41), Thérèse Charmasson ha curato un'edizione critica ora depositata presso le Archives Nationales di Parigi: di quest'ultima il testo, pubblicato a cura della stessa Charmasson e di Brigitte Mazon, offre al pubblico una versione alleggerita e corredata di note bibliografiche che completano quelle abbozzate da Febvre.
(D.C.
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