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Mantegazza Raffaele - Lettera a uno studente | Una lettera di parte, una lettera schierata, una lettera "politica", una lettera non innocente. Lettera di un professore a uno studente nel tentativo di comunicare a partire da ciò che li differenzia piuttosto che da quello che li unisce. Oggetto della lettera è la stessa relazione educativa, se questa relazione sia possibile e se abbia ancora un senso.
| La recensione de L'Indice |
 Poco meno di ottanta pagine per un discorso irruente e passionale sul ruolo dell'adulto-docente. Si tratta di una lettera dichiaratamente politica, da professore a studente; è infatti centrale, in questo immaginario monologo, l'identità dei ruoli che, nella relazione educativa, si fonda sulla differenza e sulla distanza, ben altra cosa dalla complice bonarietà sfoggiata da adulti per sola ragione anagrafica. Un'epigrafe d'autore a inizio di ciascun capitolo introduce il tema chiave della riflessione. "Disperati e prepotenti": sono riprese le parole con cui Pasolini scuoteva i giovani perchè non si lasciassero sedurre dall'adulazione. Giovani (termine generico, giustificato dalla loro stessa volontaria omologazione), i nostri, che usano parole ridotte a monconi come armi per vincere la gara della conversazione, incapaci di argomentare, inerti alla poesia, incapaci di scrivere, di leggere, fisicamente caricature degli adulti, esseri impolitici, preoccupati dell'approvazione adulta persino nei rituali dell'autogestione autunnale, collusi con il mondo adulto e con il potere, che impediscono a se stessi di diventare l'adulto che invece potrebbero essere. Ma, nel procedere della scrittura, per l'autore si fa incalzante l'assillo attorno all'identità adulta: "Che cosa è diventare adulti se non fare della propria vita un pre-testo, un testo da interpretare e rileggere, alla giusta distanza…?"; poco oltre si denuncia "lo squallore del mondo adulto, la sua mancanza di rigore e il suo aver liquidato la cultura, l'aver spodestato i libri e l'arte, la musica e la bellezza dal posto di primo piano". "Una volta bastava uno schiaffo": procede la messa a fuoco sugli adulti disfattisti, che si fanno fregio dell'arroganza della non risposta, e che, come tanti gattopardi, sostengono che "il senso della vita consiste nel non cambiare niente". Solo la capacità di lasciarsi prendere dalla "dolce e nonviolenta disciplina dell'oggetto che stiamo studiando" può offrire la cura contro il qualunquismo: un'immagine che, con un pudore quasi religioso, propone discenti e docenti uniti nella medesima passione per realizzare il compito educativo della scuola, che dovrebbe essere quello di portare gli studenti al possesso di una disciplina positiva e forte, capace di condurre al "liberamente vivere". "Procurati un maestro": la riflessione del Mantegazza si avvia verso suggestioni da pensiero zen. I maestri si scelgono, e l'amore per il docente che si è scelto come maestro "si traduce nella critica spietata e lucida alle sue tesi, non nell'adesione acritica al suo credo". A questo punto, l'identità del destinatario sembra complicarsi, perché include l'immaginario studente incertamente motivato, quello auspicabile, che invece ascolta e si fa coinvolgere, il docente che non si vorrebbe essere e quello a cui si vorrebbe idealmente somigliare: "I maestri sbagliano, ma la cosa che li rende tali (che li rende maestri adulti) è il riconoscere il proprio errore e il cercare di non ripeterlo", perché lo svolgimento di una professione non è in antitesi con la passione e l'amore per ciò che si fa, bensì la loro convivenza è garantita dall'esistenza di regole. "Tutta vestita a festa" è un capitolo di vibrante commozione per quel tempo festivo (tempo che rimane fermo e che porta fuori di sé) che caratterizza l'età preadulta, pagine in cui l'autore, rievocando la teologia della liberazione, definisce la gioventù "come un atteggiamento davanti alla vita, in una tappa non definitiva ma transitoria". Le ultime pagine sono scandite da un susseguirsi di aforismi. "Il silenzio": il docente non è un informatore ma un formatore. Si comincia a vivere quando i maestri tacciono. L'essere umano autonomo nasce quando l'ultima relazione educativa muore. La cultura è silenziosa. "Spero che tu concluda i tuoi studi sapendo tacere": siamo alla soglia del silenzio mistico. La conclusione: "Quello per cui ha senso svolgere questo mestiere meraviglioso che è insegnare è che la morte ci trovi giovani, ancora entusiasti per il concetto chiarito, nostalgici per la parola non letta". Sono dunque pagine che racchiudono la riflessione di chi è divenuto adulto-docente negli ultimi trent'anni; un libricino da meditazione e che, a chi resiste con fatica dietro la cattedra, offre spunti per tenere la porta ancora dischiusa. Rossella Sannino |
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