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 Zoom della copertina |
Titolo | The master |
| Autore | Tóibín Colm | Prezzo Sconto 50%
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€ 7,50
(Prezzo di copertina € 15,00 Risparmio € 7,50)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2004, 367 p., brossura | | Traduttore | Bartocci M. |
| Editore | Fazi
(collana Le strade) |
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Una biografia romanzata dedicata a Henry James. Basato su un ricco materiale biografico, il libro prende le mosse dal 1895, quando lo scrittore giunge al St. James Theatre poco prima che il sipario cali su "Guy Domville", il dramma con il quale spera di ottenere successo come autore teatrale. Nascosto dietro le quinte, assiste ai fischi del pubblico. È il fallimento del suo esordio nella drammaturgia e la sconfitta delle sue speranze. Tóibín racconta i quattro anni più drammatici della vita di James, dal fallimento teatrale a quando decide di ritirarsi a Rye. La storia della solitudine e della disperazione di un uomo misterioso. La vicenda di un artista il cui dramma non è più cosa scrivere, ma come ritrovare la forza di farlo.
| La recensione de L'Indice |

Protagonista del quinto romanzo dell'irlandese Colm Tóibín pubblicato, come i precedenti, da Fazi, è Henry James, "il maestro" per antonomasia del grande romanzo del Novecento. Americano – nasce a New York nel 1843 –, viaggiatore inquieto e appassionato fin dagli anni giovanili, James visita Parigi, Bonn, Londra, Firenze, Venezia, come tappe di un suo personale pellegrinaggio verso la formazione estetica e intellettuale. Dopo un lungo soggiorno a Parigi si stabilisce a Londra, città molto amata che non lascerà più fino alla morte, tranne che per brevi ritorni in patria. Ed è a Londra, tra l'appartamento di Kensington e la casa di Rye, nel Sussex, che Tóibín colloca gran parte della vicenda di The Master. Numerosi sono tuttavia i luoghi della memoria evocati nel romanzo che, a partire dai ricordi dell'infanzia e della gioventù, racconta la vita di un uomo solitario e malinconico, acuto osservatore della realtà, capace di portare sulla pagina emozioni e passioni mai vissute in prima persona, ma osservate dall'esterno o immaginate con straordinaria intensità. Gli anni sui quali si concentra Tóibín – gli ultimi cinque del secolo XIX – sono quelli che nella famosa e monumentale biografia di Henry James scritta da Leon Edel vanno sotto il nome di treacherous years, anni di delusione e di profondo malessere spirituale in cui James tenta di liberarsi dei propri demoni scrivendone. Anni in cui scrive, tra l'altro, racconti di spettri e bambini, come Il giro di vite e Quel che sapeva Maisie, e romanzi raffinati e rarefatti come L'eredità Poynton e La fonte sacra affinando una sua tecnica di scrittura che lo allontana in maniera definitiva dal romanzo ottocentesco. Il flusso di coscienza (non a caso oggetto degli studi pionieristici del fratello William), la visione circoscritta, l'ambiguità della comunicazione sono solo alcune delle "innovazioni" jamesiane, caratteristiche di una scrittura dell'impersonalità, scevra di giudizi morali, che sarà molto cara ai modernisti inglesi e in particolare a Virginia Woolf. Nel romanzo James ha da poco passato i cinquant'anni e ha già scritto alcuni dei suoi capolavori, come Ritratto di signora, Washington Square, Le bostoniane e Il carteggio Aspern. È molto ricercato in società e frequenta volentieri i salotti delle nobildonne. Ma non è tanto sul successo di James che Tóibín sceglie di soffermarsi, quanto sul suo senso di fallimento, efficacemente rappresentato dal fiasco clamoroso – nel gennaio del 1895 – della sua prima opera per il teatro, Guy Domville, quando James aveva pensato di poter migliorare la propria situazione finanziaria facendosi spazio nel teatro e competere con il successo indiscusso del più giovane Oscar Wilde. Guy Domville debutta mentre in un teatro vicino va in scena Un marito ideale di Wilde. Ed è nella sala dell'Haymarket, in cui si rappresenta la commedia di Wilde, che James trova rifugio nell'attesa che cali il sipario sul suo dramma e lui possa ritornare in sala a raccogliere gli applausi. Ma quando si presenta sul palcoscenico, invece del trionfo che si aspetta ci sono solo sberleffi e schiamazzi. È peggio di una pugnalata. E come avrebbe potuto un tema così austero, incentrato su un problema morale – il conflitto tra la vita materiale e la vita di pura contemplazione –, competere con una pièce superficiale e brillante come Un marito ideale? Umiliato e depresso, James scappa via da Londra, da un pubblico che non ha saputo apprezzarlo, verso l'Irlanda, dove sarà ospite di suoi aristocratici amici, Lord e Lady Wolseley. Il fiasco teatrale su cui apre brillantemente il romanzo di Tóibín non solo ricostruisce un evento che minò profondamente nello scrittore la sicurezza del valore del proprio lavoro, ma serve a porre in primo piano il confronto tra James e Wilde, due intelligenze, due talenti artistici, due stili di vita in totale opposizione. Wilde non rinuncia a vivere esibendo le proprie private predilezioni e debolezze, esponendosi sempre e fino in fondo in prima persona, mentre James si nega l'esperienza e forse anche la comprensione delle proprie pulsioni, sia nei confronti degli uomini di cui ripetutamente si invaghisce sia nei confronti delle donne. Il motivo omoerotico, trattato con discrezione da Tóibín, è affidato soprattutto ai ricordi e alle fantasie di James intorno alle "occasioni mancate", come la notte trascorsa con l'amico di gioventù William Dean Howells e la fascinazione per il giovane scultore Hendrick Andersen, conosciuto a Roma. Ma le pagine più belle e toccanti del romanzo sono forse quelle dedicate alle donne importanti nella vita dello scrittore. Tra i fantasmi del passato che più assiduamente lo visitano sono la sorella Alice, morta nel 1892 durante un soggiorno a Londra, la cugina Minny Temple e la scrittrice Constance Fenimore Cooper, figure di grande impatto sulla sua vita emotiva. Sono ombre spesso evocate dal mondo dei morti, con cui James si intrattiene volentieri, anche se sente più acuta la solitudine e il rammarico di non essere stato capace di dare più di se stesso: la sorella amata, come lui indifesa e impreparata alla vita; la cugina "preferita morta anziché viva", perché troppo carica di fascino da costituire una minaccia, temendo che avrebbe finito per guardare la vita con gli occhi di lei; e l'amica morta suicida a Venezia, quando si era forse aspettata una svolta al loro rapporto. Colm Tóibín fa della malinconia il tratto dominante della personalità dello scrittore e intorno a questo colora ogni evento della sua vita. Quando James visita Lamb House per la prima volta, la casa di campagna in cui andrà a vivere, è un pensiero di morte che l'attraversa. Sarebbe morto in quella casa, tra mura che avevano visto donne e uomini andare e venire per quasi trecento anni: "L'idea gli gelava il sangue e lo consolava al medesimo tempo. Aveva viaggiato senza esitazione per andare incontro al luogo della propria morte, per rimuoverne il mistero (…) aveva trovato la sua casa, lui che aveva vagato inquieto, che ne aveva anelato la travolgente presenza, la familiarità, la bellezza". Si avverte un grande investimento personale da parte di Colm Tóibín nella costruzione del suo personaggio nella chiave della malinconia e della delusione, che gli fa tacere di altri aspetti della personalità di James, amante della vita in società e della conversazione brillante. Eppure, il distacco emotivo, la freddezza del protagonista di The Master non sono che la maschera di una grande passione: quella per la scrittura, una passione divorante che gli fece sacrificare tutto sull'altare dell'arte. Nell'amata Lamb House, James riuscì a vivere secondo una disciplina che l'intensa vita sociale di Londra non gli permetteva. Molte pagine del romanzo sono dedicate al piacere della solitudine, al gusto dell'invenzione e alla scrittura, che proprio in quegli anni un crampo alla mano gli impediva di realizzare da sé, costringendolo ad affidarsi a uno stenografo, mentre la sua mano veniva "relegata in una permanente e inutile oscurità": "Adorava andare su e giù per la stanza, iniziando una frase nuova, lasciare che si snodasse e andasse avanti, interrompendola per un momento, interrompendone un'altra, una breve pausa, e poi permettere alla frase di ripartire al galoppo verso una conclusione elegante e confacente". Ma sono solo la bellezza e l'eleganza il fine del lavoro dello scrittore? Fedele fino in fondo al suo personaggio, Tóibín affida la risposta a un impacciato James, facendogli dichiarare il primato dell'arte sulla vita. È capodanno a Lamb House, ospiti il fratello William, con moglie e figlia, ed Edmund Gosse; e quando Gosse lo interroga sui programmi futuri, lo scrittore sente di dovere "spiegare" il senso del suo lavoro: "Io sono un povero narratore (…) un autore di opere romanzesche, interessato alle sottigliezze drammatiche. Mentre mio fratello dà un senso al mondo, io posso solo brevemente tentare di dargli vita, o renderlo ancora più strano". E qual è la morale di queste storie, incalza William. "'La morale?'. Henry ci riflettè un istante. 'La morale è la più pragmatica che possiamo immaginare: che la vita è un mistero e che solo le frasi sono belle'". Paola Splendore |
Media Voto: 4.5 / 5Andrea Pontiroli (09-03-2008) Uno splendido romanzo su un grande scrittore, ma anche un libro sul significato della scrittura come dono ma anche come alibi per non vivere appieno la propria esistenza, nella consapevolezza di quanto ciò sia profondamente sbagliato ma anche profondamente inevitabile. Pagine bellissime, e scritte da dio (almeno nella versione originale), sull'origine di un romanzo o di un racconto dalla vita reale, sull'immaginazione, su un mondo che non c'è più. Pagine cariche di amarezza, eppure anche della serenità che la consapevolezza dei propri limiti e l'onestà intellettuale permettono forse di raggiungere. La conferma della bravura e della sensibilità artistica e umana di Colm Toibin, che mi ha ulteriormente convinto dopo averlo apprezzato in "The Story of the Night". Voto: 5 / 5 |
lettorecomune lettorecomune@it (18-12-2004) Tóibín racconta quattro anni di vita di James, dal 1895 al 1899. Sono gli anni del fiasco del Guy Domville, dell'Irlanda, dello scandalo di Wilde, di Lamb House, dei viaggi a Parigi, Venezia, Roma, dell’incontro con Andersen. Ma il presente si mescola al ricordo del passato, dei rapporti ambivalenti, fatti insieme di bisogno e di fuga, che lo scrittore aveva avuto con la sorella Alice, con Minny Temple e con Constance Fenimore Woolson. A tratti si ha l’impressione che l’immagine più elusiva del libro sia proprio quella centrale, quella di James, descritto nel suo privato con lo stesso tono pacato che tenne sempre in pubblico. Il problema non riguarda la presunta omossessualità o, per meglio dire, la rinuncia alla sessualità dello scrittore, alla quale Tóibín si limita ad alludere, ma il suo vissuto che negli scritti si avverte molto più sofferto che in questa, comunque attenta e godibile, biografia romanzata. Per esempio l’aneddoto famoso annotato da James nei taccuini il 31 ottobre 1895, che ritrae W. D.Howells mentre confessa a J.Sturges il proprio rimpianto nei confronti della vita, che sei anni dopo diventerà una delle pagine più belle del romanzo gli Ambasciatori rivela, anche nella sua lunga gestazione, con quanta consapevolezza e disperazione lo scrittore cinquantottenne vivesse la propria incapacità di abbandonarsi alle emozioni, a tutte le emozioni tranne una: il rimpianto. Ed è il rimpianto il tema intorno al quale è costruito un altro bellissimo racconto scritto da James nel 1902, La tigre nella giungla. Il James di Tóibín, invece, è sempre controllato, e, pur consapevole delle proprie colpe, mai tormentato fino in fondo dal rimorso o dal rimpianto. Certo The Master è l’ennesima dimostrazione, dopo Dura la vita dello scrittore di D.Lodge e la recente riduzione teatrale de La tigre della giungla, della sua riscoperta. Forse i nostri tempi, di rapido consumo di beni e di passioni, stanno riscoprendo il fascino dell’astensione, della rinuncia, del desiderio. Voto: 4 / 5 |
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