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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Santagata Marco - Il maestro dei santi pallidi

Il maestro dei santi pallidi TitoloIl maestro dei santi pallidi
AutoreSantagata Marco
Prezzo
Sconto 15%
€ 12,75
(Prezzo di copertina € 15,00 Risparmio € 2,25)
Dati2003, 251 p.
EditoreGuanda  (collana Narratori della Fenice)

Disponibilita immediata
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21 recensioni|Invia recensione|
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Descrizione
Premio Campiello 2003. Tra intrighi di potere, dame languide e perverse, preti divisi fra ascetismo e amore del mondo, si svolge la storia di Cinìn, piccolo bastardo guardiano di mucche che diventerà pittore, il Maestro dei santi pallidi. Sullo sfondo dell'Italia di metà Quattrocento, Marco Santagata ha raccontato il sorgere del talento pittorico di un uomo sempre in fuga e sempre alla ricerca di qualcosa, dando vita a un romanzo a metà tra invenzione e ricostruzione storica.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

La frequenza degli studiosi, anzi dei docenti di letteratura, soprattutto di letteratura italiana, che si danno alla produzione narrativa è diventata un fenomeno piuttosto imponente, d'interesse ormai sociologico. Ma nel caso specifico di Marco Santagata, illustre petrarcologo, sottile interprete di Leopardi e di Pascoli, credo di poter dire che ci troviamo davanti a una vocazione narrativa del tutto genuina, non a un semplice surrogato del saggismo critico. Questa vocazione era già ampiamente testimoniata dai due precedenti romanzi dell'autore: Papà non era comunista (Guanda, 1996) e Il copista (Sellerio, 2000). Due libri tra loro molto diversi: l'uno, una rievocazione biografico-familiare ambientata nei primi decenni del secondo dopoguerra; l'altro, il racconto degli ultimi giorni di Petrarca, nella solitudine esistenziale di Arquà.

Cos'ha in comune con essi questo terzo romanzo? Col secondo, senz'altro il genere del racconto storico. Più profondi, però, i legami col primo. Innanzitutto l'ambientazione geografica, l'Appennino emiliano tra Modena e Bologna, evocato in entrambi i casi con la familiarità di chi vi è a lungo vissuto (un paesaggio, quindi, anche della memoria); in secondo luogo, ed è forse il nesso più sottile, l'attenzione critica alla realtà sociale, al rapporto fra i ceti, alla diversità dei loro tenori di vita, delle loro abitudini. Cito ad esempio il brano dove son descritte le giornate del ragazzo protagonista, garzone di un esoso massaro ("Alla Cà del Comandante le sue giornate non erano granché diverse da quelle dei contadini, dei servi e degli operai che abitavano nei poderi della zona"), e dove mi par di ravvisare, mutati i tempi e gli scenari, la stessa acredine osservatoria che caratterizzava il giovane narratore di Papà non era comunista.

La vicenda, anzi le vicende, del nostro libro sono ambientate in un Quattrocento feudale, caratterizzato dalle mene di alcuni signorotti locali (i Montecuccoli, i Gualandi, i Tanari, i Renno), dal loro vario gioco di alleanze e tradimenti ecc.: una piccola cronaca regionale, che di lì a pochi decenni fornirà qualche materiale di riflessione politica al grande segretario fiorentino.

In questo quadro generale si colloca la storia di Cinìn (il cui nome di battesimo, accettato controvoglia perché un po' ridicolo nel contesto emiliano, è Gennaro), il guardiano di maiali che diventa, attraverso movimentate vicende, servitore della bellissima contessa di Renno, suo tacito adoratore, messaggero d'amore tra lei e il tormentato pievano di Maserno (la cui vicenda ricorda, piuttosto che quella manzoniana di Gertrude ed Egidio, com'è stato detto, quella di Eloisa ed Abelardo, magari in una versione un po' più perversa); poi garzone di bottega di Giberto, un umile e gioviale pittore di Porretta, che lo accoglie in casa come un figlio e gl'insegna i rudimenti del mestiere; infine affermato pittore, Gennaro della Porretta detto il "Maestro dei santi pallidi" per il colore tenue delle sue figure, affascinato dall'arte della prospettiva, una conquista pittorica di quei tempi.

Queste le coordinate tematiche del racconto. Ma la sua originalità e il suo discreto fascino stanno nella costruzione, nell'opera di sapiente montaggio dei vari pezzi che fa di questo romanzo un congegno di sicura resa narrativa.

L'intero racconto, tanto per cominciare, si svolge all'insegna del flashback. Il protagonista Cinìn, ferito nel suo orgoglio di pittore dalla contessa di Renno e da lei costretto a distruggere gli affreschi commissionati ed eseguiti in una sorta di raptus febbrile, decide d'impiccarsi, e a cavalcioni d'un ramo di quercia, in procinto di spiccare il gran salto, ripercorre con la mente gli episodi salienti della sua vita. L'intera durata del racconto, dunque, s'inscrive nel presente di una rievocazione di morituro.

Questo presente non è messo però da parte lungo il corso della narrazione, anzi ad esso si fa continuamente riferimento nel passaggio da una rievocazione all'altra, con ritorni periodici, quindi, della coscienza del rievocatore al suo attuale stato di aspirante suicida. Ne nasce una narrazione a tempi alterni, dove il passato del ricordo si avvicenda col presente di colui che sta ricordando.

Ma lo stesso passato del ricordo non si presenta a sua volta come una narrazione lineare. Più che di una progressione rettilinea, si tratta infatti di un continuo andirivieni della memoria che ripercorre gli eventi di una vita non, o non sempre, secondo la loro successione cronologica. Così, per esempio, la morte di Giberto è raccontata prima del viaggio con lui a Firenze, dove Cinìn prende diretta visione delle opere di alcuni grandi pittori, quali Masaccio, Masolino, Paulo Uccello, Andrea del Castagno, ispirate alla nuova tecnica della prospettiva.

Ne risulta così una netta dissociazione tra la fabula del romanzo (in sostanza, la biografia del "maestro dei santi pallidi") e quello che i narratologi chiamano lÆintreccio, ossia la successione degli eventi nell'ordine che conferisce loro il narratore. Tocca al lettore di ricomporre la fabula nella sua linearità, ricavandola dagli andirivieni della memoria del morituro.

Ho parlato di un congegno narrativo di sicura resa. A questa resa, occorre dirlo, contribuisce molto la dilazione sistematica del motivo per cui il protagonista ha deciso di impiccarsi. Esso viene enunciato apertamente solo nelle ultime pagine, quando ormai l'azione è giunta alla sua catastrofe. Questo fa sì che la lettura dell'intero romanzo coincida con la ricerca ansiosa di una spiegazione.

La catastrofe, comunque, sarà tragica solo in parte: ed è l'ultima sorpresa del racconto, fornita proprio all'ultima pagina. Cinìn si butta nel vuoto ma non muore, finisce solo stordito e ammaccato, perché la corda era fradicia. Ad accogliere il suo nuovo ritorno alla vita (altri due ritorni, dopo altrettanto paurosi incidenti, si erano verificati nel corso del racconto, e proprio sotto la medesima quercia: un oggetto che finisce dunque per racchiudere lo stesso destino del protagonista) c'è il faccione sorridente del suo antico compagno Tugnìn, il figlio del Massaro, l'unico interlocutore benevolo della sua grama infanzia di guardiano di maiali. Così, in certo senso, il circolo biografico del "maestro dei santi pallidi" si chiude con un ritorno alla dimensione elementare, creaturale della sua esistenza preartistica. Come se tutta la sua esperienza successiva fosse stata un sogno agitato.

Ma l'attrattiva di questo libro non è dovuta solo alla sua sapienza costruttiva: essa è affidata anche alla sua esecuzione verbale. La presenza di un personaggio centrale di notevole spessore vitale fa sì che l'autore ne condivida, almeno in parte, la vitalità locutoria. Nulla di naturalisticamente mimetico, beninteso; le battute, quando ci sono, sono ridotte al minimo, specialmente quelle in dialetto (il dialetto modenese, o giù di lì, tanto caro al modenese Santagata: altro tratto comune con Papà non era comunista). Ma in compenso è assai largo l'uso del discorso indiretto libero, attraverso il quale l'autore ci restituisce non solo le vicende del protagonista ma anche, per così dire, la sua corporeità verbale. Questo fa sì che gran parte della narrazione si configuri piuttosto come un monologo che come un resoconto impersonale, e che il linguaggio stesso da puramente referenziale diventi espressivo, icastico, materico.

Questo registro monologico, occorre tuttavia precisare, non si applica solo ai fatti di Cinìn. In realtà Santagata costeggia linguisticamente i vari personaggi, specialmente i più vitali (ad esempio il Massaro, Giberto), pur conservando una sua autonomia di affabulatore. Ma questa affabulazione, appunto, non è neutra, non è anodina. Di qui la vitalità linguistica di questo libro, ch'è appunto l'altra ragione del suo fascino.

I vostri commenti
Recensioni 1 - 20 di 21 recensioni presenti.  Media Voto: 3 / 5

enrico (27-11-2007)
ho letto un libro fuori dal comune. gustato...divorato...in poche ore... grazie Marco
Voto: 5 / 5
ant lomell@libero.it (08-07-2006)
La trama si dipana lentamente, ma il succo c'è; il riscatto sociale di un guardiano di mucche che diventa pittore. Fino ai 2/3 del libro credevo di accodarmi,come giudizio, a Glastnost; poi (secondo me) il libro si è riscattato!
Voto: 3 / 5
Pesciolino pesciolino@wind.it (25-07-2005)
Nelle ultime due settimane mi ha fatto compagnia proprio un bel libro! Scrittura scorrevole e asciutta, parole semplici per descrivere stati d'animo intensi. E poi ho imparato tanto: cultura e tradizioni dell'epoca (1400)e 'pittoriche' descrizioni dell'entroterra modenese. Ma, soprattutto, ho seguito con partecipazione le vicende di Cinin, protagonista, insieme all'arte dell'affresco, del romanzo. Credo che, in fondo,"Il maestro dei santi pallidi" non sia altro che un entusiasmante e profondo romanzo di formazione.
Voto: 4 / 5
Andrea (23-03-2005)
Come quasi sempre avviene, gli spocchiosi recensori dell'Indice non hanno capito niente. Elogiare un simile ectoplasma di libro è contrario a tutte le norme dell'intelligenza e del buon gusto letterario.
Voto: 1 / 5
Glastnost (03-11-2004)
Quale sará il criterio che spinge un editore a pubblicare siffatta banalitá di trama e di scrittura? Quale sará il criterio che spinge i giurati del Campiello a premiare il nulla di cui si parlava? Dove sono finiti gli editori seri, gli scrittori seri, i critici seri, i giurati seri? E i lettori... Ah, i lettori!
Voto: 1 / 5
ste (22-10-2004)
orrendo, di una noia mortale..inutile, non ti da nulla.
Voto: 1 / 5
Marco N. (30-05-2004)
Non è affatto un brutto romanzo. Ambientata sull'appennino modenese verso la metà del '400, la storia è coerente e ben strutturata intorno alla crescita, formazione e sventura (aperta però a nuovi non narrati sviluppi) di Gennaro/Cinin, umile orfanello, prima guardiano di vacche, poi paggio presso un'altera contessa, quindi pittore affermato benché confinato ad una realtà provinciale. La sua è una vicenda dominata dal caso: ed è per un tragico destino che egli sembra perdere tutto proprio quando realizza il suo capolavoro ed è costretto a distruggerlo. Qualche lentezza narrativa si deve alla complessa struttura del romanzo, costituito da un unico flash-back, al cui interno si intrecciano, come scintille di memoria, vicende e piani temporali diversi. Stimolante infine (e non spocchiosa) l'ambientazione "culturale": le citazioni di Dante, Petrarca, Boccaccio, Virgilio, Chretien de Troyes, presentati così come potevano essere recepiti da un pubblico quattrocentesco di non specialisti, e le descrizioni di celebri affreschi fiorentini di Masaccio, Masolino e Andrea del Castagno, visti con gli occhi di un promettente pittore non istruito, sono fra gli aspetti più interessanti del libro.
Voto: 4 / 5
Bruno - da Parigi (15-03-2004)
Una cosetta da niente : noioso, lento. Peccato per la carta sulla quale è stampato. Da evitare.
Voto: 1 / 5
Alex (08-02-2004)
Un libro pallido, anemico.
Voto: 2 / 5
patchwork (27-01-2004)
Alcuni lettori lo considerano lento all'inizio, del resto lo dice lo stesso Santagata in un'intervista: segnale che la considerazione gli è arrivata da più parti. Io personalmente non concordo, semmai è verso la metà del romanzo che per 1 o 2 capitoli si era sopita la voglia di leggerlo tutto d'un fiato, però nell'ultima parte rigaloppa e la fine è ben costruita. Assieme alla "Passione di Artemisia" della Vreeland è uno degli ultimi libri letti che mi sono piaciuti di più. Per me il Campiello è meritato!
Voto: 5 / 5
andrea andrea@sitoaziendale.com (12-11-2003)
leggero e in costume, lento all'inizio .. però ... però originale parlare di appennino nel 400 e molto bella la creazione dell'opera d'arte e la scoperta della prospettiva come chiave di lettura di un nuovo mondo che ancora però non viene compreso
Voto: 4 / 5
Stefania (04-11-2003)
Un libro avvincente ed appassionante non solo per l'intreccio della trama ma anche per l'abilità nella ricostruzione di un'epoca tra le più affascinanti della nostra storia. Finalmente un libro che vale davvero la pena di leggere!
Voto: 5 / 5
Marco P. (24-10-2003)
Un romanzo che fa riflettere: tra le varie chiavi di lettura evidenzio quella che porta a chiederci quanto il caso influisca sulle nostre vite. In quella di gennaro, il maestro dei Santi Pallidi, ha avuto un ruolo determinante. Due casi fortuiti hanno cambiato la vita di un guardiano di bestiame che a poco a poco ha la sua rivalsa sulla vita fino ad entrare nel magico mondo rinascimentale. Ho notato la suddivisione in dieci capitoli con epilogo,stile Boccaccio! Da leggere. Piano però.
Voto: 5 / 5
Giusy g_marcato@virgilio.it (22-10-2003)
E' un libro che nasce lento e poi poco a poco ti prende e ti porta con sè in un altro tempo. Dove i profumi ed i sapori sono più forti, entrano nell'animo. Mi ha fatto trascorrere alcune ore in un altro mondo. Non dico più bello, ma diverso ed interessante. E' stato come avere un amico per qualche ora che aveva vissuto momenti esaltanti ed attimi di dolore. Mi sembrava di averlo avuto accanto a me il pittore antico... Se amate viaggiare... fatevi trasportare anche voi. Buona lettura!
Voto: 4 / 5
Barbara (17-10-2003)
Piuttosto che il Campiello coltivi l'Orticello.
Voto: 1 / 5
Felipe (25-09-2003)
Pallido il santo, pallida la prosa, pallida la storia, pallido l'autore, pallido il premio. Che pallore!
Voto: 1 / 5
Andrea Lodi lodia@tiscalinet.it (19-09-2003)
Non leggevo un libro così da molto tempo. Per scrivere un libro del genere occorre essere Scrittori. Bravo Santagata.
Voto: 5 / 5
Francesco (17-09-2003)
Patetico supercampiello. Uno dei libri peggiori tra i cinque finalisti, dove anche i migliori erano men che mediocri.
Voto: 1 / 5
Ale (13-09-2003)
Proprio non mi è piaciuto noiosissimo, scritto male supponente. Per carità
Voto: 1 / 5
Beatrice (22-05-2003)
Storia affascinante, linguaggio avvincente, accurata ricostruzione dell'epoca cucita intorno alla figura di Cinìn, maestro dei Santi pallidi. Ore magiche passate nel 1450...
Voto: 4 / 5
Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 21

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