"Ha sentito parlare di Jaime Saenz? No? Che Peccato! Avrebbe potuto avvicinarsi a uno scrittore straordinario..." Così esordisce Luis H. Antezana nel prologo a Felipe Delgado, romanzo del boliviano Jaime Saenz. E probabilmente sono numerosi coloro che ignorano la figura e l'opera dell'autore nato a La Paz nel 1921 e morto nel 1986 in quella stessa città, da cui di rado si era allontanato.
Quello di Saenz, infatti, è un caso letterario particolare. Particolare perché, pur essendo considerato il maggior scrittore boliviano contemporaneo, la sua opera è poco conosciuta oltre i confini della Bolivia; particolare perché la sua arte poetica e narrativa, tutta incentrata sul tema della morte e dell'alcolismo, è insolita nell'ambito letterario latinoamericano che non a caso l'ha scarsamente considerata. Morte e alcol sono state anche due costanti della vita di Saenz, che ha alimentato le sue creazioni delle proprie esperienze vitali. E sia nella vita sia nell'arte è stato un anticonformista radicale, ribelle alle convenzioni sociali ed estetiche. Alcolista per molti anni, ha sempre abitato la notte come spazio della creazione e della socialità, come mondo alternativo a quello della (falsa) normalità diurna. Nel buio e nei deliri dell'alcol, ha cercato le risposte alle sue inquietudini metafisiche; della notte, del bere e della scrittura ha fatto gli strumenti di comprensione dello spirito umano più autentico.
Di fatto in Saenz l'attrazione per il bere e per le tenebre della notte e della morte non implicano distruzione e negazione della vita ma attaccamento a ciò che chiama "Vera Vita" e ambizione a coglierne il significato. In una delle sue raccolte poetiche più conosciute, La noche (1984; La notte, in Percorrere questa distanza, Crocetti, 2000), descrive l'esperienza di alcolista come "un vero cammino di conoscenza", il più umano, forse, il più orribile e pericoloso, ma l'unico che consenta di addentrarsi nell'oscurità più fitta, luogo della rivelazione di ciò che la luce abbagliante occulta. Allo stesso modo, secondo Saenz, la morte e la Vita con la "v" maiuscola sono una stessa e identica cosa, pertanto finché non cesserà di vivere l'uomo non potrà conoscere. Come ben spiega Antezana richiamandosi alla mistica negativa, per Saenz la luce, in quanto completa e paga di sé, è inaccessibile per via diretta. L'essere umano può accedere solo all'oscurità e all'incompiuto, quindi solo percorrendo la via delle tenebre e dell'orrore può sperare di giungere all'illuminazione. La morte è la principale immagine di questo cammino attraverso l'oscurità rivolto alla luce della comprensione.
Questo paradosso costituisce il centro delle riflessioni dello scrittore e il nucleo del discorso narrativo del monumentale romanzo Felipe Delgado, la sua più importante opera in prosa. La trama, infatti, è incentrata nella ricerca di sé e del significato della vita del protagonista, Felipe Delgado, artista ribelle e nottambulo che vede il mondo come un enigma da sciogliere, una ragnatela di apparenze da cui districarsi per arrivare alla verità. Felipe si configura come un alter ego dell'autore, portavoce delle sue inquietudini esistenziali. Come Saenz, è convinto che "molto grande e molto grave è la sproporzione tra il vivere e la vita" e che per conoscere quest'ultima sia necessario percorrere la notte più scura e fare esperienza della morte: "Non è sufficiente vivere, bisogna conoscere, e per conoscere è necessario morire. (...) la conoscenza si rivela con la morte". Al pari di Saenz, anche Felipe utilizza l'alcol come metodo di conoscenza ("il regalo dell'alcol era la vera vita. La vera vita fluttuava sull'orizzonte di bragia, e si incendiava col luccichio di una terra promessa nell'intimità delle mie viscere; e in mezzo a un buio che era luce della mia mente, io apparivo nel futuro, guardando con un occhio il terrore e con l'altro la meraviglia") e, infine, come Saenz, anche lui compie la sua ricerca trascendentale ai margini della realtà, e il suo processo di crescita interiore si configura come un processo di decadenza esteriore, da agiato borghese a mendicante sull'orlo della follia.
Dopo la morte del padre e la disgregazione dell'ordine familiare, Felipe si immerge nei bassifondi di La Paz e trascorre le sue giornate e le sue nottate in una cantina, il Purgatorio, ritrovo di balordi, stregoni, indios e fannulloni. In quel luogo appartato dal mondo, in "quell'al di là di tutto", ha le rivelazioni che gli consentono di intravedere il senso della propria vita. In quello spazio recondito e grottesco scopre un simbolo fondamentale per la sua ricerca: lÆaparapita, l'indio aymara emigrato in città che sopravvive caricando pesi ovunque ce ne sia bisogno e che ha come unica dimora le cantine. Tre aspetti di questa figura colpiscono Felipe in particolare: il suo carattere anarchico e la capacità di crearsi un mondo autonomo, conforme al suo essere, la sua morte e la sua giacca fatta di scampoli dei più svariati tessuti. Nella morte per suicidio dell'indio - che quando per misteriose ragioni decide di morire beve fino a scoppiare, fino a "strapparsi il corpo" - il protagonista vede l'emblema dell'unità tra vita e morte che aveva sempre intuito. Ma il simbolo maggiore, la rivelazione più pregnante gliela offre la giacca dell'aparapita, nella quale individua una realtà totale profondamente umana e un simbolo di vita piena.
La giacca dell'aparapita è uno dei motivi centrali del romanzo, nel quale si sintetizza anche l'immagine del testo, o meglio, dei testi: il testo di Saenz e il testo dentro il testo di Felipe Delgado, le sue memorie.
Il processo di crescita di Felipe all'interno della cantina è interrotto dall'intervento di un carpentiere che abbatte quello spazio di scoperta. Felipe, abbandonato l'alcol, intraprende un nuovo cammino di conoscenza, l'amore, ma anche questo si rivelerà una strada senza via d'uscita perché la donna amata, Ramona Escalera, muore. Quando si rende conto che la sua ricerca è stata un fallimento, cerca consolazione nella scrittura delle proprie memorie. E quelle memorie, che occupano uno degli ultimi capitoli del libro, sono un insieme di frammenti, di paradossi, di assurdità, di giochi linguistici, un mosaico simile alla giacca dell'aparapita, simile al testo che ci offre Saenz in cui, come ha osservato il maggiore studioso dello scrittore, García Pabón, "le disquisizioni speculative dei personaggi o dello stesso narratore (...) non riescono a spiegare 'l'ineffabile' e non ordiscono un discorso ideologico coerente. Anzi, la retorica di quelle costanti riflessioni (...) si riempie di giochi di parole, di nonsense, di paradossi, di ossimori e di tautologie e danno vita a un linguaggio avviluppato su se stesso in cui la sensazione del labirinto è superiore all'illuminazione".
Alla fine il protagonista, grazie alle sue memorie, grazie alla sua scrittura, sembra comprendere che la ricerca in sé è più importante dei risultati. Parafrasando una frase di Colombo che Saenz amava citare, "È necessario navigare / Vivere non è necessario", Felipe arriva alla conclusione che "Certo, morire era più importante che vivere eppure, con tutto, navigare era molto più importante che morire". Ed è in quelle memorie fatte di assurdi ritagli cuciti insieme in un testo, a immagine e somiglianza della giacca dell'aparapita, che Felipe sembra finalmente trovare e compendiare il senso della propria vita: la ricerca, la navigazione. Nella giacca dell'aparapita, in cui il tempo pur lasciando intatti i variegati tessuti ha uniformato i colori, Saenz proietta un'altra immagine, forse la più chiara di tutto il romanzo: la sua visione della nazionalità boliviana come incontro armonico delle diverse etnie e culture del paese a partire da quella componente fondamentale che è l'indio e che l'ordine liberale in decadenza, mostrato nel romanzo e dal quale il protagonista fugge, ha sempre emarginato.
Opera speculativa, Felipe Delgado, propone una visione del mondo e della vita fantasmagorica, lacerata, sconcertante. Come gran parte della produzione di Saenz è un testo denso e complesso, ma dopotutto, come riflette Felipe, "come è difficile che riesca facile dire il difficile".