|
|  |
Saenz Jaime - Percorrere questa distanza |
 |
Titolo | Percorrere questa distanza |
| Autore | Saenz Jaime | | Prezzo |
€ 14,46 Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2000, 146 p. | | Traduttore | Pizzo G. |
| Editore | Crocetti
(collana Lèkythos) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 2 giorni lavorativi | | 
 | Questo prodotto dà diritto a 14 (solo per acquisti con carta di credito). Per saperne di più, clicca qui. |
Claudio Cinti (10-06-2001) LA POESIA DI JAIME SAENZ: INVITO ALLA LETTURA
Il “quartetto” di poemi Percorrere questa distanza, Bruckner, Le tenebre e La notte rappresenta la produzione poetica ultima, la più meditata e matura, di Jaime Saenz.
A partire da Percorrere questa distanza (1973) ha inizio una fase della scrittura di Saenz nella quale, non solo vengono a “depurarsi” le preoccupazioni tematiche che caratterizzano le opere precedenti, ma giunge a “perfezione” quel processo di «scrittura a palinsesto» (Antezana) in cui sono rintracciabili sensi e direzioni di una complessa esperienza del mondo:
«Nelle profondità del mondo esistono spazi grandissimi / - un vuoto presieduto dal vuoto, / che è causa ed origine del terrore primordiale, del pensiero e dell'eco. / Esistono profondità inimmaginabili, concavità per il cui fascino, per il cui incanto, / sicuramente si resterebbe morti. / Rumori che sicuramente si vorrebbero ascoltare, forme e visioni che sicuramente si vorrebbero guardare, / cose che sicuramente si vorrebbero toccare, rivelazioni che sicuramente si vorrebbero conoscere, / chissà con quale segreto desiderio, per arrivare a sapere chissà che cosa». (PERCORRERE QUESTA DISTANZA, X).
Fuoco di tale esperienza è la rivelazione del «giubilo»: paradossale «estasi interiore» (come commenta Vannini a proposito di Meister Eckhart) che accentra i movimenti e le diversioni dello spirito necessitato alle cadenze dell’inquieto girovagare intramondano:
«Paradossalmente, una pace interiore sembra nutrirsi di un fervore d'ira / - di un fervore d'ira, di un fervore di giubilo, di un fervore inesprimibile. / Di un sentimento provocato dal corpo fisico, da questo strumento del vivere, / di disperanza, di calma, e di molto dominio e di molto rigore, / dinanzi all'imminente compimento della strana avventura, incomprensibile e spaventosa, che si chiama vivere. (LE TENEBRE, VIII)
Come in una sorta di mistico überschall (sopra-grido, oltre-suono) nutrito degli elementi circostanziali dell’accadere e provocato dai loro fisici strumenti analitici - come in una vera e propria ablatio alteritatis che rende giustizia alla realtà dell’«anima essenziale» (Percorrere questa distanza, X) l’esperienza comunicata dalla poesia di Saenz sembra dislocare la percezione della realtà - del mero evenire dei contenuti rappresentativi, del loro stesso farsi letteratura, pagina scritta - verso una regione in cui la poesia della pagina non ha accesso o cessa di essere un “genere letterario”, una più o meno versatile tecnica di “pittura dell’essere”; verso quell’eckhartiano «fondo dell’anima» che accoglie la realtà per dischiudere ad essa la possibilità di essere (anche) «un bel libro». In “scandalosa” controtendenza al nichilismo sotteso alle vicissitudini dell’«evoluzione letteraria» (Mallarmé: «Au fond […] le mond est fait pour aboutir à un beau livre») la poesia di Saenz mostra radicale, ontologica estraneità a qualunque corrente o tradizione identificabile in base a principi di “gusto” o di “tendenza” o di mero quehacer letterario; e non è da escludere che in ciò consista «l’insolito» rilevato da Pedro Lastra e Sthefan Baciú, ovvero «che un poeta di questa grandezza, che […] appare fondamentale nello sviluppo della poesia ispanoamericana odierna, non abbia la proiezione che merita».
In prima appercezione la poesia di Saenz si presenta come una radicale interrogazione dell’essenza - non in quanto metafisico positum bensì quale diveniente forma che articola, attraverso la sua costituzione linguistica, il tempo e lo spazio dell’essere nel mondo:
«Io dico: è necessario pensare il mondo - l'interiorità del mondo mi dà da pensare». (PERCORRERE QUESTA DISTANZA, X)
Poesia di ricerca e meditazione, dunque, in linea con il “dramma” che informa l’esperienza “occidentale” del linguaggio poetico e la sua malinconica deriva, da Hölderlin in poi; ma anche singolare offerta di risposte, o del racconto che saggia la possibilità della loro consistenza nel rilkiano “mondo interpretato”. Il racconto di Saenz, che si snoda attraverso una suggestiva catena nominativa (il corpo, la notte, il buio - indagati nella straordinaria ricchezza delle loro “vibrazioni”) non dimentica il luttoso presupposto dell’operare ma lo rappresenta in una dimensione di “oblio” che svuota di contenuti comunicabili la sua paralizzante “durata”:
«Nel corso degli anni, le tue cose e i tuoi mobili invecchiano, e insensibilmente vanno in rovina. / Molti oggetti scompaiono o sirompono, mentre altri patiscono una sorte misteriosa, come se fossero esseri umani […]. Riferire il destino delle mie cose non arebbe mai finita» (LA NOTTE, II)
Le cose, puntigliosamente nominate, e rappresentate senza infingimenti, «come se fossero esseri umani», nel loro drastico, a volte buffo o beffardo destino d’impermanenza (si legga per intero, a titolo d’esempio, il lungo brano innanzi stralciato) sono la luce stessa di un mondo di realissime e insensibili tenebre; tenebre che l’apprendista-alla-vita dovrà necessariamente affrontare se vorrà riportare essenziale nozione del mondo («accostarsi alla notte e attaccare l’opera di conoscerla a fondo»); sono la cifra di una sapienza che “trascende la trascendenza” dell’operare e ritrova, come in Bruckner (nel tenero e grottesco Bruckner di Saenz, in quel «facitore» da lui “ascoltato” e “interpretato”), la radice primigenia, iniziale del fare poetico, al di là (o al di qua) di trasecolate illuminazioni o di facili, troppo facili, secolari disincanti:
«E così, volle giocare una beffa greve, / col fare una musica, col morire una musica, coll'essere una musica, / incendiò la trasparenza dell'evento e creò una creazione, / illuminando la natura del mondo e dell'uomo, / illuminando forme invisibili e recondite, / nel buio / - sempre in aspre e vuote e risonanti dimore del buio. / In quali precipizi, / in quali paraggi, / in quali rive, di malessere e spavento, / con bagliori ogni volta più distanti: / lui sapeva». (BRUCKNER, V)
Voto: 5 / 5 |
|
 | I più venduti di Saenz Jaime |
|
|