Vienna, esterno notte: il Parco del Prater si va lentamente svuotando; nell'aria gli ultimi fiacchi richiami degli imbonitori; un uomo d'aspetto malandato che dovrebbe tornare a casa ma non ne ha voglia, finisce per cadere nella trappola di un richiamo più suadente degli altri, quello di un illusionista. Ma se quest'uomo malandato "a cui i trentacinque anni sono caduti, di colpo, addosso" risponde al nome di Wolfgang Amadeus Mozart e l'illusionista è Antonio Gamiani, non di caso si tratta, bensì di appuntamento col destino. Perché sarà proprio Gamiani, compilatore di oroscopi, medium, indovino e anche "ipnotizzatore esperto di fluidi mesmerici", a raccontare la storia: per conto del suo illustre paziente, risucchiato dal gorgo ipnotico e rimandato in un luminoso paradiso terrestre perduto vent'anni prima.
Inizia così, in un ambiguo quanto seduttivo gioco di riflessi, il nuovo romanzo di Vladimiro Bottone in cui ancora una volta è Napoli il fondale - lacero ma dai colori incomparabilmente sontuosi - della rappresentazione.
Nel romanzo d'esordio, L'ospite della vita (Avagliano, 1999) era in un oscuro teatrino napoletano che Leopardi s'imbatteva in un suo parodistico alter ego; in Rebis (Avagliano, 2002) tutto ruotava intorno alla corte napoletana del principe alchimista Raimondo Di Sangro; e ora, è davanti a una chiesa barocca nel cuore della città che il tredicenne Mozart, fortunosamente arrivato a destinazione dopo un lungo viaggio condiviso con l'asfissiante Leopold e occasionali compagni d'avventura (dame, cavalieri e abati), vede per la prima volta Teresa, intrepida fanciulla che danza sul bordo di un cornicione.
Se davvero Napoli - parola del grande Gamiani, cittadino del mondo ma di nascita partenopea - è "la grande dogana in cui tutti devono pagare dazio", sarà l'incantevole, spavalda Teresa la figura delegata a esigerlo da Mozart. Ma di quale dazio si tratta? È un termine di casa nelle storie raccontate da Vladimiro Bottone, storie che risultano felicemente anomale nel nostro panorama letterario, in virtù della loro natura composita, ancorata da un lato a un passato storico brulicante di illustri nomi di poeti, principi e artisti, dall'altro attraversata da un filo di alta tensione tipicamente contemporanea, che annoda espressionisticamente il linguaggio e induce i ben noti personaggi a vertiginose inquisizioni su se stessi.
E dunque, in questa prospettiva, il dazio si configura come un pedaggio da pagare, al termine di indagini o di appuntamenti con il destino, per poter cogliere almeno un barlume della propria verità interiore, di ciò che si è veramente.
Ma è qualcosa che il tredicenne Mozart, metà dio (nella musica) e metà querulo bambinetto (nella vita) non sa e non può pagare se non nell'inconsapevole forma di un'attrazione verso Teresa. Non può nemmeno immaginare, divinamente immaturo com'è, la reale natura della posta in gioco e quanto sia circondato da invidie, da odio, da una selva di sentimenti oscuri e malefici.
È solo vent'anni dopo, da una grande distanza di tempo e di spazio, sdraiato su un lettino di un baraccone da fiera del Prater viennese, che s'apre nel gorgo nero dell'ipnosi una finestrella di luce che gli rischiara i sensi e la vista interiore. E con lui anche i lettori, guidati dalla regia del burattinaio Gamiani e dall'ancor più sapiente regia di chi lo fa muovere, accedono al significato più profondo di questa vicenda di iniziazione. Non solo ai turbamenti d'amore la piccola Teresa, misteriosa creatura di frontiera, ha iniziato il giovane semidio Mozart, ma anche ai misteri della vita e al mistero più grande di tutti, la morte.
Un mistero con cui familiarizzare piano piano, inavvertitamente, delibando quello che è stato l'ultimo regalo di Teresa: una fiaschetta colma di dolcissimo veleno.