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Dunne Catherine - Il viaggio verso casa | Elizabeth, lasciata la famiglia e l'Irlanda per vivere una vita più autonoma, deve ritornare a Dublino perché la madre è morente. La donna non può parlare, e scrive lettere alla figlia nel tentativo di riprendere il colloquio con lei interrotto anni prima. Elizabeth le legge a poco a poco, superando gli antichi dissidi, riscoprendo un intenso legame affettivo che la legava alla madre e ritrovando al tempo stesso un dialogo commosso con il fratello. Alla fine, quando la madre morirà, fratello e sorella decideranno di conservare la vecchia casa di famiglia come simbolo di una memoria ancora viva e di sentimenti profondamente radicati.
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Nadotti, A. L'Indice del 2000, n. 07
Nel giro di pochi anni la scrittrice irlandese Catherine Dunne (nata a Dublino nel 1954) ci ha dato tre romanzi molto riusciti: La metà di niente e La moglie che dorme, usciti in Italia rispettivamente nel 1997 e 1998, cui ora si aggiunge Il viaggio verso casa. Tutti editi da Guanda. I tre romanzi hanno in comune una narrazione classica e una sapiente messa in scena dei giochi di potere nei rapporti affettivi. Al centro di ognuno dei suoi romanzi Dunne colloca un conflitto famigliare, di cui indaga le cause e i risvolti spesso crudeli e distruttivi, descrivendone i protagonisti, non sempre consapevoli, e le vittime, non necessariamente destinate a restare tali. In questa possibilità di rovesciamento, mi pare, sta la sua originalità. Dunne trae evidentemente ispirazione da storie comuni, dalle molte infelicità di una società sempre più frantumata, affettivamente distratta, sentimentalmente pigra qual è quella in cui viviamo. E racconta la solitudine, gli smarrimenti improvvisi, la disgregazione. Ma non si limita a questo, scava nel passato, va in cerca delle energie nascoste, delle risorse interiori che consentono a singoli/e individui/e di ritrovare se stessi e la voglia di vivere, di ricostruire legami.
Un marito può andarsene sbattendo una porta - come faceva Ben in La metà di niente - e sua moglie ritrovarsi a un tratto metà, per l'appunto, di niente. Ma nell'imprevista emergenza, nell'inatteso disagio quotidiano, nell'esplicito faccia a faccia con i figli può riscoprire se stessa, e rendersi conto che c'è stato un guadagno. Addirittura, e forse per tutti, un recupero di vita.
L'ipotesi che possa esserci un "guadagno di vita" in situazioni che si presentano invece come di morte è al centro anche di questo nuovo romanzo. Romanzo di memoria a lieto fine, bello e dolente. Memoria di affetti e inutili lacerazioni che rifiuta di farsi zittire dall'incombere della malattia. Ne sono protagoniste una madre e una figlia, affiancate nel passato come nel presente da robusti comprimari. Tra loro si è insinuato negli anni un silenzio che ha fatto soffrire entrambe, e che la madre - nel momento in cui sente l'aggravarsi della malattia che potrebbe intaccare la sua lucidità - decide di spezzare. E lo fa con uno strumento antico e delicato, un plico segreto di lettere per la figlia (ma ce n'è uno anche per il figlio). Sceglie la parola scritta non per sconfiggere la propria morte, lo sa bene, ma per proteggere i propri ricordi e comunicare la propria storia, ma anche una parte della loro, a figli e nipoti. Sceglie con cura i dettagli, i toni, decide di non tacere nulla: "Quelle erano le sue lettere, i suoi ricordi", ci avrebbe scritto ciò che voleva lei.
E nel ripercorrere la propria vita, Alice, l'anziana autrice delle lettere, la racconta anche a chi legge. Felice artificio letterario con cui Dunne ci pone di fronte alla stessa storia famigliare vista da due generazioni diverse - e se ne affaccia una terza -, facendo scorrere davanti a noi per successivi flashback - le lettere - un passato pieno di vita. Vita che non si spegne quando, tornando al presente, al racconto in terza persona, assistiamo Alice nella sua quieta agonia con gli occhi dei suoi figli, James e Beth. Sappiamo infatti che ora hanno in mano il bandolo di quella intricata matassa che è un'intera esistenza.
Le porte si aprono e si chiudono nella vecchia casa, un vero palcoscenico grazie all'intuizione narrativa della donna che l'ha abitata da sempre, sulla scala che porta al piano di sopra si sente un fruscio di passi destinato a durare, perché i ricordi sono tanti, "Mia carissima Elizabeth, sento di nuovo il bisogno di scriverti, questa volta alla piccola scrivania di quella che era la tua camera. (...) Ultimamente c'è qualcosa, dentro di me, che mi sprona ad affrontare i miei ricordi". A poco a poco scrivere diventa un'abitudine, ai ricordi si mescolano i sogni, il rimpianto per tutto ciò che non ci si è dette lascia il posto alla gioia di parlare finalmente di tutto. E chi legge sa che alla gioia della madre - "Ho l'impressione di avvicinarmi a te sempre di più" - corrisponde la gioia della figlia: "Beth si vide davanti la giornata di cui scriveva la madre. Riusciva quasi a sentirsi di nuovo quella bimba di tre anni (...). Prese la mano di Alice e cominciò a parlarle, alzando a poco a poco la voce, passando dal bisbiglio al tono di una normale conversazione. Chi l'aveva detto che la madre non poteva sentirla?". Le lettere recuperano il tempo delle parole non dette, c'è in esse una straordinaria energia. Comunicando la propria vita, Alice dà memoria e senso di sé a quelli che vengono dopo: "Le lettere avevano cominciato a formare il quadro più completo che Beth avesse mai avuto di se stessa, come figlia, come sorella (...). Nel bene e nel male aveva cominciato a conoscersi, a capire che cosa l'aveva fatta diventare la donna che era".
Arrivata all'ultima pagina del libro, riflettevo ancora una volta sulla straordinaria vitalità della letteratura irlandese, sulla capacità di scrittori e scrittrici di quell'isola di raccontare storie, di individuare quanto di romanzesco c'è in ogni vita comune, e di farne materia narrativa. Disegnando figure a tutto tondo, la cui sola eccezionalità consiste nell'essere individui come tanti/e altri/e, che diventano personaggi in quanto oggetto della particolarissima sensibilità psicologica, sociale e letteraria di quegli scrittori.
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6 recensioni presenti. Media Voto: 5 / 5Flavia (20-04-2010) Bellissimo, sentimentale, ma mai patetico, consigliatissimo!!!! Voto: 5 / 5 |
Elisabetta (25-03-2003) E' uno di quei libri che ti fanno venire voglia di rileggerlo anche dopo averlo appena letto (anzi io dopo averlo preso in biblioteca l'ho poi subito acquistato), nonostante sia una storia molto triste e fatta di rimpianti (sia da parte di Alice che da parte di Beth) è comunque bellissimo come la scrittrice si sia saputa immedesimare sia nei ricordi della madre che in quelli della figlia, con i loro opposti punti di vista, e come abbia saputo rendere perfettamente l'angoscia di Alice nel vedersi sfuggire giorno dopo giorno autonomia, ricordi, e la vita stessa...... Voto: 5 / 5 |
alessandra fontana (05-09-2002) Uno dei libri più belli letti negli ultimi anni. Voto: 5 / 5 |
barbara whitney1971@lycos.it (02-07-2002) Una madre supera l'incomunicabilità con la figlia ribelle attraverso delle lettere, scritte ogni volta che avrebbe voluto parlarle, e recupera in una volta sola, gli anni di silenzio trascorsi, anche se la malattia le impedisce di parlare, proprio ora che la figlia, invece, la implora di farlo.
Per chi, come me, ha sempre affidato al messaggio scritto l'espressione dei sentimenti più forti, per timidezza o per scegliere con maggior cura le parole e colpire al cuore (nel bene o nel male) il destinatario, questo romanzo è meraviglioso. Voto: 5 / 5 |
sara (13-06-2002) Il romanzo che preferisco, sinora, della Dunne.
Un invito implicito al dialogo ed a evitare parole non dette, la storia di una malattia e di un rapporto madre-figlia che alla fine lascia dietro di sè dolore ma anche coraggio e tanti significati. Voto: 5 / 5 |
MIMOSA (29-10-2001) LA STORIA E' MOLTO TOCCANTE E LA SCRITTRICE POSSIEDE UN TALENTO RARO NEL RACCONTARE LE EMOZIONI DELLA PROTAGONISTA. UNO DI QUEI LIBRI CHE VOLENTIERI RILEGGEREI. Voto: 5 / 5 |
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