Azzardatissima operazione quella condotta dalle edizioni Guanda con le poesie del lascito bachmanniano presentate con il titolo Non conosco mondo migliore nella traduzione di Silvia Bortoli e con testo a fronte. Tra le carte inedite e i materiali lasciati dalla sorella, Isolde Moser e Heinz Bachmann avevano rinvenuto per caso una serie di abbozzi, che Ingeborg Bachmann non aveva destinato alla stampa, e, dopo averli inizialmente secretati, avevano deciso di renderli accessibili ai lettori pubblicandoli nel 2000 presso l'editore Piper (Ich weiß keine bessere Welt. Unveröffentlichte Gedichte). Quella pubblicazione seguiva a due anni di distanza un volume (Letzte, unveröffentlichte Gedichte, Entwürfe und Fassungen, Suhrkamp, 1998) curato da Hans Höller, uno dei grandi esperti bachmanniani, che anticipava alcuni tardi inediti della poetessa austriaca.
L'azzardo della proposta sta evidentemente, innanzitutto, nella natura "incompiuta" dei testi, che in molti casi vengono dati anche nelle loro diverse varianti e, in secondo luogo, nella loro difficile organizzazione in una sicura successione cronologica per il fatto di essere privi di datazione certa, anche se, presumibilmente, riconducibili agli anni tra il 1962 e il 1964. Una scelta dunque che sembrerebbe soddisfare più gli interessi dello specialista che non il piacere del testo di un comune lettore. E una conferma di questo sembrerebbe ritrovarsi in quelle Note ai testi in cui vengono riportate tutte le correzioni, le scritture a margine e le sovrascritture del manoscritto. Certo, proprio riscontrando quest'uso di Bachmann di non cancellare il termine sostituito lasciando così trasparire la stratificazione delle scelte, vengono in mente le pagine che Rudolf Arnheim (Poets at work) ha dedicato proprio agli abbozzi, ai manoscritti, alle aggiunte e alle correzioni d'autore quali preziosi rilevatori "ottici" dell'officina della poesia.
Ma al tempo stesso, di fronte a questi testi - almeno in molti casi più vicini agli appunti di un doloroso e segreto diario che non ad abbozzi poetici -, non si può non ricordare un'intervista del novembre 1961 in cui Bachmann, parlando della propria scrittura che procede per continue revisioni e ripensamenti della pagina scritta, attribuisce con molta decisione a questi "segreti di laboratorio" un carattere assolutamente privato. All'intervistatore che le chiede: "Possiamo presumere che anche una sua pagina manoscritta presenti molte correzioni, che lei spesso rielabori ciò che ha scritto, lo riveda, lo rimetta in discussione?", la sua risposta è infatti: "Sì, molto spesso. Solo che non glielo farei vedere".
Composti negli anni che corrispondono ai soggiorni di Bachmann a Zurigo, Berlino e Roma e che sono stati segnati da numerosi ricoveri in ospedale, i testi ritrovati ne costituiscono in parte il drammatico tracciato, la patografia diretta, assolutamente priva di mediazioni, che, forse, proprio per questo avrebbe dovuto restare privata. Ma se per molte di queste pagine l'assenza di filtro poetico è evidente e ad emergere è una soggettività fortemente sovraesposta, molte altre pagine sono illuminanti e proprio nella prospettiva di Arnheim della poesia come laboratorio. L'azzardo di cui si diceva rivela allora, in quelli che sono autentici abbozzi poetici, la sua fascinazione, messa a fuoco molto bene da Bortoli nella sua Nota del traduttore, là dove vede il frammento come il segnale del farsi, disfarsi e rifarsi della poesia.
Il volume è, infatti, una sorta di terreno carsico che lascia riemergere a distanza singoli nuclei poetici, versi, frasi, addirittura parole isolate, ripresi e riutilizzati in altri contesti. Interessanti in questo senso sono i due testi che lamentano la perdita della poesia ("Sono scomparse le mie poesie. / Le cerco in tutti gli angoli della stanza. / Per il dolore non so come si scriva / un dolore, non so in assoluto più nulla"), uno dei quali propone in sequenza e senza apparente soluzione di continuità tre diversi incipit. Frequenti sono le dislocazioni di un verso trasportato dall'interno di un testo a far da titolo ad un altro testo: è il caso di Non conosco mondo migliore, l'iterazione di un titolo, Gloriastraße, con il ritorno delle stesse immagini ("la grazia morfina"), o l'aria wagneriana del Tristano ("non lo vedete, amici, non lo vedete?") che diventa invocazione disperata e ripetuta come allo stremo delle forze e che corre trasversalmente per molte pagine.
La stessa Bachmann, del resto, aveva dichiarato che scrivere una poesia è "un'attività complessa", che "va dal provare una frase, all'aspettare un'idea". All'inizio, precisava Bachmann in quell'intervista del gennaio 1962, ci sono solo due, tre righe scritte a mano. Ma quell'inizio "contiene per intero (...) la futura poesia. Contiene già la fine, anche se le ultime righe (...) sono state scritte solo alcuni mesi dopo". Non conosco mondo migliore sembra in molti casi confermare queste strategie di scrittura e questo "provare le frasi" che consente di inseguire la fatica e insieme l'artificio della poesia, questa "difficile conquista della forma" di cui ha scritto Beatrice von Matt.
I testi portano allo scoperto un' interessante rete intertestuale che si allarga dalla produzione lirica alla prosa: si pensi soltanto, a titolo d'esempio, ai versi nati evidentemente dal viaggio in Egitto e in Sudan (aprile 1964), che vengono riusati, in parallelo, nel frammento narrativo del Caso Franza o che comunque conferiscono al romanzo prospettive e illuminazioni nuove. Così il motivo del deserto, che nel Caso Franza è il luogo dove narrativamente e simbolicamente viene allo scoperto la violenza dei bianchi nella doppia contrapposizione di bianco/nero e donna/uomo, nei frammenti è ancora strettamente legato all'esperienza più personale, alla sfera del corpo e della sessualità.
Ma gli abbozzi che affrontano la materia africana e il motivo dell'altro - la terra altra rispetto a quella "dove tutti sono bianchi" e l'incontro con l'altro vissuto come un "incrociare le razze" - possono essere letti tenendo conto non soltanto della loro trascrizione nelle pagine del romanzo intitolate alla Tenebra egizia, ma avendo presente, ad esempio, anche una poesia cronologicamente distante come Liebe: Dunkler Erdteil (Amore: continente oscuro), pubblicata nel 1957 sulla rivista "Akzente". Anche se poi in quella lirica la figura del re nero segnala ancora il nesso inquietante di eros/uomo/sopraffazione, mentre i frammenti più tardi di ambientazione africana rappresentano un'acquisizione diversa che culmina significativamente nell'immagine utopica "Terra nuova, Africa, ultima speranza". Allo stesso modo, in Non conosco mondo migliore i versi di Enigma siglano il recupero della parola attraverso un evidente riferimento alla dimensione della fisicità con l'esplicita invocazione finale "lascia ch'io stia con me, / lascia ch'io stia con te", mentre nel Caso Franza la rievocazione della notte egiziana ritorna (e con uno stacco tipografico che sembra addirittura sottolineare il nucleo originario), ma l'accenno è limitato al Nilo come discrimine rispetto agli "anni d'ombra".
Nella raccolta di inediti Berlino è il luogo in cui "il tappeto del chiasso (...) ti striscia dietro" e si può dire, utilizzando ancora un'indicazione di Beatrice von Matt, che il rumore sia la forma acustica che simbolicamente qui pare assumere la violenza. Analogamente, in un'intervista del novembre 1964, Bachmann definisce Berlino come "un luogo disturbato", dove ha vissuto "in una condizione di stravolgimento capace di percepire quei disturbi"; e in un breve scritto risalente anch'esso al periodo del soggiorno berlinese la città è l'insopportabile "inferno di rumori" che "sa di malattia e di morte", non diversamente dalla Berlino di Ein Ort für Zufälle, il discorso nato in occasione del conferimento del Premio Büchner. Ma se l'immagine della malattia sembra attraversare identica i diversi testi, nei frammenti il grado di metaforizzazione si riduce fino a portare in primo piano non soltanto la malattia, ma, soprattutto, il soggetto malato, o meglio, il nervo scoperto, esibito e raccontato senza riserve e senza pudori.
Basterebbero gli esempi citati a dimostrare come per questi testi non si possa affermare - come invece sostengono i curatori Isolde Moser e Heinz Bachmann nella loro prefazione - che essi appartengono al contesto del cosiddetto Todesartenprojekt (progetto dei modi di morte), ma semmai, piuttosto, all'intero discorso bachmanniano nella misura in cui sono la traccia dolorosa dell'esistenza della scrittrice.
Nella proposta editoriale presentata in Italia, particolarmente da apprezzare è la traduzione di Silvia Bortoli per il rigore, la resa felice e la capacità di uscire dalla difficile impasse del "non finito".
A. Gargano insegna letteratura tedesca all'Università di Macerata