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Narrativa straniera  Classica (prima del 1945) 

Wharton Edith - La valle della decisione

La valle della decisione TitoloLa valle della decisione
AutoreWharton Edith
Prezzo
Sconto 15%
€ 13,17
(Prezzo di copertina € 15,49 Risparmio € 2,32)
Dati1999, 544 p.
CuratoreSeveri R.
TraduttoreLuppi Pittigliani R.
EditoreDiabasis  (collana Il Pomerio. Biblioteca padana)

Disponibilita immediata
Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni

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Descrizione
Dall'autrice de "L'età dell'innocenza", un romanzo mai tradotto in italiano e difficilmente reperibile anche nelle biblioteche anglosassoni: il primo romanzo di Edith Wharton. Ambientato nella pianura padana del XVIII secolo, il romanzo narra dell'ascesa del duca illuminista Oddo Valsecca, che tenta di costruire nella valle padana il democratico "Gran ducato di Pianura". Attento ai problemi sociali e consapevole delle grandi risorse della terra, il protagonista vorrebbe farne uno stato a sé. Il romanzo si inserisce in modo originale nel filone "utopico" e in sé racchiude anche un diario di viaggio.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensioni di Ferruggia, G. L'Indice del 1999, n. 10

È finalmente apparso, nell’eccellente traduzione di Roberto Luppi Puttigliani, La valle della decisione, romanzo d’esordio che la newyorkese Edith Wharton (1862-1937) pubblicò quarantenne, dopo una stesura durata quasi tre anni. L’ambiziosa opera, in due volumi, che vide la luce contemporaneamente a New York e a Londra nel febbraio del 1902, segnò una svolta importante per la carriera della scrittrice, nota fino a quel momento, più che per le sue poesie o per le due raccolte di racconti, per The Decoration of Houses (1897), il manuale di arredamento di interni scritto in collaborazione con il giovane architetto bostoniano Ogden Codman.

Wharton, che avrebbe poi offerto ai suoi lettori le complesse geografie newyorkesi di romanzi quali La casa dell’allegria (1905) o L’età dell’innocenza (1920), scelse, per cimentarsi in un genere letterario a lei nuovo, un’ambientazione lontana, l’Italia, e un momento storico inusuale, la fine del secolo XVIII. Lucidamente, chiariva ai suoi editori quali fossero i motivi che l’avevano attratta verso l’età dei Lumi: "La valle della decisione (…) è un tentativo di raffigurare l’Italia nel momento della disgregazione dei piccoli stati alla fine del secolo XVIII, quando tutte le antiche forme e tradizioni della vita di corte erano ancora vive, ma sotto la superficie erano in azione i fermenti intellettuali e morali del nuovo regime". I titoli dei quattro libri in cui il romanzo è suddiviso (Il vecchio ordine, La nuova luce, La scelta, La ricompensa) sono lì a indicare il motivo ispiratore centrale.

L’educazione italiana di Wharton, iniziata precocemente, fu estesa. Da bambina, passò quasi un intero anno, il 1867, a Roma, in compagnia dei genitori. Non mancò di essere colpita, come raccontò poi nell’autobiografia apparsa nel 1934, dal milione di candele baluginanti all’interno di San Pietro, o dai riflessi dorati dell’Altare Maggiore. La fine del 1870 la vide a Firenze. Sposatasi nel 1885 con Edward Robbins Wharton e stabilitasi a New York, prese a trascorrere con il marito lunghi periodi in Europa. Nel 1894 incontrò, nella sua villa toscana, Violet Paget, di poco più anziana di lei, che aveva pubblicato, con lo pseudonimo maschile Vernon Lee, Studies of the Eighteenth Century in Italy (1880). Nell’aprile del 1896, i Wharton scoprirono l’Italia del Nord, viaggiando da Milano a Parma, Modena, Bologna, Ravenna e Venezia. Nell’agosto del 1899 attraversarono la Valtellina, la Val Camonica, dove visitarono il villaggio di Cerveno, toccarono il Lago d’Iseo per poi ripiegare su Bergamo e Como. Lo spazio geografico nel quale iscrivere l’immaginario Ducato di Pianura era stato acquisito. Tornata negli Stati Uniti nel settembre dello stesso anno, Wharton mise mano all’opera italiana.

Vi entrarono, oltre agli appunti di viaggio, e agli studi appassionati sull’arte, la storia, la letteratura italiane intrapresi da tempo, le ricerche svolte per suo conto dall’amico Walter Berry alla Biblioteca del Congresso di Washington, i consigli del romanziere francese Paul Bourget – al quale La valle della decisione è dedicato –, e le letture suggerite da Charles Eliot Norton, storico dell’arte di Harvard e autore di Notes of Travel and Study in Italy (1859), nonché traduttore della Divina Commedia (1891-2). Se il dialogo con la comunità internazionale di esperti di cose italiane fu serrato, Wharton poteva già contare, per la forma specifica del romanzo, su una nutrita schiera di "precursori" americani. James Fenimore Cooper, Nathaniel Hawthorne, Henry Blake Fuller e William Dean Howells si erano tutti cimentati, prima di lei, in attente ricostruzioni di ambiente italiano. Fra le fonti non americane, Wharton poteva trovare ispirazione in Corinna ovvero l’Italia (1807) di Madame de Staël, Romola (1863) di George Eliot, e nelle opere che l’inglese Francis Marion Crawford aveva pubblicato alla fine degli anni ottanta.

La valle della decisione, con le 25.000 copie vendute in cinque mesi, ebbe un bel successo, tanto da richiedere una ristampa in volume unico. Gli amici furono prodighi di elogi e di consigli. Norton rilevò che nel romanzo l’elemento intellettuale prevaleva su quello passionale, e, pur lodando la precisione e la vivacità dell’ambientazione italiana, giudicò che i personaggi ne risultavano, al confronto, come offuscati. Henry James scrisse alla più giovane collega per esprimerle ammirazione, e offrirle la celebre esortazione a "fare" New York. Quanto a Wharton, essa sembrava affannarsi a mettere in evidenza i limiti dell’opera in quanto romanzo, rivendicando, piuttosto, la propria attendibilità di storica. Scriveva così alla figlia di Norton, Sara: "Volevo che il libro fosse il quadro di una società, non la storia di due personaggi. Fulvia e Oddo sono soltanto pezzetti di uno specchio in cui si riflettono i frammenti del grande scenario".

Eppure, La valle della decisione, lungi dal costituire soltanto una guida, per quanto autorevole, ai luoghi e alle arti italiane, o la rievocazione di un’epoca, è un romanzo in piena regola, denso e avvincente. Esso si svolge, come nota nell’informata postfazione Rita Severi, per buona parte on the road, secondo le convenzioni del genere picaresco. E del romanzo d’avventura, molto più che del romanzo filosofico, mostra l’impianto, offrendo al lettore incontri e colpi di scena, fughe e travestimenti, maghi e spie, gobbi e trovatelle, languidi cicisbei e incanaglite contesse, ex abati castrati e attori girovaghi, gesuiti ferrigni anche se ufficialmente disciolti e torvi benedettini, filosofi liberali e monache libertine. Sullo sfondo di una tale moltitudine si stagliano i personaggi principali, reali come Vittorio Alfieri o immaginari come l’irresoluto Oddo Valsecca, duca di Pianura, e l’erudita borghese Fulvia Vivaldi, personaggi che il destino incessantemente riunisce e poi allontana.

Certamente Wharton, proponendosi come guida ai meandri di un secolo XVIII che volgeva al termine (il romanzo copre un arco di tempo che va dal 1762 al 1797), non si prefiggeva un pubblico italiano. E il suo lettore di lingua inglese, attraverso quel quadro di una nobiltà sprofondata in miserie spirituali e materiali, di una plebaglia incanaglita, dominata dalla superstizione religiosa, e di una classe emergente disorientata e timorosa, confusamente percorsa da vacui fermenti libertari, non poteva non pensare con sollievo e orgoglio che, proprio nello stesso periodo, la rivoluzione era stata felicemente portata a termine negli Stati Uniti. Se non avesse fatto da solo i paragoni necessari, egli trovava, giunto al capitolo V del libro IV, il Frammento inedito tratto dal diario di Arthur Young sui suoi viaggi in Italia nell’anno 1789, le opinioni dell’abate secondo il quale "per razze diverse ci vogliono leggi diverse" e "i vigorosi e morigerati coloni americani sono più adatti a beneficiare di una dose maggiore di libertà politica dei francesi e degli italiani, più volubili e capricciosi". Al lettore italiano di oggi non rimane che incassare la lezione politica, e abbandonarsi, come consolazione, all’andamento armonioso della prosa di Wharton. Potrà così assaporare, attraverso lo sguardo meravigliato e percettivo di Oddo Valsecca, bambino, adolescente e poi uomo, non solo i tesori dell’arte, ma soprattutto la straordinaria raffigurazione del paesaggio italiano, un paesaggio "pallido e brumoso", fatto di "campi umidi e grigi", filari monotoni di gelsi, risaie e "canali zeppi d’acqua" nei quali si riflette "l’azzurro pallido del cielo": una delle rappresentazioni più commosse, amorevoli e inusuali della natura italiana mai offerte da un’artista americana.

I vostri commenti
Mirko (04-09-2009)
Di solito amo molto i libri di Edith Wharton ma questo è stato veramente un parto finirlo..lungo, tedioso, noioso e per niente bello...voto basso..
Voto: 2 / 5

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