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Calaciura Giosuè - La guerra di Malacarne | Un assassino e un giudice. Una città in bilico. E' il palcoscenico dei tradimenti e dei regolamenti di conti mafiosi, esecuzioni, stragi. Sembra di riconoscere profili noti, le cronache dure dell'attualità, la memoria offesa di Cosa Nostra. Ma non è un romanzo sulla mafia. E' il teatro della realtà siciliana alla maniera di Vittorini, crudelissima come le favole, tra vicoli e mercati, carceri e tribunali, fantasmi, morti risuscitati e vivi in attesa di sepoltura, pentiti che confessano (o si confessano) con un linguaggio gonfio e visionario, con la forza evocatrice e arcaica dei simboli e dei miti, l'ovvietà della cronaca, le suggestioni e i prodigi della fantascienza.
| La recensione de L'Indice |

scheda di Vittori, M.V., L'Indice 1998, n. 8
L'inizio della storia si affida alla forza suggestiva di una negazione: "Non eravamo più niente...", che fa supporre un mondo di possibilità e fattualità definitivamente estinto. Ma poi, capitolo dopo capitolo, la negazione si ripete, e davanti al giudice, anzi al "signor giudice", uno dei tanti pentiti di mafia, un "malacarne", inizia a srotolare una catena interminabile, infinita, di sangue e di orrore. Una catena che conosciamo fin troppo bene, dalle cronache e dai processi: appalti edilizi, taglieggiamento, racket, produzione e smercio di ogni genere di droga, assassinii, faide e quant'altro... ciò che rende unica la storia, questa storia, non può essere il contenuto, ma piuttosto il suo ritmo, la sua cadenza ipnotica che sprigiona un aroma di corruzione e di morte. Ogni sequenza è infatti scandita da un doppio tempo: il rintocco funereo del "Non eravamo più niente..." e il feroce vitalismo di quelle espressioni con cui il massacro si compiace di se stesso e assapora il suo stesso gusto, in diverse gradazioni: dall'"ammazzatina di bravura" o "di regolamento" alla vera e propria "mattanza"; dal freddo tecnicismo della "chirurgia dell'accetta" all'esaltazione della "carneficina epocale". Nulla cambia, perché dalla Palermo della ricostruzione postbellica - e, prima ancora, dal passato pluristratificato della città - fino alla Palermo attuale, i mafiosi testimoniano "la risposta sguaiata della storia ai tentativi dell'evoluzione". Uguale la brama di possesso, identica la gioia dell'annientamento; e se si ricostruisce qualcosa, è solo per poterla demolire con più gusto, e se si grazia qualcuno, è solo per poterlo finire con maggiore voluttà. Resta a lungo nelle orecchie e nel cuore del lettore il tono cupo e allucinato di questa che è la scansione ritmica di una vera e propria liturgia dell'orrore.
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