La grande signora della ricerca medica italiana torna in libreria con un saggio interessante e curioso quanto il suo titolo. Un titolo che (come nel caso dell'Elogio dell'imperfezione) si ispira a versi di W.B. Yeats, che combinano assieme rassegnazione e speranza: "l'anziano non è che un relitto umano, un abito a brandelli appeso ad un bastone, a meno che l'anima non batta le mani e canti...". Perché l'abito è si a brandelli, ma nella sua manica c'è ancora un asso. È l'anima che batte le mani e canta: il cervello.
Anche questo nuovo libro di Rita Levi Montalcini è l'elogio di una presunta imperfezione, la vecchiaia. Un elogio della vecchiaia vissuta con serenità, utilizzando tutte le facoltà che il cervello mantiene ancora praticamente intatte. Come osserva infatti l'autrice nel primo capitolo, "il degrado senile, che colpisce l'aspetto esteriore degli appartenenti alla specie umana, non avviene di norma in eguale misura nell'organo cerebrale dal quale dipendono le attività mentali dell'Homo sapiens". E poiché la vecchiaia fa paura a tutti, il lettore resta affascinato da un'osservazione così puntuale, per di più fatta da una gentile signora e famosa scienziata che a quasi novant'anni si dedica a problemi di natura sociale e continua brillantemente a fare ricerca.
La prima parte del libro - che è in pratica una storia delle ricerche sull'attività cerebrale - è dedicata a dimostrare la fondatezza di questa affermazione. Si tratta di un'ampia panoramica che va dalle intuizioni di Ippocrate fino alle più recenti teorie di G.Edelman, passando attraverso numerose tappe fondamentali, quali le scoperte di C.Golgi e S.Ramon y Cajal sull'organizzazione cerebrale e quelle sul meccanismo della visione di D.Hubel e T. Weisel, ma ricordando anche numerosi contributi (di C.S. Sherrington, di R.W. Sperry, di F. Crick, di T. Bliss e T. Lomø e di molti altri) di importanza non certo minore. La complessità del cervello e dei suoi meccanismi, assieme all'incredibile capacità di interconnessione che possiedono i neuroni, giustificano senza dubbio la fiducia riposta in questo affascinante organo, il cui funzionamento è per molti aspetti ancora avvolto nel mistero.
Dopo un intermezzo dedicato all'analisi della creatività, la caratteristica essenziale delle attività cerebrali dell'Homo sapiens ("è venuta a cadere l'ipotesi che la creatività che si manifesta in campo scientifico differisca da quella espressa nelle opere d'arte"), la seconda parte del libro è dedicata a provare l'affermazione iniziale attraverso la descrizione di alcuni "casi", cioè attraverso brevi biografie di cinque personaggi famosi (Michelangelo,
Galileo, Bertrand Russell, David Ben Gurion e Pablo Picasso) che, pur diversissimi tra loro, manten-nero viva e vivace la loro creatività per tutto l'arco della vita. Personaggi storici, classici e contemporanei
- due artisti, uno scienziato, un filosofo e un uomo politico -, accomunati da una vita di intensa attività e piena di molteplici interessi.
Questi "casi" dimostrano quanto sia infondata la convinzione della decadenza delle funzioni cerebrali e mentali, decadenza che renderebbe inutile una preparazione adeguata alla vecchiaia.Infatti, se è vero che il numero dei neuroni diminuisce gradualmente col passare degli anni, è altrettanto vero che questa riduzione risulta insignificante (è del 20% circa) se si tien conto del numero davvero astronomico delle cellule nervose che costituiscono il cervello.
Dunque ha ragione Yeats. Ogni brandello dell'abito che raffigura l'anziano deriva dal logorio dell'età ed è testimone di una vita vissuta. Ma se l'anima canta, se la vecchiaia è ben vissuta, la senilità è degna di rispetto e non di pietà proprio perché - grazie all'"asso nella manica" - è sempre possibile fare ulteriori passi avanti. E poiché nel gioco della vita la carta vincente è rappresentata proprio dalla capacità di avvalersi delle attività mentali e psichiche, alle vittorie già ottenute ne potranno seguire molte altre, anche nell'età senile.
Come dimostrano le più recenti scoperte delle neuroscienze, oggi sarebbe possibile usare appieno le capacità intellettuali, possibilità che un tempo era negata "non soltanto alle donne, ma alla quasi totalità degli appartenenti ai più bassi ceti sociali, costretti sin dall'infanzia a espletare un'intensa attività fisica che inibiva l'esercizio di altre attività di natura mentale". Ma l'utilizzo dell'"asso nella manica" è tuttora limitato sia per l'estrema povertà di molte regioni del mondo, sia per l'incapacità di prepararsi ad attività alternative da esercitare quando la vecchiaia sopraggiunge. Ma c'è anche un altro motivo, come l'autrice scrive nella conclusione: "Il sistema sociale attuale tende a esaltare il profitto, la produzione e l'efficienza, e chi, come l'anziano, non è in grado di 'produrre' diventa automaticamente superfluo, inutile, addirittura un peso per la stessa società. È l'uomo di questa civiltà che ha creato la vecchiaia".
E a proposito di questa conclusione val la pena ricordare un famoso racconto di Richard Matheson, L'esame, in cui si narra la vicenda di un anziano che fugge dalla casa del figlio per non sottoporsi al drammatico esame previsto annualmente dalle rigide regole della comunità a cui appartiene: l'anziano che non supera l'esame a casa non torna mai più.