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Idel Moshe - Cabbalà. Nuove prospettive

Cabbalà. Nuove prospettive TitoloCabbalà. Nuove prospettive
AutoreIdel Moshe
Prezzo
Sconto 15%
€ 21,07   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 24,79 Risparmio € 3,72)
Dati1996, 343 p.
TraduttoreLelli F.
EditoreGiuntina   

Normalmente disponibile per la spedizione entro 2 giorni lavorativi

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Busi, G., L'Indice 1996, n.10

Chi abbia la ventura di inerpicarsi tra le frasi scoscese della prosa ebraica e nel lento indugiare delle poesie mistiche di Avraham Abulafia, s'abitua, a poco a poco, a considerare la vertigine visionaria come la norma della scrittura e della comunicazione. Nato a Saragozza nel 1240, Abulafia passò la vita in un perenne peregrinare, che lo portò per molti anni in Italia e infine in esilio a Comino, vicino a Malta, dove termin• i suoi giorni. La sua vita tormentata e vagabonda - di cui si conoscono peraltro assai poco i particolari - non gli impedì di produrre un gran numero di opere, pervase da una potente vena mistica. Sembra anzi che l'energia interiore, che guidò nella vita quest'uomo inquieto e diverso, sia rimasta tutta nelle pagine che ci ha lasciato. Dietro la voluta impersonalità di un periodare di frequente intonazione filosofica, nel quale occhieggiano le espressioni tratte dalla Guida maimonidea, si percepisce una presenza vigile e imperiosa.
Si può dire che gli scritti di Abulafia trasmettano una vera e propria sensazione fisica di forza, accresciuta dal loro essere ancora, per gran parte, manoscritti. Nello scorrere i codici delle sue opere si avverte un contatto personale, che permette di risalire, quasi senza mediazioni, all'autore, come se le pagine fossero ancora quelle che scrisse lui stesso di proprio pugno. Sebbene siano invece passate per una trafila di copisti - del resto assai breve - che le hanno vergate in grafie minute e ordinate, le frasi di Abulafia costringono spesso a interrompere la lettura nel mezzo di un periodo, come per prendere fiato, per guardarsi attorno, per rallentare per un attimo l'insopportabile accelerazione delle immagini, che s'affollano con una forza che non si è sicuri di poter dominare.
"Mentre Ben Azzay era intento a spiegare, il fuoco gli ardeva attorno. Andarono a riferirlo a rabbi Aqiva: 'Ben Azzay siede e spiega, e il fuoco lo circonda'. Aqiva andò da lui e gli chiese: 'Ho sentito che, mentre stavi spiegando, eri lambito dalle fiamme' ed egli gli rispose: 'È così'". La semplice risposta di Ben Azzay - in questo apologo midrashico - esprime con una sorta di oggettivo distacco la normalità di uno stato fisico e psicologico anormale e prodigioso. Quello stesso: "È così" pare risuonare infinite volte nelle migliaia di pagine dell'opera di Avraham Abulafia. L'immagine del fuoco, che la letteratura rabbinica riserva ai maestri di maggior valore e alle loro arditezze esegetiche è quella che, con più pertinenza, descrive l'esperienza della pagina abulafiana. Col simbolismo del fuoco, la tradizione giudaica ha voluto indicare il salto subitaneo di energia provocato dal vero incontro col testo: la quiete che avvolge le pagine del libro chiuso e le frasi che attendono di essere lette, s'anima all'improvviso, quando le parole vengono scrutate, smosse, aggredite. La fredda indifferenza del testo silente diviene all'improvviso il calore insopportabile di una nuova idea, di una nuova permutazione, di un senso inusitato. Nel racconto midrashico, Ben Azzay prosegue descrivendo il processo che lo porta a essere avvolto nel fuoco mistico, quasi fosse un fatto del tutto semplice e ineluttabile: "Stavo solo legando le parole della Torah l'una all'altra, le collegavo con quelle dei Profeti e quelle dei Profeti con gli Agiografi. Le parole si rallegravano come quando furono promulgate dal Sinai". Vale a dire come quando - afferma la Scrittura - "la montagna bruciava di fuoco sino al cuore del cielo" (Deut. 4.11).
Il merito di aver portato la figura di Avraham Abulafia all'attenzione di un pubblico più vasto si deve a Moshe Idel, professore all'Università ebraica di Gerusalemme, che - a partire dalla sua tesi di dottorato, discussa nel 1976 - ha dedicato al mistico sefardita una serie di scritti, culminati nel libro "L'esperienza mistica in Avraham Abulafia", apparso in italiano nel 1992 (Jaca Book). Di Abulafia, Idel ha documentato le tecniche di concentrazione e di meditazione, mettendone in rilievo la sensibilità per l'uso mistico delle pratiche respiratorie e musicali. Seguendo una struttura interpretativa avviata già nell'Ottocento dallo studioso Adolf Jellinek, nei suoi scritti pionieristici su Abulafia, e fatta propria da Gershom Scholem nelle sue indagini sul mistico sefardita, Idel propone Abulafia come il maggiore rappresentante della cosiddetta "'qabbalah' estatica". Questo indirizzo mistico, caratterizzato da pratiche estatiche di tipo "anomico" (estranee cioè alla prassi liturgica ebraica) si contrapporrebbe, quasi con un insanabile dissidio, a una 'qabbalah' definita "teosofica" o "simbolica". La semplicità di tale schema teorico, che dà vita a una sorta di albero bipartito della tradizione mistica ebraica, ne ha agevolato la diffusione, negli ultimi anni, tanto da trasformare la contrapposizione tra estasi e simbolismo in una sorta di postulato, di cui si è appropriata la recente letteratura divulgativa sull'argomento.
Anche nel volume "Cabbalà, nuove prospettive", che appare ora in accurata traduzione italiana, Idel si attiene a questo modello interpretativo, allargando la visuale all'intera letteratura mistica ebraica e facendo oscillare il pendolo delle sue interpretazioni in una sorta di continuo dualismo. Chi voglia verificare direttamente sui testi, pur difficili, la spoglia opposizione tra 'qabbalah' "estatica" e 'qabbalah' "simbolica" s'imbatterà tuttavia nella straordinaria ricchezza dell'esperienza umana e intellettuale dei mistici ebrei, tanto da maturare, piuttosto, la convinzione che il raggiungimento di un intenso livello di coscienza, qualificabile come "estasi mistica", non sia altro che il risultato di un lungo procedere per il sentiero della propria interiorità e che la guida che accompagna i protagonisti lungo questo itinerario - il sostrato culturale di ogni loro pagina, e di ogni singola parola dei loro scritti - non sia altro che la percezione simbolica del reale.
Questo discorso è valido sia per Abulafia (che resta il fulcro dell'indagine di Idel) sia per tutto il complesso universo del misticismo giudaico: la condizione in cui si può raggiungere l'estasi, tanto che il cuore del mistico s'infiammi veramente della presenza bruciante della divinità, è l'esito di un approfondimento che si caratterizza sia come ascesa verso il trascendente sia come discesa in sé, alla ricerca della ricostruzione di un'intima e totale unità. Si tratta, in ogni caso, di un moto che potremmo definire verticale e che non procede quindi per opposizioni, ma per gradi. Il linguaggio simbolico è appunto la struttura conoscitiva che permette tale gradualità. Se in altre tradizioni il procedere per tappe successive è evidenziato dai gradi dell'iniziazione, la tradizione ebraica è rimasta fedele al carattere assolutamente privato e interiore della ricerca mistica. Ciò non toglie che, nella percezione dei cabbalisti, gli stadi successivi di percezione del divino si strutturino come veri e propri gradini in un avanzare sempre più ardito verso la conoscenza.
Quando Abulafia afferma di aver raggiunto il grado della profezia, non nega affatto il proprio cammino di acculturazione n‚ si dimentica di essere passato attraverso il diagramma del reale disegnato secondo il dinamismo delle 'sefirot'. La sua profezia è dunque proprio la sanzione più alta, il coronamento, della conoscenza simbolica. La rarefazione della percezione del reale si traduce in un passaggio dalle immagini e dai colori delle 'sefirot' alle forme astratte delle lettere. Queste lettere, tuttavia - per le quali Abulafia e gli altri cabbalisti "profetici" sviluppano una sensibilità che lo stesso Idel definisce "geroglifica" - non sono altro che l'icona più rigorosa e intensa del pensiero simbolico giudaico. Le lettere che si incontrano, si scambiano di posto, si rovesciano e assumono le movenze di una danza estatica, hanno in sé la memoria e la forza di tutto il percorso simbolico che le precede. Nelle pagine dei mistici ebrei, quando la concentrazione giunge al suo massimo grado, l'energia delle forme sensibili diviene tanto limpida e luminosa da trasformarsi nei contorni immateriali della scrittura sacra.
Il misticismo ebraico - con la forza delle sue immagini sempre in bilico tra la fedeltà alla Scrittura e il paradosso dell'innovazione - sa accattivarsi il lettore più distratto. Alla stagione pioneristica, in cui gli specialisti hanno raccolto i dati essenziali sulla letteratura mistica, dovrebbe ora seguire una fase di divulgazione dei testi, tanto nella loro redazione originale quanto in traduzioni affidabili. Ogni nuovo particolare di un quadro per secoli visto confusamente e di lontano ci appare oggi prezioso. - certo preziosa l'indagine di Idel, che accompagna con deferenza i mistici medievali fin nel chiuso dei loro ritiri, mostrandoceli nel raccoglimento della solitudine. Sono particolarmente apprezzabili i materiali che lo studioso israeliano ha raccolto circa pratiche devozionali inconsuete o sinora non studiate, come, per esempio, le testimonianze sul pianto come mezzo per accedere alla rivelazione dei segreti divini. Siamo tuttavia impazienti di vedere la pubblicazione del corpus abulafiano, che Idel da tempo promette e che certo potrebbe con competenza portare a termine. A tutt'oggi infatti, solo due delle oltre cinquanta opere di Abulafia sono state edite a stampa e solo una ha visto luce in traduzione (parziale in francese e integrale in italiano).
Il confronto diretto con un pensiero che, come quello del mistico sefardita, è capace di sacrificare al fuoco della conoscenza la tranquilla normalità delle interpretazioni già acquisite, non potrà che giovare alla comprensione del giudaismo e della sua letteratura mistica. È tuttavia necessario guardarsi dai pericoli che incombono su ogni ricerca interiore: davanti alla fiamma del paradosso conoscitivo non si deve gridare - come avverte rabbi Aqiva nel celebre episodio talmudico del 'Pardes' -: "Acqua! Acqua!".

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