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Barcellona Pietro - Critica della ragion laica | Pietro Barcellona è il pensatore che più di ogni altro negli ultimi anni ha legato il dinamismo degli affetti a quello del pensiero. Questo suo ultimo libro, scandito da un lungo dialogo con Michele Afferrante e Maurizio Ciampa, torna a riflettere su questo legame, dove è in gioco la libertà stessa dell'uomo e il suo futuro, dando un contributo creativo all'ampio dibattito che, negli ultimi mesi, si è andato sviluppando, con punte assai polemiche, sul tema della laicità e del rapporto fra coscienza civile e credo religioso.
| La recensione de L'Indice |
 In tal senso l'autore ricava strumenti teorici di notevole interesse dalla vicinanza al pensiero del filosofo e psicoanalista greco Cornelius Castoriadis teorico dell'istituzione come fatto sociale definita attraverso una complessa mediazione tra momento istituente e momento istituto. Barcellona interpreta fenomeni sociali quali il crollo della dimensione desiderante la crisi del momento politico nella vita istituzionale la ripetizione stenonoica di comportamenti ispirati alla dimensione "seriale" come il prodotto di una dinamica di rimozione della dimensione istituente. Il consegnarsi a una uniformità che è ripetizione mortifera segnata dalla crisi dell'elemento utopico e progettuale intrinseco alla dimensione immaginaria è interpretato come il risultato di tale rimozione. Mutatis mutandis lo stesso soggetto di diritto universalizzato decontestualizzato rispetto alla dimensione che lo istituisce finisce per configurarsi concretamente come un consumatore condannato in quanto tale all'indifferibilità del suo bisogno segnato da un rapporto duale e perciò speculare con l'oggetto del suo godimento la merce. La strategia concettuale che Pietro Barcellona persegue è quella di un'opposizione alla tautologia intrinseca a ogni riduzione unitaria della complessità del reale della ricerca di zone di "indisponibilità" da contrapporre antagonisticamente a tale processo di livellamento identitario tali da configurare aree di una rinnovata sacralità: parafrasando Unamuno si potrebbe parlare qui di un'"agonia della differenza". Nel lucido rifiuto di ogni matrice essenzialista sia nel senso dell'archetipo inteso in senso junghiano sia in quello più classicamente metafisico che insisterebbe nel sovrapporre confondendole inizio e origine l'autore individua aree di possibile sottrazione al "discorso del capitalista" e alle sue pretese esaustive e totalizzanti. Tra queste un ruolo particolarmente significativo sembra giocato da quel particolare "luogo delle origini" che si configura come il corpo materno. Né il riferimento a Winnicott è casuale: è a partire da un percorso di analisi di cui peraltro non fa mistero che l'autore rivendica le ragioni "altre" molteplici del corpo e in particolare del corpo femminile. Il rapporto madre-bambino si configura in questo senso quale luogo privilegiato della creazione mediata di significati socialmente condivisi. Proprio questa "poetica" attenzione al corpo materno sembra costituire – per quanto seppure solo per un istante adombrata da una nostalgia "regressiva" – un momento di assoluto rilievo testimonianza "esemplare" della possibile resistenza alle pretese totalizzanti dell'economia e della tecnica esito drammatico del misconoscimento di quella vocazione filosofica "mediterranea" che avrebbe saputo in altri tempi non ritrarsi di fronte all'ambiguità dolorosa quanto tragica del reale.Vincenzo Rapone |
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